Marco Miglionico
pubblicato 3 settimane fa in Altro

Come scriviamo?

Breve indagine delle nostre pratiche di scrittura usuale, senza pretesa di scientificità

Come scriviamo?

Anche oggi, quando cioè l’uso di font digitali sta sostituendo sempre più la pratica scrittoria quotidiana e si sta appiattendo la differenza tra le varie scritture personali, anche oggi – si diceva – abbiamo modo di verificare che una differenza esiste tra come scriviamo in maiuscola e come in minuscola. Le riforme di epoca umanistica uniformarono le nostre pratiche di scrittura, selezionando quindi la scrittura capitale di impianto epigrafico (per intenderci: quella che ancora oggi si osserva nelle targhe delle vie o in alcune steli di carattere ufficiale) per la maiuscola, e per la minuscola invece vennero selezionate le scritture minuscole precedenti alla gotica, ritenuta incomprensibile già da Francesco Petrarca. Le varie riforme grafiche di Petrarca, appunto, degli umanisti Coluccio Salutati, Poggio Bracciolini, Bartolomeo Sanvito – ognuna con fortune varie che, talvolta, si limitarono all’esperienza grafica del singolo scrivente – recuperarono, andando a ritroso, le forme grafiche di una tradizione passata. Il bacino cui maggiormente attinsero era quello della scrittura carolina, pur con le differenze che la caratterizzarono nel corso del tempo in cui questa scrittura sopravvisse (almeno fino al XII secolo).

Proprio la scrittura minuscola carolina è negli studi uno dei fenomeni grafici più complicati da analizzare. Come qualsiasi altra scrittura, anche la carolina è stata studiata seguendone uno sviluppo ideale che, ad andamento parabolico, secondo taluni studiosi, ha raggiunto col tempo una progressiva maturazione e perfezione, al seguito del cui apice ha poi disceso lungo la china del disfacimento formale. Premesso che nessuna scrittura ha veramente seguito un siffatto sviluppo, ma che piuttosto bisogna ammettere che una scrittura sviluppa e si modifica sul piano diacronico e sincronico (osservando – come è stato fatto soprattutto dalla scuola italiana di paleografia latina – le varianti e il cambio grafico di una stessa scrittura), proprio la carolina è ancora un’aporia degli studi di settore. Circa la genesi di questa, infatti, ancora oggi si ritiene comunemente che debba essere ascritta alla più ampia riforma culturale di Carlo Magno, il quale ottenne un’omogeneità politica, quindi culturale e grafica, fra i diversi stati europei. Questa tesi è stata sconfessata da tempo, sebbene si riconosca il valore veicolare della Scuola palatina di Aquisgrana, nel cui ambito la minuscola carolina venne effettivamente potenziata e sviluppata come scrittura di affermazione trans e sovra nazionale nell’ottica di una “grammar of leggibility” per superare le differenze grafiche regionali nell’alveo dell’Impero. La carolina, infatti, veniva selezionata per copiare quei documenti di carattere ufficiale della corte palatina e carolingia che dovevano avere una circolazione più ampia. Lo stesso avveniva all’interno di uno dei maggiori scriptoria ecclesiastici del tempo, per quanto riguarda la produzione documentaria e letteraria destinata a una circolazione esterna: il centro di San Martino di Tours, al tempo della conduzione del noto Alcuino che proveniva dalle fila della cultura ufficiale infatti.

Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, venne alternativamente detto negli studi che la minuscola carolina aveva una genesi francese o tedesca, andando di pari passo con le sorti del conflitto e le rivendicazioni, di stampo nazionalista prima che storico, che Carlo Magno fosse franco oppure germanico. Rivendicare a sé l’origine di una scrittura che, forse per la prima volta nella storia, aveva raggiunto una espansione di tale calibro significava affermare (e giustificare) la predominanza culturale e politica di uno Stato sugli altri.

Negli anni, le proposte genetiche sono state le più varie, anche se ispirate a una comune cautela: taluni studiosi (Steinacker, Lehmann, ma soprattutto Cencetti) sostengono l’origine poligenetica di questa scrittura, a partire da diverse tendenze scrittorie nei vari ambienti culturali del tempo, che entrarono in contatto proprio grazie alla politica di Carlo Magno; altri (Luigi Schiaparelli) sostengono che la carolina sia il punto mediano, la stasi di un’oscillazione del pendolo che, seguendo questa stessa similitudine, avrebbe dondolato fra i poli di due altre grandi scritture di quel tempo, la semionciale e le scritture corsive. L’ipotesi più forte, e che dalla sua ha una solida base documentata, è quella più recente di Paolo Radiciotti o quella di Tino Licht, che poggia grosso modo sulla medesima base. Le due proposte, qualunque si scelga di privilegiare, sostanzialmente partono dallo spoglio della produzione scritta nell’area renana d’Europa, che Radiciotti distingue fra Ròmania e Germania, la prima delle quali comprende tutte le regioni di maggiore influenza culturale e grafica romana e la seconda, invece, l’area orientale del regno dei Franchi, meno romanizzata e conquistata a partire dalle imprese di Carlo Magno; qui i centri monastici di maggiore produzione scritta erano di fondazione anglosassone e da questa tradizione ne mutuarono qualche caratteristica. Riprendendo l’idea di un’origine poligenetica, Radiciotti affermava che le varie protocaroline nacquero in quest’ambito geografico, da cui la carolina a sua volta prese vita come scrittura non di imitazione (come credeva il tedesco Traube, ma riferendosi alla semionciale) bensì di selezione di quegli elementi che avrebbero meglio dato alla scrittura tutta una generale e migliore impressione di leggibilità. Questa selezione è, per Radiciotti, uno dei fenomeni più chiari dell’origine medievale di questa scrittura. Proprio come nell’architettura, nel Medioevo si tendeva a riutilizzare materiale dei monumenti di epoca romana, analogamente nella scrittura il recupero di questi spolia grafici ebbe lo stesso valore di continuità, ripristino e recupero in nuove forme dell’antichità (si veda, per esempio, il caso della a di tipo onciale).

Restava da chiedersi se potesse esistere un “inventore” della scrittura carolina, che ovviamente non fosse quel Carlo Magno la cui alfabetizzazione scritta resta dubbia. Secondo il parere di Radiciotti, furono gli “scribi-intellettuali di età carolingia”, quando cioè l’attività di copia non era più intesa come opus servile e perciò veniva affidata all’élite culturale del tempo. Costoro, infatti, “sono in contatto diretto coi manoscritti tardo-antichi in minuscola libraria, [e] attuano un processo interno alla loro scrittura usuale, nel senso di una semplificazione della tradizione corsiva, attraverso la riduzione dei legamenti”. Questa ricerca grafica, ispirata a una generale semplificazione, ha quindi dato vita, negli scriptoria dove lavoravano più copisti in collaborazione fra loro, agli esiti noti e poi passati, grazie agli umanisti, alla nostra pratica di scrittura.

 

 

Berlin, Staatsbibliothek Preussischer Kulturbesitz theol. Lat. 354 (f. 1v)