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Alcune letture estive

la redazione consiglia

Alcune letture estive

Il titolo è già piuttosto chiaro: sperando di incuriosirvi, ecco una lista di libri che noi della redazione vogliamo consigliarvi per questa estate.


Jenny Bertoldo – Toni Morrison, Sula (Sperling & Kupfer, 1999)

Pubblicato nel 1973, Sula è un capolavoro della letteratura afroamericana. Toni Morrison immerge nel complesso scenario dell’esperienza e della cultura afroamericana novecentesca  un racconto estremamente intenso, dove la protagonista, Sula,al contempo  influenza ed è influenzata da questa realtà. Sula è un romanzo travolgente, che incolla il lettore alla storia, sia per i numerosi colpi di scena che Morrison abilmente inserisce nei momenti di quiete, quando il romanzo sembra procedere da sé e trasportare placidamente fatti e personaggi, sia per lo stile diretto, talvolta quasi distaccato, eppure evocativo, intenso, alternando la crudezza di alcune scene alla totale emotività di altre. Sula dunque fa esperienza di sé e del mondo lungo tutto  il romanzo, che si snoda tra il 1919 e il 1965, nella comunità afroamericana del Fondo, in una cittadina dell’Ohio. Il Fondo è una sorta di mondo a parte, che vive in ritmi quasi eterni, ancestrali, e dove la protagonista dovrà scoprire e confrontarsi con il suo essere donna e con la volontà di non sottostare al ruolo che le spetterebbe secondo la comunità. Ad accompagnarla in questo “percorso”, non lineare e sicuramente non tradizionale, tra mille avventure, incontri ed amori, sarà la sua amica Nel, con la quale condividerà per tutta la vita un grande segreto, anche quando le loro strade si divideranno, avendo Sula deciso di rimanere sempre se stessa, non piegandosi davanti a nessuno stereotipo ma nemmeno a nessun vero legame.


Gianmarco Canestrari – Hannah Arendt, Vita activa (Bompiani, 2017)

Ogni volta che lo leggo mi emoziono: questo libro è un vero e proprio capolavoro di filosofia politica, capace di sondare i problemi con estrema precisione e profondità. L’ancestrale dilemma “chi siamo?” prende vita nel corso delle pagine e, attraverso uno sviluppo strabiliante, arriva alla sua più “naturale” ma mai compiuta risoluzione: l’uomo ha l’anelito alla socialità, alla vita in comune, al co-fare, al co-essere. Questa sua particolare condizione, lo mette nella possibilità non solo di dar vita a qualcosa di nuovo, all’inatteso, all’insperato, ma anche nella possibilità di superare la morte e l’annichilimento dell’essere.


Alessandro Foggetti – David Lynch, Perdersi è meraviglioso. Interviste sul cinema (minimumfax, 2017)

In treno, in aereo, in montagna oppure sotto l’ombrellone, le nozioni di cinema non possono mancare. Proprio per questo motivo consiglio una lettura non troppo complessa, ma fluida e ricca di spunti creativi e cinematografici. Perdersi è meraviglioso racchiude 24 interviste fatte a David Lynch, dal 1977 ad oggi, in cui emergono riflessioni, aneddoti e memorie non solo riguardo a film significativi come Velluto blu (Blue Velvet, 1986) o Mulholland Drive (2001) ma anche riguardo le sue altre passioni come la pittura e il design. 441 pagine che ruotano intorno alla vita di un artista assoluto.

Federico Fellini, Fare un film (Einaudi, 2015)

Per continuare sulla tematica registica, un libro colmo di spunti, e che non può mancare nella libreria di un appassionato di cinema, è Fare un film di Federico Fellini. In questo volume sono presenti racconti d’infanzia, incertezze e pensieri, scritti in prima persona dal regista. Come se non bastasse, in alcune pagine, si possono trovare anche alcuni disegni, schizzi, che aiutano a comprendere meglio la sua visione del mondo. Un viaggio profondo, intimo, raffinato ed emotivo nella mente di uno dei più grandi registi della storia del cinema.


Martina Madia – Mathias Malzieu, La meccanica del cuore (Feltrinelli, 2012)

«Uno non toccare le lancette. Due, domina la rabbia. Tre, non innamorarti mai e poi mai».

