Culturificio
pubblicato 3 anni fa in Arte

L’altra faccia della medaglia del Barocco Romano

L’altra faccia della medaglia del Barocco Romano

Tra la fine del Cinquecento e la metà del Seicento, la fisionomia di Roma ci appare permeata dallo stile Barocco, stile che permetterà alla città papale di valicare le più alte cime dell’arte europea. La sua affermazione si deve all’operato del mecenate Urbano VIII, il quale favorì l’ascesa di uno dei maggiori protagonisti del Barocco romano, Gian Lorenzo Bernini, per poi esaurire la sua spinta durante il papato di Benedetto XIV. Mancando un termine italiano adeguato, potremmo definire l’unità delle arti che si affermano in quegli anni con il termine romantico Gesamtkunstwerk (Unity of the Visual Arts). Non a caso i maggiori protagonisti del Seicento, da Gian Lorenzo Bernini a Pietro da Cortona, esercitavano con grande versatilità tutte queste arti. Roma diviene la capitale dell’arte; qui confluiscono i massimi nomi dello scenario architettonico e pittorico europeo che la incoroneranno culla dell’arte Barocca. 12910421_10207885817137123_618842824_nPer quale motivo l’Italia è considerato un territorio fertile per l’arte di fine Seicento? A risposta di ciò non dovremmo considerare unicamente il glorioso passato artistico dell’Urbe; da non sottovalutare è la condizione politico- economica che interessava la Roma di quegli anni. Con il trattato di pace del 1559, che poneva fine al conflitto tra la Francia e la Spagna, il controllo sulla penisola fu affidato al dominio spagnolo. Da quel momento in poi l’Italia orbitava politicamente intorno al vincitore e poteva godere di tutti i benefici economici della situazione. Così anche nel Seicento, mentre nell’Europa infuriava la guerra dei Trent’anni, conclusasi nel 1648 con la pace di Westfalia, l’Italia rimase spettatrice senza subire eventi politici rilevanti. Tale emarginazione politica non significò un indebolimento nel progresso culturale, artistico e scientifico, anzi con il Concilio di Trento (1545-1563), la Chiesa risultava vincitrice nella sua lotta contro il protestantesimo. Ciò gli varrà la pragmatica attribuzione di Chiesa Triumphans. Quest’ultima, riconquistato il proprio potere, rintracciò nella produzione d’architetture monumentali, il miglior modo per ribadire la propria egemonia. La maestosità e lo sfarzo di tali opere avevano come scopo quello di stupire gli appartenenti a qualsiasi ceto sociale. E così fu. Roma abbandona il suo volto medievale per incamminarsi verso una città moderna, fatta di marmo e di stucchi; abbandona l’arte musiva paleocristiana e prende in mano un pennello, donando giochi di ombre e improvvise esplosioni di colore. Roma rinasce e si reinventa grazie al lavoro delle nuove leve, i cui celebri nomi rimangono ancora oggi esempi di eccellenza, tanto da spingere flotte di turisti ogni anno nella capitale per ammirarne i lavori e celebrarne l’immensa bravura. Tali nomi hanno reso Roma la città Barocca per eccellenza, ma allo stesso tempo la città in cui l’anti-Barocco risulta evidente.

12966502_10207885818177149_688064696_n Entrando, ad esempio, all’interno di Sant’Andrea della Valle, il contrasto si fa sentire; se da un lato abbiamo la cupola barocca di Lanfranco, dall’altra, la volta del coro presenta uno stile classicista, di cui l’artista bolognese Domenichino si fa portavoce. Quanti entrando all’interno della suddetta chiesa noteranno le pitture di quest’ultimo? Quale ammaglierà lo spettatore? La maggioranza di noi sarà affascinato dall’originalità del Lanfranco poiché promotore della teatralità e dello stupore tipici del barocco. In quegli stessi anni committenze legate agli ordini dei gesuiti, teatini e filippini, richiederanno i servigi di artisti tradizionalisti, lontani dalla spettacolarità barocca e dai suoi sfarzi. A tal proposito si possono citare i lavori dei fratelli Carracci, vicini ad una visione classicista ed armonica della composizione, priva del naturalismo lombardo che avremo con Caravaggio. Facenti parte della medesima scuola carraccesca furono Domenichino,12910421_10207885817137123_618842824_n Francesco Albani e Guido Reni i quali collaborarono con Annibale e Agostino Carracci nella realizzazione della superba galleria Farnese all’interno dell’omonimo palazzo romano. Interessante sarebbe creare un parallelo tra l’arte classicista seicentesca e l’arte barocca degli stessi anni, in modo da comprendere il motivo del declino dell’arte portavoce dei canoni classici di cui una delle massime interpretazioni fu la “Caccia di Diana” del Domenichino conservata all’interno di Galleria Borghese.12900006_10207885818857166_1535506093_n


 

Articolo a cura di Chiara Tondolo