Alice Figini
pubblicato 4 mesi fa in Recensioni

Il bagliore transitorio e inequivocabile della singolarità

"Due vite" di Emanuele Trevi

Il bagliore transitorio e inequivocabile della singolarità

Perché noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene.

E quando anche l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno.

Non stupisce che Emanuele Trevi sia il grande favorito tra i finalisti del premio Strega 2021. Da quando, nel 2012, il critico letterario romano sfiorò la vittoria con il libro dedicato a Pier Paolo Pasolini, Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie, 2012), puntualmente si solleva un coro di voci mai sopito che poco velatamente bisbiglia, mormora e infine invoca: «Date il premio Strega ad Emanuele Trevi».

Un’affermazione in effetti difficile da contraddire, perché la narrazione di Trevi è a giudizio di molti quanto di più rivoluzionario e incantatorio sia stato concepito nel panorama nazionale attuale. C’è una metafisica della scrittura propria dei suoi romanzi che non si trova in nessun altro autore contemporaneo.

Riprendendo il concetto di teoria iniziatica della letteratura, mutuato dal filosofo Elémire Zolla, l’autore romano concepisce l’opera scritta come un percorso graduale a tappe verso la rivelazione di verità intime e nascoste dell’esistenza.

La narrativa di Trevi, in questo senso, manifesta un proposito oracolare: ogni romanzo si compie come un viaggio iniziatico che sembra introdurre il lettore alla scoperta di verità superiori su sé stesso e sul fine ultimo della propria vita. È una scrittura che vaga e divaga, segue le strade impervie e intricate dell’esistenzialismo e alla fine ritorna al punto di partenza, cioè alla domanda che aveva innescato la storia e la lascia aperta con la consapevolezza di aver rivelato tutto e nulla; eppure di averci avvicinato il più possibile a quelle corde estreme di umanità che solo la letteratura è in grado di sfiorare.

I libri di Emanuele Trevi si leggono camminando e – al contempo – ci fanno camminare mentre leggiamo conducendoci per mano attraverso i vicoli nascosti di Roma che spesso si riavvolgono su loro stessi come una vecchia pellicola cinematografica; oppure per i musei di Parigi alla scoperta delle opere dei grandi artisti dell’impressionismo francese; o semplicemente, permettono alla nostra mente di smarrirsi tra i labirinti infiniti e immortali del pensiero.

Il narrare è fluido eppure costantemente inframezzato da continue divagazioni che non rallentano il ritmo della storia; al contrario le donano spessore e la alimentano di un più ampio respiro che acquisisce via via un una forza prorompente in grado di comprendere tutto e disvelare ogni cosa «fino al suo ultimo segreto».

Il libro finalista al premio Strega 2021, Due vite (Neri Pozza, 2020), brilla di luce propria, è un piccolo gioiello di scrittura perfettamente compiuto in sé stesso racchiuso in appena un centinaio di pagine. A un primo sguardo sembrerebbe un libro sull’amicizia – il racconto, singolare e commovente, delle vite di Rocco Carbone e Pia Pera, scrittori al quale l’autore era legato da un affetto profondo. In realtà questo singolare libretto racchiude molto più della storia di due vite: è una riflessione su temi scottanti quali identità, il talento, il destino. E, soprattutto, rappresenta un titanico tentativo di resurrezione, di quelli che solo la letteratura può attuare.

«La scrittura è un mezzo singolarmente buono per evocare i morti» scrive Trevi nella conclusione, quando la storia ormai è all’epilogo e il narratore appare assediato da fantasmi che nel frattempo hanno preso corpo, voce e una fisionomia ben precisa. È dalle lacune generate dalla mancanza che prende origine la parola scritta: la verità racchiusa nel libricino divinatorio di Emanuele Trevi è essenzialmente questa, incastonata in un narrare intessuto di nostalgia.

Quando scriviamo di una persona che se n’è andata o è venuta a mancare la sua presenza torna vivida alla nostra memoria, diventa all’improvviso tangibile e ingombrante, più vera di un oggetto, più forte del miraggio evanescente del ricordo. La distanza sembra legittimare la scrittura, le conferisce autorità nel raccontare la singolarità di ciò che è stato e non sarà mai più.

Il legame tra letteratura e memoria è particolarmente intenso in queste pagine, come era accaduto in Sogni e favole (Ponte alle Grazie, 2019), tanto che diventa impossibile distinguere dove inizi l’una e finisca l’altra: è il ricordo stesso a sostenere la scrittura, e viceversa.

Sulla stessa linea del fortunato libro precedente, Trevi scava a fondo nel senso del tempo trascorso e riesce a mostrarci la profondità del vivere in tutta la sua commovente e straordinaria unicità.

Ancora una volta i personaggi narrati sono degli artisti, perciò persone fuori dagli schemi: Rocco e Pia – come era accaduto per Amelia Rosselli e Cesare Garboli – rivivono nella peculiare parabola di una vita vissuta all’estrema potenza proprio in virtù di un talento creativo incontenibile.

