Maria Concetta Fontana
pubblicato 4 settimane fa in Cinema e serie tv

American Horror Story Cult

quando la realtà politica diventa una storia dell’orrore

American Horror Story Cult

Tu simboleggi la speranza che le donne un giorno vincano un litigio contro i loro mariti, che non subiscano commenti quando camminano per strada, che i loro capi non parlino più delle loro tette, che facciano tanti soldi quanto gli uomini, che la loro lotta si possa vincere! Quando ti ucciderò vedranno che non c’è speranza. Le donne non possono comandare. Le donne non possono vincere. Verranno sempre superate in astuzia e soprattutto forza. Devi finalmente capire che quello che possono e devono fare è chiudere la bocca, stare al proprio posto e farmi uno stramaledetto panino.

Con opportune modifiche questo dialogo, tratto dal finale di stagione di American Horror Story Cult, potrebbe essere calato nella realtà, in particolare quando nel novembre 2016 l’America in trepidante attesa dell’esito delle elezioni presidenziali, nonostante le previsioni, vede l’imprenditore Donald Trump vincere su Hillary Clinton.

In quel momento il sogno progressista di molti americani di avere dopo il primo presidente di colore anche la prima donna alla Casa Bianca svanisce miseramente con la vittoria di un repubblicano, che si caratterizza per un atteggiamento apertamente sessista e razzista.

Il celebre show antologico creato da Ryan Murphy e Brad Falchuk parte da questo evento per affrontare il tema della paura da nuove prospettive, molto più reali e vicine a noi.

Protagonisti della stagione sono Ally, una donna inizialmente debole vittima di psicosi e fobie, e Kai un ragazzo dall’insolita capigliatura blu, che dietro l’apparenza folle in realtà riesce a dar vita con ingegno e lucidità a un’organizzazione di cui è il capo assoluto e idolatrato.

La notte delle elezioni, poco dopo l’annuncio della vittoria di Trump, le loro reazioni sono opposte e altrettanto estreme. Mentre Ally scoppia in un pianto isterico presa dal terrore che la nuova presidenza possa togliere diritti alla sua famiglia composta da due donne e il loro figlio, dall’altra il giovane comincia a gioire e preso dall’euforia si spalma sul viso una sorta di crema arancione a base di patatine al formaggio, che lo fa ironicamente assomigliare per il colore della carnagione proprio al nuovo presidente americano.

Ma contrariamente a quanto si possa pensare, American Horror Story Cult non si limita a ridicolizzare Trump e i suoi elettori, o coloro che si affidano ciecamente alle fake news che circolano sui social, ma estende la propria critica a varie categorie, a partire dalle stesse sostenitrici della Clinton. Inizialmente, infatti, ciascuno dei personaggi sembra incarnare un prototipo, da una parte i conservatori dall’altra i progressisti, ma pian piano che le vicende si susseguono si scoprono dettagli sul loro passato che contraddicono ciò che si credeva di sapere sul loro conto, e così capire chi sono veramente diventa sempre più complicato.

Kai decide di sfruttare il nuovo clima politico ed entrare nel consiglio cittadino attraverso una scalata al potere che dietro i suoi risvolti grotteschi, in realtà mostra scenari molto più veri di quanto si possa immaginare. Non a caso “assurde e surreali” furono gli aggettivi utilizzati dai notiziari per definire le elezioni americane del 2016.

Com’è tipico dello show, American Horror Story Cult prende spunto da eventi di cronaca reali, in questo caso alcune famose sette guidate da uomini a tal punto carismatici da condurre altre persone a compiere efferati omicidi o addirittura a togliersi la vita in segno di fedeltà assoluta.

I leader dei vari culti che si sono succeduti nel corso della storia sono tutti interpretati da Evan Peters, lo stesso attore che dà il volto a Kai, una scelta che sottolinea come queste menti tanto folli quanto affascinanti siano in realtà un continuo ripetersi degli stessi meccanismi, facce diverse della stessa medaglia. Tra questi criminali spicca Charles Manson, protagonista quest’anno anche dell’attesissimo film di Quentin Tarantino C’era una volta a… Hollywood e della serie tv Mindhunter. Ciò che accomuna lui e gli altri leader sono senz’altro le capacità manipolatorie con cui riescono a essere venerati come Dio, che tra l’atro in una breve e grottesca scena compare nelle vesti di Gesù, interpretato sempre da Peters. Nonostante la serietà dei temi trattati, infatti, non manca l’ironia a stemperare azioni particolarmente crudeli, un umorismo nero che serve anche a evidenziare ulteriormente la follia di certe situazioni.

