Maria Concetta Fontana
pubblicato 2 settimane fa in Cinema e serie tv

“La regina degli scacchi”, unica regina in un mondo di re

“La regina degli scacchi”, unica regina in un mondo di re

Miniserie originale Netflix, tratta dal romanzo The Queen’s Gambit scritto da Walter Tevis e pubblicato negli anni Ottanta, La regina degli scacchi (2020) è stata tra i prodotti più visti a livello mondiale, stabilendo un record per la piattaforma di streaming con oltre 62 milioni di spettatori nei primi 28 giorni dal rilascio. Un vero e proprio fenomeno collettivo che negli USA ha portato a un incremento della vendita di scacchiere e libri sull’argomento, e che ha conquistato anche l’Italia, dove per settimane la serie ha mantenuto il primo posto nella Top10 superando un’altra regina, quella inglese di The Crown.

La protagonista è Elizabeth Harmon, una bambina prodigio che scopre di avere un talento incredibile per gli scacchi osservando il custode dell’orfanotrofio in cui vive. L’uomo gioca da solo nel seminterrato e dopo qualche titubanza accetta di insegnare alla piccola tutto ciò che sa, accorgendosi ben presto di avere di fronte a sé una mente geniale.

Questa passione è ulteriormente alimentata da alcune pillole verdi, che a metà degli anni Cinquanta vengono regolarmente assunte dalle orfane dell’istituto per farle stare più tranquille, provocando in Beth strane allucinazioni che le permettono di visualizzare una scacchiera sul soffitto della sua camera e continuare ad allenarsi anche prima di dormine. Quando la somministrazione di queste “vitamine” viene proibita, la giovanissima protagonista, che ormai ne è dipendente, cerca di rubarle, ma il tentativo le costa una punizione che la terrà per alcuni anni lontana dal mondo formato da 64 caselle in cui si era rifugiata.

Contro ogni previsione, una volta cresciuta e diventata un’adolescente Beth viene adottata e può ritornare a giocare, cominciando a partecipare a numerosi tornei, dove con grande facilità vince una partita dopo l’altra. Così l’orfana dalla frangetta cortissima e dai vestiti cupi, simili per tutte le ragazze dell’orfanotrofio, si trasforma pian piano in una giovane donna elegante che si distingue da tutte le altre. Nella serie tv entra un tocco di colore, e gli ambienti plumbei dell’infanzia lasciano il posto a una casa dalle tonalità più calde, mentre quelle della maggior parte degli altri ambienti restano desaturate, come se una patina fuligginosa continuasse a caratterizzare la vita della protagonista.

Con gli scacchi, però, ritornano anche le famigerate pillole verdi, riaccendendo la sua vecchia dipendenza. Queste medicine, infatti, vengono abitualmente consumate, insieme all’alcool, dalla donna che l’ha adottata, la signora Wheatley.

All’inizio quest’ultima rappresenta per Beth tutto ciò in cui non si rivede, un prototipo di femminilità al quale non ha nessuna intenzione di aderire, e viceversa lei fatica a comprendere una ragazza così diversa dalle sue coetanee. Soltanto successivamente la necessità di cavarsela da sole crea tra le due un rapporto di complicità, e la madre adottiva decide di aiutarla a gestire l’attività scacchistica.

A quel tempo, infatti, per una ragazza molto giovane i tornei di scacchi potevano rappresentare l’opportunità di ottenere i primi guadagni in maniera non disdicevole, dato che il lavoro era considerato prerogativa delle donne delle classi più basse, in particolare di quelle di colore, escludendo le altre dalla possibilità di aspirare a qualche forma di autonomia economica.

Anche se talvolta alcune espressioni vengono un po’ troppo calcate perdendo di naturalezza, l’attrice Anya Taylor-Joy con i suoi grandi occhi ipnotici e il caschetto ramato incarna perfettamente l’animo di Beth. Da una parte razionale e algida, dall’altra una ragazza segnata da un passato difficile, che trova negli scacchi un mo(n)do per prendere in mano il proprio destino e diventarne padrona.

Durante il gioco ha la possibilità di studiare le sue mosse e quelle degli avversari, avendone un certo controllo. Questa sicurezza le manca invece nella vita privata, dove raramente riesce a creare o mantenere rapporti stabili. Una situazione di solitudine emotiva che viene riempita da alcool e pillole, e ben espressa da una sequenza in cui l’inquadratura mostra Beth che, dopo essere fuggita da una festa e aver rubato un bottiglia di liquore, si distende sul letto mentre l’ombra della scacchiera proiettata sul soffitto cala lentamente su di lei, avvolgendola in maniera quasi sensuale, a indicare l’unico tipo di relazione che la fa sentire davvero a proprio agio e protetta.

