Culturificio
pubblicato 4 anni fa in Arte

Jean-Michel Basquiat

la fenomenale ascesa del genio dannato dell'arte neo-primitivista, inghiottito dall'assetato mercato dell'arte della New York degli anni '80

Jean-Michel Basquiat

H. Geldzahler:“ Mi piacciono, quei disegni che consistono solo di un elenco…”
Basquiat: “Una volta ne stavo facendo uno in aereo, copiavo certe cose da un libro sulla scultura romana, e una signora mi chiede: “Oh, cosa stai studiando?” “E’ un disegno” ho risposto.
[tratto da un’intervista di Henry Geldzahler, responsabile del Dipartimento Arte del Ventesimo secolo al Metropolitan Museum di New York e Soprintendente alla cultura della città di New York]

Paranoico con tendenze autodistruttive. Se Jean-Michel Basquiat fosse andato da uno psicologo, questo sarebbe stato il responso. Genio maledetto dell’arcrown.jpg!Blogte neo-primitivista americana degli anni ‘80, Basquiat sarà incoronato dalla critica e da lui stesso come l’unico pittore nero americano che abbia lasciato il segno nella storia dell’arte. Anche lui, consapevole del suo futuro successo, usava firmare i suoi graffiti con una corona.

Ma anche il più solido degli imperi è destinato a cadere.

Poco conosciuto dai più, e oltremodo apprezzato dalla critica, Basquiat comincerà la sua scalata verso i massimi vertici dell’arte scrivendo con bomboletta spray il suo credo per le strade più frequentate di Brooklyn, firmandosi con lo pseudonimo di SAMO
(THE SAME OLD SHIT). La sua posizione era quella di outsider; non si riconosceva nel consumismo che invadeva lo scenario artistico, tanto da marchiare con il simbolo del copyright tutto ciò che, secondo lui, risultava essersi venduto al mondo del mercato. Non sa ancora che sarà lo stesso mondo che sta criticando a inghiottirlo nel vortice del successo, senza dargli via di scampo. A soli vent’anni, mentre i ragazzi della sua età sgomitano tra la folla per farsi 12391954_10208195380831769_9106757173464358132_nsolo conoscere, SAMO è ormai una celebrità. Emerge grazie all’arguzia di curatori di mostre che vedono in lui un potenziale mezzo con cui aumentare i propri introiti. Non bisogna dimenticare che nell’America degli anni ‘80, il massimo profitto proveniva dalla vendita di opere d’arte. Critica il minimalismo e l’arte concettuale, per lui l’atto creativo deve tornare alle raffigurazioni formali. Le sue fonti sono innumerevoli: nelle sue tele ritroviamo la cultura pop di Kenny Scharf, l’Art Brut di Jean Dubuffet, l’espressionismo astratto di De Kooning, il dripping di Pollock, tutto ciò caratterizzato dalla smaterializzazione dei personaggi, i quali non sono nient’altro che un richiamo al suo mondo tormentato, caratterizzato dall’ossessione per il successo e dalla paura per la morte. Usa tutte le tecniche a sua disposizione per richiamare l’attenzione degli esponenti d’arte suoi contemporanei: frasi cancellate, linguaggio criptico e simbolico, tele popolate 06_15_Basquiat_portrait_mustrunfullsizeda immagini infantili, figure mostruose e colori accesi. La tela diviene portavoce del suo modo di vivere, tanto da crearci un rapporto “intimo”. Come Pollock, anche Basquiat usava “immergersi” nella tela, finanche ad addormentarsi sopra o mangiarci. Nonostante non ebbe una formazione accademica, fu dotato di una profonda cultura data la sua passione per i libri, tanto che, alla sua morte, furono ritrovati nel suo appartamento molti manuali di storia classica, di mitologia e d’arte in genere. Celebre è il regalo di sua madre: dovendo passare un periodo di convalescenza in ospedale in seguito ad un incidente stradale, questa decise di regalargli “l’Anatomia” di Henry Gray; l’opera letteraria lo stimolò nel produrre un’arte popolata da soggetti deformi in cui tendeva ad analizzare i tratti in maniera sezionata. Il suo mondo, così come quello del graffitismo, tra i cui esponenti ritroviamo Keith Haring, esordisce con una prima mostra collettiva nel 1980; da quel momento l’arte di strada entrerà di diritto nelle maggiori gallerie d’arte. Dato l’immediato consenso del pubblico, l’anno successivo verrà realizzata una seconda mostra collettiva; le figure scheletriche di Basquiat saranno battute a prezzi stellari. Il ragazzo scapestrato dei sobborghi della periferia di Brooklyn, viene catapultato in un mondo dominato dai mercanti che in pochi anni cambieranno il profilo dell’arte.

 

 

Basquiat e Warhol

Basquiat e Warhol

A partire da questi anni lo vedremo al fianco di Andy Warhol e Francesco Clemente, con i quali produrrà opere congiunte. Warhol ricopre il ruolo di figura paterna per Basquiat, che lo considera come modello pop da cui trarre ispirazione per le sue creazioni. Il sodalizio tra i due giunge presto al termine sia per lo scarso successo della mostra al Tony Shafrazi Gallery realizzata in connubio, sia quando il “Times” definisce Basquiat “una mascotte del Re del Pop”. Le sue opere cominciano a convincere sempre meno la critica che tende a definirle “tele infantili” e le sue abitudini legate alla droga e all’alcool non gli permettono di avere rapporti lavorativi. L’epilogo avviene a soli ventisette anni, il 12 agosto del 1988 in un appartamento di Great Jones Street.

 

Viene a mancare un’artista in grado di rappresentare le proprie paure, uno dei primi a portare l’arte di strada sul grande palco dell’arte ufficiale. La sua arte, spesso non compresa, ci appare infantile solo all’apparenza, in realtà, quello che si può leggere nelle sue raffigurazioni è un profondo messaggio d’inadeguatezza in un mondo in cui è stato costretto a vivere.12391954_10208195380831769_9106757173464358132_n


Articolo a cura di Chiara Tondolo