Alessandro Foggetti
pubblicato 2 mesi fa in Cinema e serie tv

La direttrice (The Chair, 2021)

La direttrice (The Chair, 2021)

Voglio farvi una promessa: non permetterò che saccheggino questo dipartimento.

Diretta da Daniel Gray Longino, creata da Amanda Peet e Annie Julia Wyman, La direttrice (The Chair, 2021) è la miniserie TV di sei episodi targata Netflix che narra le rocambolesche vicende di Kim Ji-Yoon (Sandra Oh) all’Università di Pembroke.

Il campus, la neve, il caffè da passeggio, le giacche in tweed e le aule affollate. Sembrano le componenti di una consueta narrazione intorno alla vita universitaria. La direttrice invece cerca di abbandonare i canoni del genere e prova ad andare in profondità. Fa emergere tematiche attuali e fortemente dibattute come l’emancipazione femminile, la meritocrazia accademica, il razzismo e il complesso contesto sociale nel microcosmo universitario: il rapporto tra studenti e docenti, ma anche quello interno a quest’ultimi, tra nuova e vecchia generazione.

Il personaggio cardine che deve destreggiarsi tra questi mondi e mantenere l’equilibrio è la direttrice Kim Ji-Yoon, che sulla nuova e scomoda sedia deve sopportare il peso delle aspettative ma anche quello della crisi economica che sta affrontando il suo dipartimento. Come se non bastasse le problematiche toccano anche la sua sfera personale, con la piccola figlia adottiva “Ju Ju” (Everly Carganilla) – troppo matura e consapevole per la sua età – e l’amico e docente Bill Dobson (Jay Duplass) che, a causa della perdita della moglie e la partenza della figlia per il college, non fa altro che peggiorare le cose in qualsiasi ambito, sia accademico che sentimentale. Bill rappresenta la figura dell’eterno adolescente, spaesato e irrazionale, che prova con risultati altalenanti a mettere ordine nel microcosmo domestico di Kim.

Il punto di forza di questa serie è la capacità di abbinare l’ironia alle differenti problematiche che devono affrontare i personaggi. Lo spettatore si troverà catapultato in continuo flusso di fatti e conseguenze che rende palese l’intenzione di attualizzare tematiche nella società odierna con alcune velature goliardiche e paradossali. Un esempio di questo approccio così sardonico è incarnato dalle figure stereotipate e istituzionali dei dinosauri dell’università, come Elliot Rents (Bob Balaban) e Joan Hambling (Holland Taylor).

Con uno stipendio alto, la poca partecipazione degli studenti ai loro corsi e la pigrizia nel riposare sugli allori del passato, e con prestigiose pubblicazioni alle spalle, questi dinosauri – tra riposini, pillole e giornate in biblioteca – non provano a rinnovarsi e non riescono a venire incontro alle esigenze delle nuove generazioni di studenti. Un cliché visto spesso sullo schermo, che in questa miniserie ha trovato il giusto equilibrio tra verità e finzione, tra ironia e drammaticità. Personaggi che trattano temi profondi e che alleggeriscono la narrazione con le loro gaffe e i rocamboleschi tentativi di approcciarsi alle nuove tecnologie.

Nella ristretta sfera dei protagonisti, un’altra figura che trova spazio nelle vicende è la docente afroamericana Yaz McKay (Nana Mensah), perché, insieme a Kim, partecipa alla lotta femminile contro la struttura accademica maschilista dettata dalla narrazione. Inoltre, fa parte di quella nuova generazione di docenti che prova ad attualizzare le tematiche di studio – razzismo, sessualità, femminismo, capitalismo – e cerca di virare su problematiche sociali reali e non solo teoriche anche con lo studio di scrittrici (e non solo di scrittori). Anch’essa una figura forzatamente stereotipata che però diventa fondamentale in una miniserie di sei episodi, di circa trenta minuti, dove le vicende devono scorrere velocemente ma soprattutto in modo efficace.

Ho iniziato a lavorare qui come assistente 32 anni fa. Mi offrirono 26.000 dollari. Ma seppi che John McHale, che iniziò nello stesso periodo ed è ancora qui, ne ottenne 16.000 in più. Volevo dire qualcosa all’epoca, ma non volevo essere quella donna. Ho scritto un libro su Chaucer, la prima lettura femminista de Il racconto della donna di Bath. Ma al dipartimento, se servivano volontari per questioni amministrative, chiedevano sempre a me.

Il ruolo professionale e sociale della donna è sicuramente il fulcro della narrazione. Kim, Yaz e Joan rappresentano le diverse sfaccettature di una macrotematica che attraversa tutti gli episodi. Se Kim deve affrontare i problemi con la direzione del dipartimento e le pressioni del preside Larson (David Morse), Yaz deve invece collaborare con Rents per fargli avere più iscritti al suo corso, ma viene comunque trattata come una qualsiasi assistente. In tutto ciò, Joan è stata messa in uno scantinato a causa dei tagli al dipartimento e deve subire le scortesi e negative valutazioni online dei suoi corsi da parte degli studenti.

Per Kim, fuori dalle mura universitarie, la situazione non è meno complicata. La vivace e spigliata “Ju Ju” scatena delle complesse riflessioni sull’adozione da parte di una madre single e sulla crescita di una bambina che sente su di sé il peso di diverse culture: coreana, messicana e statunitense.

Il campus di Pembroke è il luogo che permette l’intreccio dei protagonisti e mette in primo piano le questioni attuali del mondo accademico, senza retorica. La miniserie infatti mette in evidenza i contrasti e i punti d’incontro generazionali, prova a toccare alcune corde politiche e sociali senza appesantire troppo la narrazione e con la giusta cura nei dialoghi.

Si sente e si legge spesso il termine leggera nei riguardi di una serie tv o anche di alcuni film. Onestamente è davvero difficile determinare in poche righe cosa possa significare questo termine nel linguaggio cinematografico. È certo che La direttrice nell’immaginario comune rientri in questa categoria – episodi brevi, narrazione lineare, personaggi stereotipati e psicologia non troppo approfondita –, ma siamo davvero sicuri che a volte non siano proprio questo tipo di fruizioni seriali a rendere più accessibili le riflessioni? Questa serie ha un linguaggio diretto e ironico che non cade nella banalità e restituisce una narrazione fluida e altrettanto piacevole:

Fucker in charge of you fucking fucks.