Leggendo questo libro di Mathias Malzieu vi accorgerete, a un certo punto, di avere anche voi delle lancette impazzite nel petto o ricorderete di averle avute almeno una volta. La storia di Jack ricorda una favola della buonanotte, una di quelle con un insegnamento nascosto ma neanche troppo. Con lui c’è Madeline, una strana dottoressa a tratti un po’ maga che conserva le sue lacrime per poi berle, aggiusta le persone con oggetti stravaganti e fa partorire prostitute in difficoltà. Da uno di questi parti eredita, tra tutti gli altri, anche Jack e sostituisce il suo cuore ghiacciato con un orologio a cucù, cercando di proteggerlo da qualsiasi pericolo ma soprattutto da se stesso.

«All’improvviso nel mio cuore il cucù inizia a suonare, fortissimo, molto più forte di quando ho le mie crisi. Sento gli ingranaggi girare vorticosamente come se avessi ingoiato un elicottero».

Ogni sforzo della dottoressa con il nome di un grazioso dolcetto sarà però vano, basterà un solo incontro con una piccola cantante andalusa a trasformare Jack in una pista di atterraggio per elicotteri impazziti. Non c’è cuore che si rassegni a non battere più veloce per qualcosa o per qualcuno, anche a costo di andare a pezzi. Anche d’estate.


Biagio Montanarella – Ferenc Karinthy, Epepe (Adelphi, 2015)

In qualche modo queste narrazioni parlano di un viaggio, Epepe di Ferenc Karinthy è l’iperbole di un viaggio, un’immaginazione esagerata che deforma ogni aspetto del viaggio e ogni impressione del viaggiatore. Cosa stordisce per la prima volta di un paese straniero? Le grandi folle, quasi la percezione di trovarsi su un altro pianeta, gli edifici mai visti prima, che, per quanto simili, ogni Paese custodisce segretamente nel segno di una deformazione che li rende unici – questo viaggio immaginato restituisce tutte queste sensazioni, amplificate all’inverosimile, c’è la “folla oceanica” onnipresente in ogni spazio e ogni tempo per le strade di una metropoli illimitata, composta di edifici ricamati in architetture orientali che però subito scorrono verso il gotico e quanto prima restituiscono l’immagine di un solo arazzo mescolato – così i volti delle persone, non asiatici, non europei, ma un ammasso disordinato di tutte le declinazioni dei tratti – e la lingua, il vero enigma di questo viaggio, la prova definitiva dell’alienazione, l’affronto di una lingua balbettante e afona e una fonologia che non esiste. Questo romanzo è l’invenzione di un mondo impossibile e dei fini meccanismi che ne reggono il sipario, sempre lì lì per cadere, ma che non si svelano mai.

Teju Cole, Città aperta (Einaudi, 2013)

Città aperta, al contrario, traccia una geografia precisa, o la mappa di una vita – da una New York spenta, “aperta” in questo senso, liberata e svuotata di ogni morale, sebbene le grandi ombre della retorica moralista continuino per abitudine ad abbagliare, il protagonista, di origine nigeriana, si ritrova a fissare la desolazione, una terra che non promette più niente in cui anche lui, che pure appartiene, o “dovrebbe appartenere” a una cultura diversa, estremamente allegro o estremamente aggressivo, si riscopre disadattato, outsider, ancora prima che per la denigrazione razziale. Come tutti si sente abbandonato, perché l’abbandono è il riflesso di New York, dei suoi squarci in continuo mutamento e di tutte le culture che si animano nei ghetti, annidiate in luoghi non rintracciabili. Da qui le continue riflessioni sul “miracolo dell’immigrazione in natura”, sul terrorismo e la letteratura, la reminiscenza dell’infanzia in una Nigeria forse ancora più trasandata e vacua dell’odierna New York, ma certamente viva.

