Culturificio
pubblicato 7 mesi fa in Cinema e serie tv

“Barbie” di Greta Gerwig

una bambola che impara a stare con i piedi per terra

“Barbie” di Greta Gerwig

Capelli biondo platino, occhi azzurri, corpo perfetto e piedi naturalmente arcuati per adattarsi alle immancabili scarpette a tacchi alti. Ma non solo.

Nel corso degli anni Barbie è diventata chiunque: dottoressa, insegnante, giudice, scienziata, astronauta, prendendo anche le sembianze di Samantha Cristoforetti. Ogni possibilità si è aperta davanti a lei, da un lato modello di ispirazione per le bambine di tutto il mondo, dall’altro uno stereotipo che di volta in volta ha rappresentato ciò che la società si aspettava da loro.

Più che anticipare, Barbie ha rispecchiato i tempi.

Ciò non toglie che la sua ideazione, a opera di Ruth Handler, abbia rivoluzionato il mondo dell’intrattenimento, e Greta Gerwig per raccontarla prende spunto proprio da una delle scene più iconiche del cinema classico tratta da 2001 Odissea nello spazio, mostrando come Barbie abbia segnato un’evoluzione nei giochi per l’infanzia destinati alle bambine, che per la prima volta non avevano un bambolotto di cui prendersi cura ma una figura femminile che rappresentava ciò che potevano diventare.

Tante le citazioni a pellicole cult presenti all’interno di Barbie (2023), film scritto e diretto da Gerwig in collaborazione con Noah Baumbach, prodotto da Margot Robbie che interpreta anche la protagonista.

La regista mette in scena un mondo di Barbie in tutte le declinazioni, professioni, etnie, culture, che vivono insieme in una società fatta su misura per loro, mentre i Ken ne rappresentano una “costola”, in una riproposizione della Genesi a parti invertite, in cui è il femminile a costituire il modello da cui tutto ha avuto origine.

Questa situazione di inferiorità dà vita a una delle storyline più interessanti del film, merito anche di Ryan Gosling nei panni di Ken, protagonista di una canzone diventata subito un tormentone. Un divertente gioco di ribaltamenti che, attraverso il ruolo di accessorio ricoperto dallo storico fidanzato di Barbie, poco considerato dalla meta del suo desiderio e spesso ridotto a fastidioso incomodo, descrive in realtà la posizione di molte donne nella vita reale, il cui scopo principale si riduce a essere oggetto – la scelta di questo termine non è sicuramente casuale.

La bravissima Margot Robbie incarna per l’appunto Barbie stereotipo, che ogni mattina si sveglia in quello che appare un giorno da sogno, vive in una casa fantastica e passa il tempo con le amiche tra coreografie e pigiama party. Almeno finché la plasticosa perfezione di Barbieland non viene messa in discussione, e la nostra protagonista è chiamata a un viaggio che la porterà nel mondo reale alla ricerca della bambina che giocando con lei ha creato un’anomalia nel sistema, riempiendola di “pensieri di morte” e imperfezioni. I suoi talloni per la prima volta toccano terra e non sono più della forma adatta per indossare delle scarpe alte, portandola a una crisi di identità.

Ma proprio mentre cerca di ritornare alla sua tanto amata vita di sempre, si renderà conto che se Barbie può essere chiunque vuole, lo stesso non si può dire per le bambine diventate adulte – che non si rispecchiano più in lei. Quel modello di emancipazione che credeva di rappresentare, nella realtà è rimasto in molti casi confinato soltanto nel mondo dei giochi dell’infanzia. Alle ragazze non sono state poi effettivamente offerte quelle infinite possibilità, e anzi si sono ritrovate soltanto davanti all’aspetto più problematico, quello di un irraggiungibile modello di femminilità priva di difetti. Inoltre, devono ancora confrontarsi quotidianamente con episodi di molestie e maschilismo.

Tra le critiche di ragazzine delle nuove generazioni che vedono in lei l’incarnazione di uno stereotipo a cui cercano di ribellarsi e un mondo reale ben lontano da quello immaginato, la Barbie di Margot Robbie capirà di essere appunto soltanto una bambola, che, anche quando è mossa da nobili intenzioni e si fa portavoce di modelli diversificati e sempre più progressisti, tende alla semplificazione, essendo destinata a entrare in una scatola. Quella che le hanno costruito attorno, fatta di aspettative irrealistiche.

Sostenuta da una campagna marketing i cui costi hanno forse superato quelli di produzione, con Barbie Greta Gerwig è diventata la prima donna a dirigere un film che ha incassato più di un miliardo.

Una così massiccia strategia di promozione è imprescindibile nell’inquadrare il genere di prodotto e di conseguenza valutare alcune sue scelte stilistiche. Si tratta di un blockbuster, che pullula di attori noti e canzoni che sono entrate nelle playlist estive, e dunque si rivolge a un pubblico il più ampio possibile. “Se ami Barbie” e “se odi Barbie”, si legge nel trailer.

Certe scene che agli occhi di chi affronta da tempo argomenti legati al femminismo appaiono didascaliche, in realtà considerando l’audience eterogenea che il film cerca di raggiungere potrebbero non essere così scontate. Ciò non toglie che le parti in cui il messaggio viene veicolato in maniera satirica e pungente sono sicuramente quelle più riuscite.

Ritornando alla fantastica scena di apertura, i giocattoli (un po’ come i film d’animazione) rivestono per i bambini un ruolo essenziale dal momento che imparano a stare al mondo imitando e riproducendo attraverso il gioco ciò che vedono, ed è importante che li stimolino a diventare chiunque vogliano. Ma alla fine spesso quei modelli rispecchiano le necessità di aziende a cui nella maggior parte dei casi quello che interessa davvero è fare più soldi possibili. Nonostante gli enormi passi avanti, Barbie è pur sempre una bambola dalle forme innaturalmente perfette, un prodotto che, benché rifletta alcune aspirazioni di indipendenza, resta appunto un oggetto. Mentre la casa madre, la Mattel, è formata da uomini che si riempiono la bocca di parole e discorsi di emancipazione senza poi effettivamente applicarli nella realtà, rappresentando esattamente cosa ha fatto la società soprattutto negli ultimi anni, attraverso un pinkwashing con cui ha cercato di vendere sogni dipingendoli di rosa. Sogni però rinchiusi in schemi ben precisi, da cui a un certo punto anche la Barbie interpretata da Margot Robbie cerca di scappare.

Il film mostra questo aspetto senza ovviamente smontare del tutto la magia incarnata da Barbie (la Mattel è in fin dei conti uno dei produttori). Greta Gerwig gioca molto con un’ironia camp per mettere in scena sia il presunto mondo perfetto in cui vive la bambola più famosa al mondo sia quello reale che dietro a una figura femminile “libera” nasconde un maschilismo ancora diffuso, ma talvolta meno evidente.

Un altro degli aspetti migliori di Barbie è mostrare che, nonostante la protagonista rappresenti lo stereotipo della donna perfetta, non è da sola, anzi sarà la sua controparte umana, una donna di origini latine insieme alla figlia adolescente, ad aiutarla nella sua impresa di emancipazione.

L’unico modo per salvarsi, suggerisce il film, è la sorellanza, sia tra Barbie che tra donne reali, che possono e devono continuare a sognare, anche se con i piedi per terra.


Skeeter