Alessandro Foggetti
pubblicato 2 mesi fa in Cinema e serie tv

“Lanterna magica”

“Lanterna magica”

L’infanzia nella canonica del Sophiahemmet: il ritmo quotidiano, i compleanni, le funzioni religiose, le domeniche. Doveri, giochi, libertà, regolarità e sicurezza. Il lungo cammino nel buio per andare a scuola in inverno: il gioco delle bocce e le gite in bicicletta in primavera; la lettura ad alta voce intorno al camino, la sera, nelle domeniche d’autunno.

Il 14 luglio 1918 nasceva a Uppsala (Svezia) Ingmar Bergman, regista di pellicole come Monica e il desiderio (Sommaren med Monika, 1953), Il settimo sigillo (Det sjunde inseglet, 1957) e Il posto delle fragole (Smultronstället, 1957). Nella sua autobiografia, Lanterna magica (Garzanti, 2016), Bergman ha raccontato, senza inibizioni, la sua altalenante vita.

Un diario, uno scrigno dei ricordi in cui ha messo nero su bianco i fantasmi della propria vita. Un modo per togliersi un macigno dalla coscienza e liberarsi, mentalmente, da alcune frustranti costrizioni dettate da una famiglia religiosa, in Svezia, nel primo trentennio del Novecento. Ma in Lanterna magica non c’è solo spazio per ricordi negativi e opprimenti: il regalo di un proiettore e la vista delle immagini in movimento aprono la mente verso qualcosa di inedito e folgorante. Un mondo nuovo in cui Bergman approderà molti anni dopo, lasciando un segno indelebile nella storia del cinema.

Una domenica ho il mal di gola e vengo dispensato dall’andare alla messa solenne. Rimango solo in casa. L’inverno sta per finire e la luce del sole compare e scompare con rapidi, silenziosi movimenti sulle tende e sui quadri. L’enorme tavolo della sala da pranzo si innalza al di sopra della mia testa, io sono appoggiato con la schiena a una delle gambe tondeggianti.

Le pagine in cui il regista racconta la sua infanzia sono molte: ogni aneddoto viene immancabilmente collegato a un’esperienza nella vita da adulto, come se queste ultime fossero state influenzate dai ricordi e dai rapporti sociali del passato. Si tratta di ponti temporali in cui Bergman ha deciso di descrivere con minuzia le due sponde del fiume, passato e presente, e raccontare cosa ha trovato durante il tortuoso tragitto.

Le testimonianze sul rapporto con i genitori – soprattutto la madre –, sulle amicizie e sulle sfortunate disavventure rappresentano la colonna portante su cui si innestano le riflessioni intime e private di Ingmar; un percorso a tappe nella mente di un genio della regia. Un mosaico di emozioni che il regista non cerca di nascondere ma che mette in vetrina, come se stesse cercando di riflettere su sé stesso attraverso la parola scritta, dai primi amori alla passione per il teatro e il cinema:

A volte è una particolare fortuna essere regista cinematografico. Un’espressione mai provata si genera nell’istante, e la cinepresa fissa questa espressione. Proprio questo è successo oggi. Inaspettatamente, senza averlo provato, Alexander diviene pallidissimo, un dolore assoluto si dipinge sul suo volto. La cinepresa fissa l’istante. Quel dolore, inafferrabile, fu lì per qualche secondo e non tornò mai più, non c’era nemmeno prima, ma la pellicola imprigionò l’attimo […] Forse vivo per questi brevi momenti. Come un pescatore di perle.

In Lanterna magica i discorsi sulla morte, sul destino e sulle scelte di vita aleggiano sempre con una certa insistenza, comprese le molte malattie vissute in prima persona e quelle di coloro che hanno accompagnato la sua carriera. Per certi versi questi continui riferimenti portano cinematograficamente a due celebri film: Il settimo sigillo e Il posto delle fragole.

Nel primo due reduci dalle Crociate, il nobile cavaliere Antonius Block e il suo scudiero Jöns, tornano in patria trovandovi solo paura, malcontento e disperazione. Mentre la peste corrode le sue vittime, Block è assalito da una profonda crisi spirituale e si ritrova a colloquio con una figura oscura, la Morte. Per provare a guadagnare tempo, e a sopravvivere, sfida quest’ultima in un’inverosimile partita a scacchi. Nella cruciale attesa, durante il viaggio di ritorno verso casa, incontra una famiglia di artisti di strada che gli restituirà un fioco barlume di speranza.