Philip Ó Ceallaigh, Appunti da un bordello turco (Racconti, 2016)

Seguendo le orme di una sempre più incalzante prosa etilica, Philip Ó Ceallaigh tenta di tracciare un sentiero marcio che possa collegare le maggiori capitali del degrado europeo per vie misteriose, stradine sterrate, marciapiedi sfregiati dalle continue ripercussioni di automobili dalle meccaniche atroci, porte segrete nelle camere delle prostitute alle soglie del medioriente, porte che è possibile distinguere nella penombra solo nello sguardo di un orgasmo pericoloso. Così questi diciannove racconti si spostano tra la Romania rurale e i marciapiedi bucarestini della Dâmbovița, fino alle stanze delle prostitute turche, in cui è strettamente raccomandato di saper parlare il russo; sono tutte storie di gente semplice e dei suoi viaggi quotidiani per l’esistenza, non sono grandi uomini né uomini effimeri, gente semplice, che ragiona sulle macchinazioni del male e sugli infiniti modi di aggirare il sistema economico come antifilosofi o antirivoluzionari, sogna di trasferirsi in Canada in una casa prefabbricata e non doversi più aggirare in una periferia malata. Quella periferia che, soprattutto in estate, è il non-luogo in cui nessuno vorrebbe essere.


Federico Musardo – J. R. Wilcock, Lo stereoscopio dei solitari (Adelphi, 1989, ma 1972)

Ho consigliato Lo stereoscopio dei solitari abbastanza a caso, perché credo valga la pena conoscerlo un po’ tutto. Di suo, mi sono piaciuti altrettanto La sinagoga degli iconoclasti (Adelphi, 1990, ma 1972) e il folle Frau Teleprocu (Adelphi, 1976), scritto a quattro mani con il grande Francesco Fantasia. Nonostante Adelphi abbia ripubblicato molte tra le sue opere, Wilcock resta purtroppo sostanzialmente ignorato nell’ambiente accademico. È un autore parecchio di nicchia, amatissimo da pochissimi – tutte o quasi persone che stimo. Ho voluto consigliarlo perché è Wilcock e non assomiglia a niente che abbia letto finora.


Meferico Fusardo – J. R. Wilcock, L’abominevole donna delle nevi e altre commedie (Adelphi, 1982)

Non sono per niente d’accordo con Federico: Francesco Fantasia è un pessimo scrittore. Consiglio quindi il teatro di Wilcock: L’abominevole donna delle nevi e altri racconti, per esempio. Peraltro, Wilcock è studiatissimo nell’università che frequento.


Leonardo Ostuni – Marina Abramovich e James Kaplan, Attraversare i muri. Un’autobiografia (Bompiani, 2016)

Consiglierei questo libro ai lettori di tutte le fasce di età, e non solamente agli appassionati e studiosi di storia dell’arte. Si tratta di un racconto confidenziale e autobiografico della nota performer serba Marina Abramovich, da interpretare come una vera lezione di vita per noi tutti. In un intrecciarsi perfetto di intimità e professionalità si ripercorrono le fasi salienti della vita dell’artista: dalla ferrea educazione post bellica sotto il regime di Tito al grande sodalizio con Ulay, alle numerose esperienze di viaggio e di meditazione. Ampi i riferimenti alle sue esibizioni tenute in tutto il mondo, il cui enorme successo l’ha incoronata “nonna” della performance art.


Lorenzo Paolini – Ted Chiang, Storie della tua vita (Frassinelli, 2016)

Storie della tua vita di Ted Chiang è un raccolta di racconti che è necessario scoprire. È difficile infatti, non apprezzare un’opera che riesce a coniugare la seducente magia della fantascienza con una capacità narrativa ipnotica; ciò che ne risulta è la sensazione di avere tra le mani qualcosa di estremamente sofisticato. Per tutti gli amanti di Asimov, per tutti gli amanti di Black Mirror, e per tutti coloro che amano farsi scalfire dalla fantascienza che, in questo caso, vive splendidamente tra le pagine dei racconti perché sorretta da una logica paradossale inoppugnabile, ecco, Ted Chiang quest’estate fa per voi.


Eleonora Reggiori – Kurt Vonnegut, Ghiaccio-nove (Feltrinelli, 2013)

Il nome di Vonnegut viene associato sempre a Mattatoio n. 5, ma tra i suoi libri Ghiaccio-nove merita una menzione speciale. In poche pagine (un libro perfetto per essere infilato dentro lo zaino e portato sempre con sé) Vonnegut ha costruito un racconto sfavillante che diverte tra isole caraibiche e nuove religioni appena fondate, non solo ironico, ma anche fortemente critico della società contemporanea, colpevole di aver perso ogni contatto con la realtà delle cose.

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