Federico Musardo
pubblicato 4 anni fa in Altro

Gli avatara di Viṣṇu

le manifestazioni terrene di una divinità induista

Gli avatara di Viṣṇu

Il termine “induismo” è una denominazione di comodo che deriva dal termine “hindu”, utilizzato dagli arabi per indicare una specifica area geografica, la terra oltre il fiume Indo, in cui, più di tremila anni or sono, nacque la civiltà vallinda, una delle più antiche culture finora conosciute, sebbene il linguaggio ritrovato su alcuni sigilli non sia stato ancora decifrato, rendendo impossibile scoprire le specificità di questo ambiente culturale.
“Induismo” è un’etichetta per buona parte occidentale, anche se i nazionalisti hindu se ne appropriarono durante il XIX secolo.
All’interno di questo eterogeneo sistema di riti, credenze, culti – perché definirlo religione sarebbe inappropriato- esistono alcune tendenze devozionali.
Dopo il periodo vedico1 (dei Veda, risalente al secondo millennio anteriore alla nostra era) di cui sappiamo poco e niente, la bhakti (devozione) rese tradizionali alcune divinità, soprattutto Viṣṇu, Śiva e la Devi.

Molto dovremmo scrivere su Viṣṇu: questo breve articolo, tuttavia, illustrerà superficialmente le sue incarnazioni terrene, o avatara, “discese” che avvengono durante le epoche oscure, o kali-yuga2, in cui gli esseri umani si dimenticano del “dharma”, parola fondamentale per le tradizioni induiste, intraducibile, accostabile a dovere, etica, legge da rispettare per il corretto ed armonioso fluire dell’universo.

Viṣṇu che si riposa su Ananta-Shesha, divinità ofidica, insieme alla consorte Lakṣmī.

Viṣṇu che si riposa su Ananta-Shesha, divinità ofidica, insieme alla consorte Lakṣmī.

Queste incarnazioni intervengono per sconfiggere i demoni presenti in un periodo di oscurità, in modo da accelerarne la fine, per incominciare un nuovo ciclo cosmico. Senza un inizio creativo (non abbiamo alcuna “creazione” induista, a differenza delle religioni abramitiche), il tempo induista si configura piuttosto come una continuazione di inizi senza una fine, perpetuamente.
Curiosamente, anche Siddhārtha Gautama, o Buddha, è incluso in questo novero, anche se ha una posizione marginale. Ramachandra e Kṛṣṇa (che diverrà tanto centrale da conquistare una propria dimensione cultuale) sono eroi dell’epica.
Il numero canonico di questi avatara è dieci: per ragioni di spazio a disposizione e soprattutto onde evitare l’eventuale noia del lettore, preferisco presentarne alcuni più approfonditamente piuttosto che elencarne i nomi senza una descrizione attenta, sperando che l’argomento susciterà un interesse tale da richiedere un approfondimento.

Kurma, 1870 ca

Kurma, 1870 ca

Dal fondo dell’oceano di latte (uno dei cerchi concentrici che si sviluppano dal centro, in cui si erige il monte Meru, secondo la cosmologia puranica) la tartaruga Kūrma, uno degli avatara di Viṣṇu, sorregge il monte Mandara, cosicché gli dèi e i titani possano servirsene come bastone per frullare l’oceano cosmico da cui emergono diversi oggetti, tra i quali compare un’ampolla contenente l’amṛta, cioè il nettare degli dèi – come fosse l’ambrosia della mitologia greca.

Varāha

Varāha

Il cinghiale Varāha, altro avatara di Viṣṇu, salva il pianeta dal fondo dell’oceano cosmico che si è incarnato in una divinità femminile: dalla superficie ne effonde ovunque il corpo, generando le montagne e i sette continenti. Mi avvalgo ancora del Viṣṇu-purāṇa per introdurre l’ultimo degli avatara che vorrei presentare.
Prahlada, devoto di Viṣṇu, è il figlio del demone Hiraṇyākaśipu , impossibile da annientare di giorno come di notte, da uomo come da bestia, dall’interno o dall’esterno delle mura domestiche.
Per vendicare Prahlada, Viṣṇu si incarna in Narasiṃha, un “uomo-leone” ( non è un uomo e neanche una bestia), sconfiggendo la malignità del demone al tramonto (né di giorno, né di notte), emergendo d’improvviso dalla soglia esterna dell’uscio (né in casa, né fuori).
Dove la storia non è sufficiente e il mito religioso permea di sé la condotta umana, bisognerebbe assumere criticamente la propria dimensione culturale, senza assolutizzare, per conoscere il totalmente altro: così, liberi dai pregiudizi occidentali, possiamo apprezzare le bellezze dell’universo induista, che da più di tremila anni non smette di affascinare.

Narasiṃha

Narasiṃha


 

1 I Veda sono un corpus di scritti sacri che secondo la tradizione sono stati rivelati ad antichi veggenti, i Ṛṣi, i quali, di generazione in generazione, hanno custodito e tramandato questo sapere attraverso i riti – riservati esclusivamente ai sacerdoti, o brahmana.
Le divinità che compaiono in questi testi sono riconducibili a due dimensioni in conflitto: i Deva e gli Asura. Sebbene esistessero più figure divine, il culto del devoto verso una singola divinità si sviluppò in un secondo momento, dal VI secolo della nostra era; oltretutto, i confini tra le singole divinità sono più che fluidi. A titolo di esempio in alcuni inni del Ṛgveda Saṃhitā, prima raccolta giunta fino a noi, entro i confini di Varuna, il più importante degli Asura, dio dell’ordine e della giustizia, confluiscono alcune divinità minori.
Insomma, in parte per ragioni storiche, in parte per la carenza delle fonti, ad oggi il pensiero è che gli dèi vedici non siano stati soggetti a specifiche devozioni personali.

 

2 L’immagine visualizzata dal Viṣṇu-purāṇa (IV secolo d.C.) è quella di una mucca che si regge sulle quattro zampe durante la prima o perfetta era (satya-yuga), su tre nel tretā-yuga, su due nel dvāpara-yuga, e infine barcolla sull’ultima zampa rimasta durante il kali-yuga, ultimo momento di una graduale degenerazione.
Le cosmologie dei Purāṇa, “storie dell’antico passato”, insieme alle genealogie degli dèi, possiedono un fascino senza tempo, che ha alimentato un gran numero di teorie successive sulle dinamiche interne e sulla formazione del mondo- da allora, fin alla contemporaneità.