Federico Musardo
pubblicato 8 mesi fa in Recensioni

«Come un pipistrello rinsecchito». Sugli irraccontabili di Lemebel

«Come un pipistrello rinsecchito». Sugli irraccontabili di Lemebel

Prometeo non chiuse la bocca e rimase con il santo in mano afferrandolo per la testa, osservando il Mauser ammaccato che si riposava sul pavimento, mentre crescevano dentro di lui le voci sgualcite dei suoi ricordi disordinati: «Scappa verso la campagna, Prometeo, e attraversa le montagne. Si avvicina la morte, Prometeo, quella dei giusti, e tuo padre morirà lottando e io sono tua madre, ma non posso lasciarlo solo. Hai capito? Lasciami la gonna, che stanno arrivando. Che qualcuno si salvi, perché rastrelleranno tutto, butta questi documenti dove nessuno li possa trovare, perché un certificato di nascita con quel cognome è una sentenza di morte; non rendere le cose più difficili, non piangere. Prometeo, ti voglio bene e scapperei con te ma mi conoscono. Abbi cura di te e non ascoltare nessuno; corri, bambino mio, che stanno bruciando le prime case, non senti gli spari? (Il camion della guardia).

Niente nei suoi testi è casuale, tutto è pensato e consapevole, ogni parola, perché credeva in un mondo migliore e credeva di poterlo cambiare con la letteratura, dato che la rabbia per le ingiustizie gli schizzava fuori dalla pelle. Lasciò impronte private e pubbliche e, contro tutti quelli che non credettero in lui, segnò per sempre la storia letteraria del nostro paese (Pía Barros).

Iconico, eccentricamente performativo, rivoluzionario e queer, Pedro Lemebel (al secolo Pedro Mardones) ha agito per tutta la vita alla ricerca di una giustizia artistica, letteraria, sociale, politica e soprattutto umana. Ora Edicola Ediciones riunisce e pubblica Irraccontabili (trad. di Silvia Falorni), brevi prose giovanili corredate da illustrazioni che, pencolando sulla soglia tra individuale e collettivo, dimostrano come la vita plasmi la letteratura, proiezione trasfigurata della realtà e insieme organismo a sé, siccome anche scrivere è una forma di intervento politico.

Vere metamorfosi creative delle sue esperienze, questi racconti preparano il terreno per ciò che Lemebel scriverà fino alla morte: se i suoi frammenti di un discorso amoroso torneranno in un romanzo non privo di una certa ironia politica (Ho paura torero, Marcos y Marcos, 2001), gli atti di ribellione e gli strali rivoluzionari si riaccenderanno nelle cronache del volume Di perle e cicatrici (Edicola, 2019). Dagli «scritti piumati» di Baciami ancora, forestiero (Marcos y Marcos, 2008) e dalle accorate denunce di Parlami d’amore (Marcos y Marcos, 2016) traspare però tutta la vitalità espressiva di Lemebel, un artista polimorfo che ha una certa confidenza con temi e forme di scrittura differenti.

Di fronte agli Irraccontabili, valgono ancora le parole che qualche tempo fa Ludovica Valentino ha usato sul «culturificio» per commentare Di perle e cicatrici: tra le pagine di entrambi, infatti, «c’è il lusso del potere e ci sono i potenti, spodestati con le parole taglienti di chi è in grado di spogliarli e mostrarli così come sono, accanto agli ultimi, miseri su questa terra come tutti gli altri».

I personaggi dei racconti, sconfitti e stanchi, a volte si difendono reagendo, altre soccombono. Il lettore impatterà contro Lei entrò dalla finestra del bagno, siparietto di una gatta speciale; Una vigilia fortunata per Babbo Natale, sudicio e allucinato incontro di un’ubriaca; Bramadero, racconto di santi feticci e di coraggiosi abbandoni; Espinoza, storia delle cure e dei pensieri di uno «scapolo effemminato» verso un «bravo ragazzo»; Il camion della guardia, estrema vendetta di una madre che si ribella; Monsignore, avventura di un vescovo lussurioso che respira «l’odore rancido della polvere da sparo» dell’apocalisse; Baciami ancora, forestiero, scorcio di una «madonna con sottoveste di flanella» che solca i crepuscoli e si consuma; Melania, viaggio di un’illusa alla ricerca di un dente d’oro; Wilson, parentesi di una trasgressiva e degradante spettacolarizzazione; Gaspar, ritratto di un senzatetto cantastorie, «angelo guardiano dei bambini per strada»; poi, alla fine della raccolta, tre Microracconti più succinti e criptici.

La sessualità lirica del romanzo Ho paura torero, la corporeità della nostalgia, la meraviglia dell’ambiguità, il sentimento di un amore tragico, sono un po’ prefigurati da Una vigilia fortunata per Babbo Natale, racconto che per certi versi mi ricorda lo scandaloso Appunto 55 di Petrolio (Il pratone della Casilina), in cui un ragazzo offre amorevolmente sé stesso al capriccio sessuale degli altri, episodio che aveva suscitato la brusca reazione, tra le altre, di un Sanguineti troppo giudicante («la scena del prato in Petrolio è semplicemente sottopornografia. Magari fosse pornografia: ammettiamolo, Pasolini non sa fare neanche il pornografo»).

Anche Lemebel difatti conserva la stessa sporca dolcezza, riempie «foglietti, taccuini, biglietti dell’autobus» di una sessualità beffarda e, sotto sotto, teneramente disperata. Una vigilia fortunata per Babbo Natale e soprattutto Baciami ancora, forestiero, ancora più greve, dischiudono un volto della sessualità fetido e oscuro, estaticamente raccapricciante, desolato.

Come avviene per i racconti più militanti della raccolta, Lemebel si traveste da mercurio dei subalterni e testimonia la violenza epistemica, sia fisica che sociale, subita da poveri, emarginati, dissidenti, guitti, insomma da tutti coloro che risentono dell’asimmetria di potere connaturata alla società cilena, come altre intollerante e xenofoba, di cui lo scrittore tenta di sovvertire l’universo simbolico.

Per concludere, senza intaccare il piacere ingenuo di leggere dilungandomi troppo sulla trama, cito un passo da Il meraviglioso viaggio di Octavio (66thand2nd, 2015), romanzo di Miguel Bonnefoy, scrittore francese di madre venezuelana e padre cileno. Mi sembra un buon compagno di viaggio per gli Irraccontabili e per Lemebel:

La letteratura doveva tenere la penna come si tiene una spada, mescolarsi all’immensa e tumultuosa comunità degli uomini, in una lotta ostinata in difesa del diritto di nominare, impastata nella stessa creta, nello stesso fango, nella stessa assurdità di coloro che la servivano. Doveva essere eroica e piena di ferite, avere i capelli sciolti, un machete alla cintura o uno schioppetto in spalla. La letteratura doveva rappresentare anche chi non la leggeva, per esistere come l’acqua e come l’aria, e sempre in modo diverso. Ma in questo confuso fantasticare all’improvviso lo colse il sonno e si addormentò tra il marmo freddo della chiesa, solo e dimenticato, tra agnelli impagliati che lo circondavano come un angelo (p. 50).