Gianmarco Canestrari
pubblicato 7 giorni fa in Altro

Le riflessioni di Arendt e Weil

per una nuova visione antropologica

Le riflessioni di Arendt e Weil

non l’Uomo ma gli uomini abitano la terra

(Hannah Arendt, Vita activa)
È così che potremmo riassumere la posizione antropo-filosofica di una delle menti più eccellenti del Novecento, Hannah Arendt. Al centro della sua riflessione si trova la convinzione che la condizione umana più propria è quella espressa dalla pluralità, dalla speciale fortuna che ha l’uomo di trovarsi a condividere e abitare un mondo pieno di altri esseri umani. La solitudine, la chiusura in se stessi, l’alienazione dal mondo, che la filosofa attribuisce ad alcune correnti antiche ma soprattutto al cristianesimo, non è la condizione d’esistenza dell’uomo in quanto zoon politikon e zoon logon echon , secondo la tradizionale definizione antropologica aristotelica. Ovvero, l’uomo in quanto animale politico (ovvero sociale) e come animale che ha la capacità e la possibilità di parlare, di dar vita a qualcosa di nuovo, non può accettare come sua propria caratteristica peculiare l’esser solo, il vivere isolato dalla società in cui si trova o il non poter “rompere il silenzio”. L’atto stesso di produrre un enunciato, per dirla con Benveniste, è l’atto più gratificante e più vivificante per un essere che ha inscritto nel dna il carattere della socialità e della linguisticità. Ecco perché, nel disegno mirabile che Arendt traccia in Vita activa, la condizione dell’animal laborans (ovvero di colui che mette al primo posto la nuda vita, la conservatio vitae, e il prolungamento della specie) e quella dell’homo faber (ovvero di colui che privilegia e considera di maggior pregio le sue opere piuttosto che se stesso) non possono aver ragion d’essere in un mondo abitato da uomini. O per lo meno non possono far a meno di prendere in considerazione il carattere di prassi, d’azione, che è insito nella condizione umana: l’uomo, proprio perché rispecchia i caratteri delineati da Aristotele, è un uomo d’azione, un uomo che è in grado di dar vita sempre a qualcosa di nuovo, di unico e irripetibile, che li consente di distinguersi dagli altri, di sottolineare la propria unicità e specialità. Questo è ciò che Arendt sintetizza nella nozione di natalità, completata dall’altro carattere fondamentale, la rivelazione, la quale mostra invece il carattere di fenomenicità proprio dell’uomo: quando si agisce nella sfera pubblica, si appare, ci sia fa fenomeni agli occhi degli altri che ci vedono come unici e irripetibili nella nostra natura; insomma con e tra gli altri mostriamo la nostra soggettività, il nostro vero “io” che a noi, purtroppo, è precluso sapere di che natura è ma si rende visibile agli altri con cui interagiamo. La pluralità, il dar vita a qualcosa di nuovo e unico e la rivelazione del mio “chi” (piuttosto del mio “che cosa”), mostrano bene ciò che Arendt chiama la spinta a “immortalarsi”, a ricercare fama immortale, che viene conferita da chi ascolta o vede quello che rendiamo pubblico, visibile nell’infra, nell’in-between, nello “spazio delle relazioni”. La filosofia di Arendt non è una meditatio mortis, una riflessione sull’essere-per-la-morte, sul “futuro in cui finiremo” per dirla con Heidegger, ma è un inno alla vita, alla natalità, al dar vita al nuovo, all’irripetibile, a ciò che consente di mostrarci agli altri come veramente “umani”, è una “filosofia del tra”, dell’essere-fra-gli-altri. L’uomo si mostra sempre più un attore e non autore delle sue azioni, lui vive, sperimenta le vicende, ma chi “fa e comprende la storia” è il narratore che con sguardo retrospettivo interpreta e legge gli eventi. Nonostante l’azione, che è la più gratificante e completa attività umana, abbia dei limiti quali l’imprevedibilità, l’irreversibilità, l’illimitatezza e l’anonimità degli autori, l’uomo ha in mano la chiave per superare questi ostacoli che si presentano sulla via: il problema dell’irreversibilità, ovvero il fatto che tutto quello che un uomo fa e compie pubblicamente non possa essere eliminato od occultato, può aver rimedio grazie allo straordinario potere del perdono. Attraverso il perdonare e ciò che permette tale facoltà, ovvero l’amore, l’uomo riesce a rimediare a questo grande problema che circonda le sue azioni pubblico-politiche. Il perdonare contiene in se la grande potenzialità di investire sia l’azione che chi la compie, sulla base dell’amore che si prova per la persona stessa. Invece il problema dell’imprevedibilità, ovvero il non sapere mai come si svilupperà l’azione-discorso che si compie, viene rimpiazzata grazie al potere della promessa. Promettere è, come dice Arendt, costruire “isole di certezza in un oceano di incertezza”. Perdonare e promettere, i due performativi che salvano i rischi insiti nell’azione, sono così importanti che l’uomo non può far a meno di metterli in atto, proprio per una esigenza quasi salvifica o di sopravvivenza in un mondo abitato da uomini che commettono ogni giorno peccati ed errori. Ecco allora che Arendt mette in guardia dall’atteggiamento individualistico, di chiusura in se e di esclusione dell’altro, perchè

Chiusi entro noi stessi, non riusciremmo mai a perdonarci alcuna mancanza o trasgressione perchè privi dell’esperienza della persona per amore della quale si può perdonare

La visione di Simone Weil è, per molti aspetti, molto vicina a quella di Arendt. Quello che distingue le due filosofe è che Weil aggiunge e completa il quadro filosofico – politico con una vena mistica. La visione antropologica della filosofa francese è intrinsecamente legata all’esperienza religiosa che lei sperimentò in tutta la sua vita e che la accompagnò in tutto il suo percorso intellettuale.