Questa stagione esprime perfettamente ciò che era stato detto in Asylum, secondo capitolo della serie:

Tutti i mostri sono umani.

Il male compiuto da persone reali spesso supera la fantasia e soprattutto spaventa molto di più. I veri mostri albergano dentro di noi, qualcosa di interiore costituito da paure e desideri di vendetta, sentimenti solitamente repressi di cui alcuni si nutrono per raggiungere i propri scopi.

È il caso di Kai, che si propone di guidare coloro che preferiscono affidarsi al timore, lasciando che sia qualcun altro a dir loro cosa pensare e come comportarsi, che hanno bisogno di un culto di cui far parte per sentirsi amati ma soprattutto importanti, necessari a una causa superiore. Gli adepti infatti vengono reclutati tra coloro che subiscono qualche forma di ingiustizia, a causa dell’orientamento sessuale oppure perché donne in carriera, vittime di molestie e relegate a ruoli marginali da un capo che favorisce l’amante. Si tratta di persone costantemente umiliate, le cui remore e inibizioni morali cominciano pian piano a cadere, portandole a fidarsi di chi afferma di volerle proteggere e dar loro il giusto merito.

Ad accomunare tutti oltre alla paura e all’incertezza è soprattutto la frustrazione, una rabbia repressa che spinge ad abbracciare qualsiasi idea. Il terrore può far compiere gesti folli, ma il rischio maggiore è quello di abbandonare completamente i propri ideali e trasformarsi in ciò che poco prima si combatteva con veemenza.

Kai, infatti, comincia sempre con un giochino che porta le persone a confidarsi, rivelando in particolare un sentimento ben specifico: il loro più grande terrore, ciò che li attanaglia e che se covato può trasformarsi in violenza.

Con un discorso manipolatorio con cui cerca di mostrarsi come il portavoce del concetto di uguaglianza, il personaggio interpretato da Evan Peters vorrebbe abolire le etichette che dividono la gente, così da unire tutti in un unico gruppo che lotta per il bene comune. In realtà in una società non ancora veramente libera dalla discriminazioni, questo tipo di ragionamento significa mettere da parte i diritti individuali in nome di un beneficio che finisce per andare a vantaggio soltanto di un gruppo di eletti.

Caratterista principale di Kai è infatti quella di riuscire a far confluire attorno a sé sia l’elettorato conservatore, rappresentato da quelle categorie solitamente privilegiate ma che con l’emergere di gruppi prima emarginati sentono di venire privati del loro potere e così cominciano a fare la parte delle vittime, sia la fazione opposta, quella di coloro che non sono ancora adeguatamente rappresentati e protetti dalla società, e allora decidono di unirsi al gruppo più forte.

Il giovane, inoltre, con i suoi improbabili capelli color cobalto e l’ironia, le battute, l’atteggiamento adulatorio rappresenta il fascino del male, che si nutre del timore che nasce dal bisogno di sicurezza.

Così avviene che Ally, le cui fobie riaffiorano in seguito all’elezione di Donald Trump, credendo di essere perseguitata decide di dotarsi di infissi rinforzati in ferro con cui proteggere la propria abitazione e quindi la propria famiglia. Si tratta di un primo passo verso una chiusura abilmente sfruttata da Kai, che, in uno dialogo/scontro con la donna in cui lei risponde ai suoi discorsi reazionari con frasi sull’importanza di non creare muri ma strumenti di confronto, allora le chiede ironicamente se voglia utilizzare tutto il metallo delle inferriate di cui si sta circondando per costruire i suoi amati ponti. Una tale critica dimostra come la serie si rivolga proprio a quel pubblico che pensa di essere progressista, ma che forse messo di fronte al pericolo non si comporterebbe in maniere molto diversa rispetto a coloro che contesta.

Infine, come spesso accade all’interno di American Horror Story l’elemento femminile riveste un ruolo importante e nella maggior parte dei casi le donne, anche numericamente parlando, la fanno da padrone, affrontando in vario modo le discriminazioni che sono costrette a subire.

