Culturificio
pubblicato 2 settimane fa in Altro

Altre culture: serie tv e blog

Altre culture: serie tv e blog

Si sta diffondendo, sia nel nostro paese che all’estero, una sempre maggiore convinzione per cui la nostra società sia culturalmente regredita: non si leggono più libri, si è sempre maggiormente disinteressati alle vicende politiche, il nostro vocabolario si va riducendo in ampiezza e non riusciamo più a scrivere correttamente. In due parole, siamo analfabeti funzionali.
Ma questo, in realtà, non è del tutto esatto. La cultura esiste, è viva, ma sotto forma diversa rispetto a quella che siamo soliti pensare, anzi siamo immersi all’interno di un vero e proprio culturificio della cultura. Essa viene prodotta in grandi quantità, solo che non ce ne rendiamo conto. Ci sono vari esempi che si possono addurre, due dei quali sono davvero sotto gli occhi di tutti, o per lo meno di coloro che navigano sulla onnipresente Rete.
Le modalità tramite cui si esprime la cultura, intesa in senso seriale e industrializzato, sono le serie Tv, le riviste online o i blog personali.

Partendo dalle prime, è evidente come, specialmente tra i giovani, le serie Tv siano un argomento che crea discussione, opinioni, dialogo, che dividono o accomunano, in base al gusto. Esse hanno lentamente preso il posto della televisione e del cinema, dando all’utente uno spettacolo che egli può diluire nella maniera che più gli aggrada. Infatti, le serie Tv hanno il grande vantaggio di essere sequenziali, cioè esse sono distribuite in episodi, i quali spesso raggiungono quasi la durata di un vero e proprio film. Ma cosa le distingue da esso? Le possibilità che esse hanno sono immense poiché permettono di poter sviluppare le trame narrative in un lasso di tempo molto più lungo, dando quindi ai personaggi il giusto risalto psicologico e riuscendo a disporre meglio i fatti del plot, incastrandoli in un modo che il film talvolta non può fare, per ragioni di tempo.

Una notizia degli ultimi giorni è quella che riguarda l’uscita del Signore degli anelli, prodotto da Amazon. Questa è una testimonianza di come anche le grandi aziende siano in competizione per produrre serie tv di successo, basti pensare anche a Netflix, piattaforma ormai specializzata, oppure a HBO.
La grande attrattiva delle serie Tv odierne è il grande lavorio che c’è dietro, per renderle sempre più complicate, coinvolgenti, dimenticandosi, a volte, l’intrattenimento. Alcuni esempi possono bastare: Westworld è uno show ancora in produzione che vede al centro della narrazione il difficile rapporto tra l’uomo e l’intelligenza artificiale, temi sempre più scottanti oggi; Hannibal ci mostra quanto la mente umana sia fragile e quanto sia difficile stabilire il labile confine tra normalità e patologia; Black Mirror quanto le nuove tecnologie siano foriere di complicazioni, a cui neanche pensiamo, immersi come siamo nella nostra quotidianità. Serie come la già citata Westworld o Penny dreadful hanno al loro interno citazioni, rimandi a opere letterarie, basandosi già esse su romanzi o fumetti, come nel caso dell’ultima. Ecco, allora, che si svela tutto un mondo a cui lo spettatore è rimandato e a cui può attingere, se giustamente stimolato. Basti pensare alla bellissima scena finale di Penny dreadful con la recita della poesia di Wordsworth Intimations of Immortality, o ai continui riferimenti a Shakespeare in Westworld.

L’altro campo in cui si produce cultura, in maniera quantitativamente rilevante, è quello delle riviste online o dei blog personali. Per chi vuole scrivere, esprimere la propria opinione, cercando di poter allenare la mente in un continuo esercizio mentale a cui si vuole dare visibilità, non c’è modo migliore di farlo che scrivere sulle riviste online. Esse offrono allo scrittore temi vasti su cui indagare: cinema, letteratura, storia, filosofia, arte, quotidianità, gossip, news.
Cosa dà visibilità? Un modo molto semplice per poter constatare, numericamente, il successo di una rivista o di un articolo di essa è, senza dubbio, il riscontro che i social network, in particolare Facebook, danno. Infatti, è qui possibile contare i “mi piace” alla pagina o al “post”, le condivisioni, i quali tutti danno un’idea all’editore di cosa va e cosa no, contando sulla diretta impressione degli utenti/lettori, attraverso i “commenti”. Quindi, grazie al feedback, traducibile con il numero di spettatori che guardano uno show, l’editor, al pari dell’algoritmo di Facebook o Google, può impostare la propria linea editoriale. Qui, entra in gioco il modo della trasmissione delle informazioni, la modalità attraverso cui la rivista si rapporta con il proprio diretto lettore: la divulgazione. Essa è, attualmente, lo strumento maggiormente utilizzato per rivolgersi all’utente medio, il quale, si presume, non ha alcuna conoscenza specifica ma che, informandosi sulla propria rivista o su altre, abbia acquisito una conoscenza media e quindi possa apprezzare, mediamente, l’articolo, potendo così apprendere cose nuove.
Allora, un altro mezzo si rivela essere quello della lunghezza dell’articolo, che normalmente non può superare un numero di parole o caratteri, che si avvicinano intorno alla pagina o alla pagina e mezzo. Questo limite è quello oltre il quale il lettore diviene insofferente e perciò smette di leggere l’articolo e quindi di conseguenza anche la pagina.
Perciò, le riviste online si prefiggono di introdurre il lettore all’interno di tematiche che poi dovranno essere approfondite, o con un ulteriore articolo o in un’altra rivista, arrivando ad avere una conoscenza prospettica della realtà, cioè la somma dei punti di vista di ogni rivista o blog personale e quindi individuo.

La domanda che può sorgere, in conclusione, è la seguente: abbiamo bisogno di un modo diverso di fare cultura? La società ha bisogno di un modello alternativo di cultura a cui guardare e che non siano solo i metodi tradizionali, sebbene le fiction rientrino in apparecchi ormai comuni nelle nostre vite? In base a come si risponde a questa domanda, allora, ciò che si è brevemente illustrato assumerà un risvolto positivo o negativo. Forse si dovrebbe cogliere l’aspetto positivo di questo culturificio, delle immense energie che si spendono per alimentarlo: ciò che conta, davvero, è la qualità della cultura che stiamo cercando di trasmettere.

Nde (nota dell’editor): Il nome di ‘Culturificio’ non coincide con l’idea a cui si fa riferimento, usando il medesimo termine, all’interno di questo articolo. Il pensiero sostenuto dal collaboratore, inoltre, non va esteso all’interezza del Culturificio ma preso come un pensiero individuale.


Articolo a cura di Edoardo Poli