Mi sembra duro pensare che il rumore del vento tra le foglie non sia un oracolo; duro pensare che questo animale, mio fratello, non abbia anima; duro pensare che il coro delle stelle nei cieli non canti le lodi dell’Eterno

Quella di Weil è la figura di una intellettuale che ha saputo mettersi sempre dalla parte degli oppressi, degli ultimi, di coloro che vivevano la vita come una pura necessità e non come un eterno canto alla Bellezza che circonda le cose umane. La sua vita è un continuo dubbio, un eterno forse, anche sulle cose più intime che la interrogheranno fino alla morte avvenuta in giovane età (solo 34 anni).
A volte considerazioni sulla storia e sul destino umano la avvicinano molto alle visioni arendtiane: quella storia fatta di oppressione e basata sull’esercizio della forza, la critica al materialismo e soprattutto la visione di un uomo manchevole di qualcosa che lo completa unito al bisogno di immortalarsi. L’uomo è così manchevole che tutto ciò che fa prende una piega diversa da quella che li ha dato il Creatore: «Non possiamo attaccarci al passato senza attaccarci ai nostri delitti». Il passato attanaglia l’uomo e lo costringe a fare i conti con le sue azioni e i suoi sbagli: è qualcosa che fa parte della sua vita e che lo caratterizza come essere umano, come abitante di un mondo che di per se sarebbe perfetto se non fosse per la capacità d’azione che lo caratterizza e che trasforma le cose del mondo, a volte in modo negativo e deforme. Ne il Manifesto Weil teorizza la soppressione dei partiti politici come ancora di salvataggio da una politica lontana dall’uomo ma soprattutto lontana dagli ultimi, in cui bisogna farsi anonimi e tuffarsi nel fiume della vita ogni qual volta se ne richiede l’utilità. La bellezza che caratterizza il mondo è qualcosa di sublime e di trascendente che deve essere lasciata così com’è, senza manomissioni o intrusioni di alcun genere che ne rovinerebbero il nucleo essenziale. L’uomo, l’eterno viandante, va alla ricerca della Verità che lo domina e che lo accompagna in tutta la sua esistenza: è lui quindi, non la verità a cercarlo, come non si stancò mai di ripetere: «mettere la verità prima della persona è l’essenza della bestemmia» La grande crisi della modernità è secondo Weil l’assenza dell’armonia, della fusione degli opposti che reggono il ciclo vitale. L’uomo insomma si inquieta la dove non trova armonia, pace, serenità: tutte cose esemplificate e portate al diapason dal cristianesimo.

 

L’incarnazione del cristianesimo implica una soluzione armoniosa del problema dei rapporti fra individuo e collettività. Armonia in senso pitagorico: giusto equilibrio dei contrari. È precisamente di questo che gli uomini hanno sete oggi

Di grande valore ed interesse sono le riflessioni che Weil sviluppò nell’ambito mistico, e per le quali è ancora oggi ricordata e studiata. Di notevole spessore e novità sono le idee sulla creazione dell’uomo che rappresenta, secondo la nostra autrice, la più grande follia di Dio, che per amore degli uomini ha privato sé della “spazialità” per donarla e per riempirla con l’esistenza umana: «Ha potuto creare solo nascondendosi. Altrimenti ci sarebbe stato egli solo». Ma in tutto ciò si nasconde il dramma della vita: l’uomo ha peccato e per questo Dio si è dovuto incarnare per poi salvarlo attraverso la sua morte in croce. Quello che l’uomo può davvero fare per porre rimedio al suo continuo peccare e commettere errori sarebbe compiere egli stesso una “follia”: la stessa follia divina che portò alla creazione, deve essere reiterata dall’uomo, il quale deve accettare la sventura che caratterizza la sua esistenza in modo tale da “farsi piccolo” per poter accettare e essere disponibile ad accogliere la pienezza d’essere che Dio li dona. Insomma l’uomo dovrebbe ripercorrere la kenosis, lo svuotamento che Cristo stesso attuò per incarnarsi e redimere l’umanità: farsi piccolo per ricevere ciò che manca, la pienezza, donata da Colui che svuotò se stesso per creare l’uomo. Lo strumento richiestoci dal Donatore/Benefattore è che il beneficato utilizzi l’arma più potente che possiede: l’amore. Insomma creazione-caduta-redenzione sono le tre chiavi per capire l’antropologia mistica che per Weil non è altro che il modo per poter indagare la natura dell’uomo dalle origini fino alla sua situazione attuale. Ecco allora come queste due grandi intellettuali ci indichino in modo esemplare chi è l’uomo e qual è la sua condizione su questa terra: Arendt vede l’uomo come “essere per”, come a sottolineare la vocazione relazionale e sociale che lo caratterizza da sempre insieme a qual bisogno di immortalarsi con e attraverso gli altri; Weil invece vede l’essere umano come quel viandante bisognoso di cure e salvezza, la quale può venire solo se riesce a trascendersi e a sciogliersi nella Luce infinita che circonda la sua esistenza.