Alessandro Foggetti
pubblicato 10 mesi fa in Cinema e serie tv

“La ballata di Buster Scruggs” dei fratelli Coen

una fiaba western intorno al destino

“La ballata di Buster Scruggs” dei fratelli Coen

La copertina di un vecchio libro e una musica dolce in sottofondo compongono la prima inquadratura di La ballata di Buster Scruggs (The Ballad of Buster Scruggs, 2018) di Joel e Ethan Coen. Dopo Il Grinta (True Grit, 2010) tornano sul genere western con un lungometraggio suddiviso in sei capitoli, racconti, che i registi hanno pensato in 25 anni di carriera cinematografica. Il vecchio West – dipinto da una fotografia impeccabile e suggestiva di Bruno Delbonnel – è il nucleo principale di questi sei racconti, tutti molto differenti tra loro, collegati da un filo rosso filosofico che verte sul significato umano del destino beffardo, delle scommesse e della morte. Cowboy, rapinatori, carovane, teatranti, cercatori d’oro e cacciatori di taglie sono gli elementi che costituiscono le vicende narrate, in un’atmosfera tragica, comica e paradossale. Ogni singolo episodio, sia umoristico che tragico, cela al suo interno una metafora sulla vita, dove nessuno è padrone del proprio destino anche se è padrone delle proprie azioni. Una visione cinica e realistica già perfettamente delineata nelle precedenti opere dei Coen. The Ballad of Buster Scruggs e Near Algodones, il primo e secondo episodio del film, non sono legati dalla trama, ma dal destino e dalla metafora che accomuna i due protagonisti. Il primo, Buster, anche se presentato come un personaggio buono – è vestito interamente di bianco, canta e parla direttamente con lo spettatore – in realtà si rivela un brutale pistolero che agisce senza pensare alle conseguenze; il secondo invece è un rapinatore di banche e lo spettatore comprende subito che il personaggio subisce passivamente il corso degli eventi senza reagire. I due protagonisti sono totalmente diversi, ma il risultato non cambia, perché da quello che emerge dalle vicende è il destino a decidere: sia per chi scommette, giocando con il destino; sia per chi abbandona la partita prima di giocarla. Il terzo episodio, Meal Ticket, narra di un teatrante, privo di braccia e di gambe, che insieme al proprietario del teatrino mobile gira tra le diverse contee per mettere in scena, con fervente passione, il suo monologo. Il protagonista, metaforicamente, è un burattino – paradossalmente senza un posto dove poter attaccare i fili – usato semplicemente per il guadagno e la sopravvivenza. L’infelicità dell’attore e la situazione economica generale porteranno a delle soluzioni drastiche. Questa volta il destino agisce per mezzo della scelta umana, rendendo così il racconto ancor più tragico e la riflessione verte maggiormente sulla crudeltà della persona che su quella della vita; senza escludere la riflessione sul complicato mondo dell’arte e dello spettatore ignorante che preferisce un prodotto artistico di basso livello. All Gold Canyon e The Gal Who Got Rattled racchiudono nella loro narrazione i cardini dell’iconografia e della cinematografia riguardo il vecchio West. La ricerca dell’oro e la migrazione verso territori migliori sono inseriti in questi due racconti dove la voglia di arricchirsi e l’ironia della sorte emergono nitidamente. Se per il cercatore d’oro, la fortuna prenderà il sopravvento, per la protagonista di The Gal Who Got Rattled non sarà così. L’episodio conclusivo è The Mortal Remains, una perfetta e coerente chiosa sulla morte. Un viaggio di cinque personaggi a bordo di una carrozza verso un luogo sconosciuto – esteticamente, i fratelli Coen, omaggiano con l’ambientazione e la “carrozza spettrale” pellicole come Nosferatu (Eine Symphonie des Grauens, 1922) di F.W. Murnau e La vergine di Cera (The Terror, 1963) di Roger Corman – che dialogando e dibattendo palesano allo spettatore i propri stili di vita, alternando racconti riguardo al passato e speranze per il futuro. I viaggiatori incarnano tutte le sfaccettature del caso: lo scommettitore, la religiosa, il bigotto e i cacciatori di taglie; componendo un mosaico conclusivo che tocca finemente le riflessioni emerse nei cinque episodi precedenti. Articolo a cura di Alessandro Foggetti

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