Le loro esistenze tempestose e tragiche sono filtrate dallo sguardo del narratore, che inevitabilmente sovrappone la propria storia a quella degli amici. È lui a raccontare, sua la voce che dice «io» e cerca di salvare i ricordi dalla casa in fiamme della propria memoria recuperando foto, lettere, ritagli di giornale, qualsiasi appiglio utile a salvare quel che rimane del passaggio transitorio di due vite, singolari e poetiche come tante altre, su questa terra.

Emerge quindi anche il legame, prezioso e umano, di un’amicizia caratterizzata dalle sue alleanze variabili, dai periodi più o meno brevi di allontanamento, dai rimpianti e dai sensi di colpa che immancabilmente definiscono ogni genere di rapporto. La voce di Trevi tuttavia spesso sembra astrarsi dal racconto e contemplare l’irripetibilità delle esistenze dei Rocco e Pia da una prospettiva più ampia, universale: allora la storia non riguarda più due individui, ma abbraccia l’umanità intera ponendo domande che non otterranno mai risposta. Il passaggio dalla prima persona singolare alla prima persona plurale è, del resto, un segno distintivo del fluire costante e inarrestabile della prosa dello scrittore romano.

 Com’è possibile che conteniamo in noi così tante cose disarmoniche e spaiate, manco fossimo vecchi cassetti nelle quali le cose si accumulano alla rinfusa, senza un criterio?

Sono interrogativi rivolti al lettore, o forse no. Quel che è certo è che nella mente di chi legge trovano una sorta di cassa di risonanza nella quale fanno eco e continuano a ripetersi a oltranza. La scrittura di Trevi ci trascina dentro la burrasca incoerente della vita e, allo stesso tempo, all’interno delle spirali della nostra mente.

Due vite è un ritratto sfumato fatto a matita, con pochi mezzi ma con un’attenzione inesausta verso il particolare, la ricerca del dettaglio che ne garantisca l’autenticità. L’autore si interroga spesso sulla giusta distanza da adottare per descrivere in maniera lucida e precisa le vite degli amici; Trevi mostra senza esitazioni al lettore il proprio banco di lavoro, come un artista alle prese con una grande opera, elenca gli strumenti a sua disposizione e ne lamenta la povertà dinnanzi all’importanza dell’impresa. «Perché più ti avvicini a un individuo», afferma a un certo punto del racconto «più assomiglia a un quadro impressionista».

È una ricerca lenta, un lavoro costante di scavo nella memoria in cui si mescolano sentimenti teneri e delicati, affetto e nostalgia, e la pretesa di capire ciò che non si riesce a capire: la natura fuggevole dell’esistenza, il perché delle ferite irreparabili che affligge ad alcuni e ad altri no. 

Il tratto più delicato della storia è proprio quello dedicato all’epilogo, al destino che fatalmente travolge i due amici. Ma anche verso il finale la penna del narratore si mantiene sempre in bilico tra adesione alla realtà dei fatti e un affetto smisurato che travalica il senso definitivo della perdita e Trevi trova nella vita delle piante una specie di seconda forma di esistenza, una resurrezione arborea.

La luce sembra così sorgere sempre e non tramontare mai: in primavera i fiori formano nuovi bulbi pronti a sbocciare, e proprio nella metafora della vita vegetale sembra essere racchiusa – in nuce – la prospettiva di una rinascita, che forse offre una risposta poetica e consolatoria a tutti gli interrogativi sollevati nel corso della narrazione.

Il romanzo si configura come un omaggio poetico alla vita degli amici ed è in estrema sintesi un gesto d’affetto intimo e profondo, il tentativo di cristallizzare il lascito umano di due esistenze attraverso la letteratura.

Si chiude con un senso improvviso di vuoto, di smarrimento. In definitiva, quella di Rocco Carbone e Pia Pera è stata un’esistenza felice o infelice? Si rilegge qualche pagina qua e là in cerca di un indizio, un presagio, un’indicazione che lasci intuire il senso finale della storia.

In fondo è una tendenza tipicamente umana quella di cercare soluzioni a enigmi impossibili: e non è questo che ci aspettiamo dalla letteratura, in fondo? La conferma che la vita sia già stata vissuta da altri, non molto diversi da noi?

Non è certo compito di Trevi offrire risposte, al contrario: per tutta la narrazione si interroga sul concetto sfuggente di destino e ingaggia una lotta ardimentosa contro il tempo per restituirci il bagliore, transitorio eppure inequivocabile, di due vite. 

Non dico solo nei libri, ma nell’universo non c’è nulla che davvero ci assomigli, noi stessi non ci assomigliamo, e ogni forma di identificazione non è, in fin dei conti, che il casuale sovrapporsi di ombre fuggitive.

Nel corso di un recente incontro con il pubblico, presso la Libreria Eli di Roma, Emanuele Trevi ha fatto una dichiarazione bellissima – e non potrebbero esserci parole migliori per concludere questo breve omaggio ai suoi libri e alla sua scrittura. Ha detto che se esistesse un superpotere di cui lo scrittore è dotato sarebbe senza dubbio la telepatia, poiché lui è il solo che attraverso la lingua scritta riesce a far immaginare al lettore ciò che la sua mente vede.

E proprio qui risiede la magia della letteratura, lo scintillio della bacchetta stregata: ogni lettore trova nel libro un’immagine nuova, perché «nessuno può sognare il sogno di un altro».