Quella di Elizabeth Harmon è la storia di una ragazza che riesce ad affermarsi in un mondo maschile come era, ed è ancora, quello degli scacchi, senza mai rinunciare a una spiccata femminilità. Beth, infatti, mostra buon gusto e una passione per gli abiti, che in alcune occasioni le viene rimproverata dai membri della Federazione. Quest’ultimi cercano in questo modo di sminuire una donna, per di più giovanissima, che si fa strada senza lasciarsi intimorire da nessuno, dimostrandosi anzi sicura di sé, dotata di spirito competitivo e grande determinazione, a volte supponente. La protagonista è spinta da una brama di vittoria che non accetta pareggi e che nasce dal bisogno di riscatto dopo un’infanzia piuttosto travagliata.

La regina degli scacchi è una serie tv molto ben confezionata. L’ambientazione anni Sessanta permette di ammirare la moda del periodo grazie ai meravigliosi look sfoggiati dalla scacchista, la quale possiede un’eleganza innata capace di esercitare un certo fascino sui più burberi giocatori con cui deve confrontarsi, all’inizio scettici, poi incuriositi e alla fine conquistati.

La storia, come esemplifica il titolo italiano, vede come protagonisti assoluti Beth e il suo talento per scacchi, che monopolizzano la scena, lasciando purtroppo poco spazio ad altri approfondimenti o personaggi, che finiscono così per rivestire il ruolo di pedine che entrano ed escono dalla vita della giovane per aiutarla nel suo percorso. Questo tipo di rappresentazione riguarda anche le scene d’amore e si esprime nella scelta di concedere loro pochissimo spazio. Nei corteggiamenti prevalgono seducenti giochi di sguardi e raramente sono mostrati contatti fisici, come pure un semplice bacio, non permettendo allo spettatore di andare oltre, quasi si volesse mantenere una certa distanza e non far vedere la protagonista che cede a un momento di passione.

La cornice estetica della serie risulta affascinante grazie a fotografia, scenografia e costumi, così come ad alcune scelte registiche, mentre il procedere della trama talvolta appare scivolare verso il suo obiettivo finale senza grandi conflitti. Se non quelli delle dipendenze di una ragazza dalla mente geniale e dall’infanzia segnata da un evento traumatico, che però non risulta qualcosa di particolarmente innovativo.

Forse lo è il fatto che si tratta di una donna, per di più negli anni Sessanta, ma in realtà questo tema viene poco problematizzato e anzi liquidato abbastanza facilmente, perché Beth non incontra grandi difficoltà a farsi rispettare, costituendo un’eccezione tra le altre donne che invece vengono rappresentate in maniera piuttosto convenzionale.

Questa differenza è messa in evidenza soprattutto quando comincia a frequentare le scuole superiori e non riesce a stringere amicizia, sentendo di non avere nulla in comune con le compagne. Anche se c’è chi si dimostra gentile, lei mantiene sempre un atteggiamento distaccato, quasi nessuna fosse alla sua altezza.

La stessa madre adottiva incarna il prototipo della casalinga di quegli anni la cui vita si riduce alle mura domestiche, disprezzata dal marito e avvolta da un’apatia che trova nell’alcool e nelle medicine un modo per placare quel vuoto interiore. Soltanto con Beth la sua esistenza subisce inaspettatamente una scossa, grazie alla necessità di accompagnare la giovane in giro per i tornei, ma questo non basterà. Sembra che per le altre figure femminili, che cercano di andare oltre certi stereotipi imposti dall’epoca, non ci sia una vera possibilità di riscatto e finiscano per rimanere comunque intrappolate dentro schemi tradizionali.

Al contrario la maggior parte degli uomini che Beth incontra, nonostante il periodo storico, non ha problemi a confrontarsi con lei. Gli avversari non appaiono umiliati per essere stati sconfitti da una donna in un gioco che veniva considerato tipicamente maschile, anzi spesso diventano suoi alleati, soprattutto nell’aiutarla a sconfiggere il nemico sovietico, che dominava in questo campo.

Anche se sarà un personaggio femminile a ritornare in scena per determinare una rinascita dell’eroina e spingerla ad affrontare la sfida più importante, questo dimostra ancora una volta come le figure che circondano la protagonista siano funzionali principalmente al trionfo e alla celebrazione dell’unica regina della serie.

La storia di Beth è quella di un riscatto individuale, che inoltre si concede un finale un po’ troppo fiabesco, in cui il candore dell’ambientazione russa possiede un’eleganza e un fascino che contrastano con gli spazi grigi che avevano dominato durante la prima puntata in orfanotrofio, a indicare l’avvenuta catarsi.

La regina degli scacchi riflette la sua protagonista, una serie tv affascinante all’esterno ma senza grandi sentimenti a riscaldarla, che mostra a volte più ossessione che passione. E così, proprio come afferma uno dei cronisti durante una competizione, alla fine: «L’unica cosa certa su Elizabeth Harmon è che adora vincere».