Presentata al Festival di Cannes del 1957, dove ottenne il Premio speciale della giuria, è tratta da un testo teatrale dello stesso regista, Pittura su legno (Trämålnin, 1954) e ispirata, tra le tante suggestioni, dal dipinto Il cavaliere, la morte e il diavolo (1513) di Albrecht Dürer. L’angoscia esistenziale del protagonista, amplificata dalle celebri scene della partita a scacchi con la Morte, è accompagnata dalle opposte figure che lo circondano: l’ingenuo sognatore Jof e il cinico scudiero Jöns. Personaggi simbolici che incarnano le riflessioni sulla religiosità e sull’inquietudine morale.

Mentre nel secondo, Il posto delle fragole, l’illustre professore Isak Borg (Victor Sjöström), accompagnato dalla nuora Marianne (Ingrid Thulin), inizia un viaggio in automobile verso Lund per ricevere un riconoscimento accademico per la sua brillante carriera. Ma durante questo percorso, tra il reale e l’onirico, dovrà affrontare i fantasmi del passato e fare i conti con i propri errori.

La narrazione verte sull’itinerario spirituale di un uomo anziano che, sentendosi al capolinea, tenta di fare un bilancio della propria vita: ricordi, luoghi, incontri, sogni e incubi che rappresentano un’acuta riflessione sul senso della vita e sulle mancate occasioni.

Il settimo sigillo e Il posto delle fragole prefigurano tutto ciò che nell’autobiografia Lanterna magica emerge più volte. Il malessere fisico, l’ombra della morte, i primi amori, la religiosità, l’irrequietezza e il continuo scavare nel passato per cercare un volto o un luogo che possa equilibrare i propri rimorsi di coscienza. Le vicende del passato e del presente – Bergman ha concluso il manoscritto nel 1986 – si intrecciano in modo viscerale. Ogni capitolo diventa una sceneggiatura a sé stante che potrebbe passare direttamente su pellicola.

Intime confessioni, paure e riflessioni a cui il regista collega le sue ultime opere cinematografiche, tra cui Sinfonia d’autunno (Höstsonaten, 1978) e Fanny e Alexander (Fanny och Alexander, 1982), lasciandosi trasportare dai ricordi e dalle muse che lo ispirarono in Luci d’inverno (Nattvardsgästerna,1963) e Sussurri e grida (Vargtimmen, 1968).

Grazie alla gentilezza della Cineteca del Filminstituet, ho la possibilità di prendere a prestito vecchi film da un deposito inesauribile. La sedia è comoda, la stanza protetta, si fa buio e la prima tremante immagine compare sulla parete bianca. È silenziosa. Le ombre si muovono, si girano verso di me, vogliono che io presti attenzione al loro destino. Sessant’anni sono passati ma l’eccitazione è sempre la stessa.

Lanterna magica non è solo l’autobiografia di Ingmar Bergman, è un manifesto sul cinema. La storia di un prodigio della macchina da presa che segue i tasselli della propria vita provando a cercare sé stesso. Ma quello che trova in questo lungo percorso fatto di pensieri, dolori e parole non è facilmente codificabile, si tratta di una sorta di enigma tra il giovane e il vecchio Bergman: famiglia, amori e carriera cinematografica.

Le contorte teorie e le labirintiche riflessioni restituiscono al lettore qualcosa di profondo e intangibile, che trovano un unico punto di incontro artistico, per qualunque avvenimento o situazione:

Il ritmo dei miei film viene concepito nella sceneggiatura, a tavolino, e viene generato dinanzi alla macchina da presa. Ogni forma di improvvisazione mi è estranea. Se qualche volta sono costretto a prendere una decisione senza averci riflettuto sopra, comincio a sudare, mi irrigidisco dalla paura. Il cinema è per me un’illusione progettata fin nei minimi dettagli, lo specchio di una realtà che quanto più vivo tanto più mi appare illusoria.