Valeria Lattanzio
pubblicato 1 anno fa in Letteratura \ Recensioni

Farabeuf

Salvador Elizondo

Farabeuf

Ricordi, ricordi, ricordi. I ricordi come un’ossessione, i ricordi come un compito da terminare. Impossibile da terminare. I ricordi della storia di Farabeuf, il grande chirurgo che ricuce e amputa, e della sua amante.

È uscito per LiberAria, collana Phileas Fogg, Farabeuf, uno dei capolavori della letteratura messicana. È di Salvador Elizondo, autore poliedrico e geniale degli anni ’60 del Novecento, uno degli scrittori maggiormente in grado di recepire e applicare quell’avanguardia onirica della letteratura sudamericana. Parliamo di un autore che, in America Latina, viene facilmente accostato a Borges – almeno idealmente, poiché la prosa è invece volutamente magmatica, ricca, sovrabbondante, arruffata. Pochissime opere delle sue sono edite in Italia, purtroppo, e Farabeuf è il modo migliore per (ri)scoprire l’universo multiforme e magico di Elizondo. Octavio Paz, il premio Nobel, era un suo grande estimatore: diceva che Elizondo riusciva a descrivere razionalmente ciò che era irrazionale e a dare finalmente voce all’assurdità non delle menti, ma dei corpi.

Farabeuf o La cronaca di un istante. Perché di questo parla il romanzo: un istante, eternamente ripetuto e reinterpretato. Del resto, la realtà non è altro che ciò che raccontiamo a noi stessi. I ricordi vengono distorti e nascosti dal tempo, gli istanti si confondono e una storia lineare appare frammentaria. Farabeuf è al contempo un innamorato e un boia. Tutto sta come tracciato su un vetro appannato in un pomeriggio di pioggia.
Ma se i ricordi si perdono, si perde anche la propria identità, ed essa muta con loro. Tutto è e non è al contempo, come in uno spettacolo di magia.
C’era davvero quel castello di sabbia, o l’aveva distrutto un’onda? C’era l’amore o la morte?
La stessa copertina del romanzo è ambigua. LiberAria fa un’ottima scelta grafica suggerendo uno squarcio, una ferita, che al contempo potrebbe essere un organo sessuale femminile. Farabeuf e la sua assistente sono un uomo e una donna qualsiasi così travestiti (forse), che giocano, si scambiano, viaggiano in posti lontani. Convincersi che un istante sia avvenuto in un determinato modo vuol dire trasformare quella convinzione in realtà – e poco conta ciò che è accaduto davvero. Farabeuf sembra suggerire che la realtà sia quella che scaturisce dal plasmarla. E, in effetti, anche se si tende a credere che la realtà sia una e irripetibile, è ai ricordi che ci si aggrappa per dare “solidità” alla propria storia. Poco importa che il tempo abbia distorto gli eventi. Come sarebbe possibile la vita, giorno dopo giorno, se non ci si fidasse delle proprie memorie?
Bisogna fidarsi, e sforzarsi di ricordare.
Sembra di leggere un romanzo scritto con quella tecnica tanto amata da Calvino che era l’arte combinatoria. La letteratura come arte, artificio, la letteratura che mostra la sua struttura e nel fare ciò mostra anche la struttura del reale.

L’impossibilità e la necessità del ricordo, l’incubo delle immagini perennemente ripetute in un vortice che sembra indistricabile. C’è chi accusa questo tipo di scrittura di vuoto sperimentalismo. Ma una letteratura (una qualsiasi arte, a dire il vero) che non sperimenta è una letteratura morta e vuota, che non sposta i propri limiti, che non progredisce. Farabeuf è un libro ossessivo, un’esplosione che non termina. Ci sono dentro la chirurgia, l’I-Ching, la tavola Ouija, le stelle marine. Ideogrammi cinesi e specchi. Le ferite e la magia. La realtà e l’illusione – che sono la stessa cosa.
“Ricordi?”

 

 

L’immagine di copertina deriva da: http://www.liberaria.it/catalogo/farabeuf-la-cronaca-un-istante/