In Cult la setta a cui Kai dà vita è principalmente composta da uomini che si comportano come tanti soldatini pronti a dimostrare cieca lealtà al proprio leader, ma al suo interno vi sono alcune donne che inizialmente il ragazzo adula facendo leva sulle loro frustrazioni lavorative e sentimentali, mentre poi pian piano relega a un ruolo da servitù della componente maschile del gruppo. È proprio questo cambio di atteggiamento che comincia a svegliare la loro coscienza, dapprima pronte a sottomettersi come gli altri sperando nella realizzazione dei propri obiettivi, per poi rendersi conto di essere state miseramente illuse. Il lato misogino di Kai prende sempre più il sopravvento e non mancano le citazioni sessiste prese da alcune dichiarazioni volgari dello stesso Trump sul modo in cui vanno trattate le donne. Citazioni reali che dimostrano come non si tratti di lamentele esagerate e ormai anacronistiche, ma di una manifestazione evidente di come una certa mentalità sia purtroppo ancora attuale.

Eppure, come si dice esplicitamente in una puntata, Trump è servito a rompere l’argine di una rabbia femminile repressa, lui che con le sue parole apertamente misogine ha espresso pubblicamente quello che si continuava a pensare ma che non si aveva più il coraggio di dire a voce alta. Non è un caso che dopo l’elezione del presidente americano il movimento femminista sia rinato per opporsi al pericolo da lui rappresentato. Soltanto una volta che la minaccia ha preso forma ed è diventata evidente, allora si è ricominciato a pensare a un modo per sconfiggerla. Un evento negativo come la vittoria di un conservatore è dunque servito almeno a risvegliare le coscienza di molte.

Così, come spesso accade ed è accaduto nel corso della storia, le donne costrette a stare in seconda linea, a causa del periodo storico o di un certo tipo di mentalità retrograda che fatica a scomparire, si trasformano da pedine a burattinai e dietro l’apparenza accomodante in realtà muovono le fila degli uomini che credono di avere il controllo su di loro.

Inoltre, tra i vari leader di cui si racconta unico personaggio femminile presente è Valerie Solanas, figura controversa del femminismo degli anni Sessanta. Si tratta di un’attivista dalla vita travagliata, famosa oltre che per aver cercato di attentare alla vita dell’artista Andy Warhol, anche per essere stata l’ideatrice del manifesta chiamato SCUM, una violenta invettiva non soltanto nei confronti del patriarcato ma dell’intero genere maschile.

Ally e Kai finiscono per diventare i rappresentanti di questa lotta dei sessi, che culmina nel discorso, citato all’inizio, durante il quale il personaggio di Evan Peters alimenta ancora di più la rabbia di quello interpretato da Sarah Paulson, urlandole ciò che spesso le donne si sono sentite ripetere nel corso della storia, anche recentemente, seppur a volte in maniera più subdola.

Ma la risposta della protagonista a quelle parole è tagliente: “Ti sbagliavi. C’è qualcosa di molto più pericoloso in questo mondo di un uomo umiliato. Una donna spietata”.

Nasty woman, in originale, è la stessa espressione con cui Trump si era rivolto all’avversaria Clinton durante la campagna elettorale, uno dei vari elementi che accomunano i personaggi dello show televisivo alla realtà politica.

Un altro è il fatto che l’immagine della candidata democratica fosse legata al marito, in particolare al suo tradimento, circostanza che agli occhi della popolazione la rendeva una persona debole, proprio come il personaggi di Ally, ricordata principalmente per essere stata vittima della setta di Kai. Ma per imporsi occorre passare dalla parte del sopravvissuto che è riuscito a fuggire, dunque in qualche modo un debole, a quello dell’eroe che vince direttamente sul proprio aguzzino.

Il leader del culto finisce per soccombere soffocato della sua stessa sete di potere e dall’illusione di avere il dominio assoluto, però, nonostante la sua sconfitta dia grande soddisfazione, la scena finale instilla un dubbio nello spettatore. Ally apparentemente sembra voler dar vita a un sistema nuovo, in cui regna la giustizia e l’uguaglianza, obiettivo del femminismo, ma l’inquadratura finale suggerisce che in realtà anche lei sia diventata il capo di una setta, al femminile, seguendo le orme di Valerie Solanas. Dunque, come spesso avviene in American Horror Story, si tratta di una conclusione non proprio rassicurante, dal momento che nella puntata a lei dedicata questo personaggio era stato rappresentato in tutta la sua follia. Così se da una parte si può provare una certa compassione per le ingiustizie da lei subite, il suo atteggiamento estremo non appare certo come qualcosa da idolatrare o da proporre come soluzione.

Si prospetta allora un nuovo pericolo, quello per cui la vittima, una volta sconfitto il proprio aguzzino, finisca poi per prendere il suo posto.

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