Federico Musardo
pubblicato 4 mesi fa in Altro

Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica

Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica

Il 12 dicembre 1981 Perec partecipò a una tra­smissione radiofonica in cui disse ciò che avreb­be voluto fare prima di morire. Aveva prepa­rato una lista da tenere sotto gli occhi. Si tratta di Quelques-unes des choses qu’il faudrait tout de même que je fasse avant de mourir. Al numero 35 della lista si legge: «C’è ancora una cosa che vorrei fare prima di morire, ma non so dove si situa. È: piantare un albero (e guardarlo cresce­re)».

(da Matteo Meschiari, Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica, con illustrazioni originali di Claudia Losi, Armillaria Edizioni, 2017)

In Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica, Matteo Meschiari vuole anzitutto che il lettore prenda coscienza del proprio essere nel mondo, con sé stesso ma anche insieme agli altri, per ragionare sulla profonda crisi ambientale che si prospetta all’orizzonte. Come possiamo, noi uomini, rispettare la vitalità dei paesaggi naturali? Qual è il giusto equilibrio tra natura e cultura?

Dalle prime pagine del libro: Si può allora resistere immaginando utopie, non quelle escapiste o dei parchi naturali dell’ani­ma, ma quelle del qui e dell’ora, che funzionano come specchi critici, come invenzioni di quell’inu­tile che salva la mente quando tutto sembra perduto. La mia utopia ha a che fare con la terra che stiamo perdendo. Immaginarla, camminarla, farla entrare nelle logiche del pensiero non ci eviterà il peggio che si profila davanti a noi. Ma ci permetterà di fare esercizio di resistenza, di conoscenza e di memoria, cose di cui avremo bi­sogno, e di cui avranno bisogno, molto a breve, i nostri figli.

Convivere con la natura significa cominciare dalla terra. Il primo capitolo, non a caso, si chiama ‘Potature’. Nel racconto L’uomo che piantava gli alberi, Jean Giono narra l’esperienza di un pastore solitario che trascorre le sue giornate a prendersi cura delle piante e degli alberi in un paesaggio sostanzialmente dimenticato dall’uomo. Con umiltà e sacrificio, l’uomo conferisce una nuova vita a quella ‘landa desolata’ che diventerà infatti un giardino quasi fiabesco . Cresce il verde, si respira un’aria pulita e la vegetazione cambia il paesaggio. Molte piccole famiglie si riscoprono entusiaste all’idea di andarci a vivere, in pace e armonia reciproca. ‘La speranza era dunque tornata […] Era ormai un posto dove si aveva voglia di abitare’ (Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, Salani, p.39). Egli non smette di piantare gli alberi neanche durante le guerre mondiali, quando altrove gli uomini si uccidevano in nome della patria. ‘La società di quell’uomo dava pace’ (Ivi, p.23). Anche Geoanarchia poggia su una forte utopia di fondo, tuttavia con una differenza radicale, strutturale, ovvero che, oltre la divina e disinteressata gentilezza dell’uomo verso la natura, gli uomini hanno bisogno di imparare a conoscersi.

Quando pensiamo all’importanza delle immagini e della loro presenza nell’individuo e nella comunità, oppure leggiamo, con la critica di Adorno all’industria culturale sottotraccia, che l’anarchico, termine esteso a chi vorrebbe impegnarsi per cambiare le cose, ‘è previsto dal sistema, è un dentro nel dentro’, non sappiamo come reagire. L’uomo pare impotente di fronte a tutto questo. Invece potrebbe ancora, insieme agli altri, fare la differenza, insegnare qualcosa, annunciare la sua presenza al mondo. Ognuno dovrebbe colpevolizzarsi per consapevolizzarsi. Sia tanti uomini e scrittori del secolo scorso che le menti più lucide della contemporaneità sono stati o sono tuttora alla ricerca di un’umanità redenta.

Meschiari non intende subire passivamente le modificazioni dei paesaggi, né gli usi o piuttosto gli abusi a cui essi sono soggetti per via del progresso tecnico e tecnologico. Agire e resistere da un punto di vista ecologico, immaginare, creare e condividere immagini rappresentano alcune delle sue proposte. Un modus vivendi in sintonia con la nuda terra. Attraverso quindi l’immaginazione e la grandezza sopita degli animi, svegliati dalla poesia, vivere insieme alla natura potrebbe non trattarsi più di un’utopia:

Eppure continuiamo a parlare di politica. Do­vremmo parlare piuttosto di poesia. La poesia è l’unica via politica praticabile oggi, e sem­pre. Quello che manca sono proprio i poeti della terra. All’anarchia dovremmo sostituire la geoanarchia, un’anarchia che apprende tutte le sue libertà, tutti i suoi pensieri, tutte le solu­zioni pratiche ai problemi sociali dalla terra, la terra sotto i piedi.

Il testimone passa nelle mani del lettore. Sceglierà a sua volta di educare sé stesso e gli altri alla vita di tutte le creature, o continuerà a vivere accontentandosi del proprio egoismo? Immaginerà un nuovo legame tra l’uomo e la natura, o piuttosto una dolorosa sopraffazione?