Culturificio
pubblicato 1 settimana fa in Di parola in parola

Membrana – Michele Orti Manara

Membrana – Michele Orti Manara

Lo scrittore Michele Orti Manara ci parla di “membrana”, che nella sua esperienza narrativa rappresenta il setaccio attraverso cui passa la vita degna di essere raccontata


A chiunque scriva narrativa prima o poi capita di dover fare i conti con una domanda: da dove prendi le idee? Le risposte possibili sono molte, e molto diverse fra loro. Ogni tanto, mi viene il malizioso sospetto che siano tutte false.

Non intendo con questo mettere in discussione la sincerità degli scrittori – anche se, a ben vedere, la loro specialità è raccontare storie, ovvero una forma abbastanza sofisticata di menzogna. Il punto è che la fonte delle idee, ammesso che esista, mi sembra un luogo difficile da descrivere anche per chi lo frequenta con una certa assiduità.

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Se ci ripenso adesso, fino a un certo punto della mia vita – forse fino ai vent’anni, ma la stima potrebbe essere imprecisa – ho l’impressione di aver vissuto come dentro una membrana che mi separava dal mondo esterno. Non credo servisse a proteggermi, o quantomeno non saprei definire da cosa, quindi l’ipotesi più probabile è che fosse utile solo a preservare il più a lungo possibile la mia ebete superficialità adolescenziale.

A quei tempi leggevo molto, e come (quasi) tutti quelli che leggono accarezzavo l’idea di scrivere. Ma era un pensiero velleitario, che non passava mai dalla teoria all’atto pratico. Avevo una conoscenza di me molto approssimativa, il mio gruppo di amici era piuttosto selezionato e quindi per forza di cose ristretto, tutto il mio universo era racchiuso nei pochi chilometri quadrati di una città di provincia. E quindi, di cosa avrei potuto scrivere?

Di niente.

Non che fossi solitario o anaffettivo, intendiamoci. È solo che le cose, viste attraverso quella membrana, erano come sfocate, non abbastanza ricche di particolari per essere degne di essere raccontate.

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Non so se questa fase sia comune a molti, se sia una tappa obbligata, se insomma io abbia usato un numero esorbitante di parole per descriverla quando ne sarebbe bastata solo una: crescere.

So però che a un certo punto quella membrana ha cambiato consistenza, diventando più porosa e trasparente. Le cose che hanno iniziato filtrare non erano tutte piacevoli, ma erano vivide, complesse… interessanti.

Finalmente mi sembrava che valesse la pena di raccontarle.

O almeno, di provarci.

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Escludendo qualche sciarpa della squadra per cui tifo, fino ai trent’anni sono abbastanza sicuro di non aver mai posseduto nulla di giallo. Poi un giorno, sedotto dal disegno che c’era sopra (una riproduzione della Grande onda di Hokusai), ho comprato una maglietta gialla dei Jaga Jazzist. E qualche tempo dopo una maglietta gialla della Frequent & Vigorous Publishing, la squinternata casa editrice della Scopa del sistema. E ancora, una felpa gialla, un paio di calze gialle, gomme gialle per le matite che usavo per scrivere.

Non saprei spiegare razionalmente questo cambiamento nei miei gusti, ovvero perché un colore che fino a quel momento non mi piaceva a un certo punto sia diventato così desiderabile.

Si è imposto, tutto qui. Più o meno come fanno certe idee, che ritornano cocciutamente a farti visita finché non l’hanno vinta e finiscono in un racconto.

Credo che questa sia l’unica descrizione del processo creativo di cui io sia capace, per quanto caotica e lacunosa. E mi rendo conto che non dice nulla sulla rielaborazione delle idee, né sulla loro selezione, niente sul perché qualcuna riesca a penetrare la membrana e a far germogliare un racconto, mentre altre restino inerti.

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Scrivendo questo breve testo, mi è tornata in mente la scena di un film che attorno ai dieci anni mi ha turbato il sonno per parecchie settimane. Inizia con un tipico teenager americano degli anni Ottanta, disteso su un letto ad acqua. Improvvisamente il letto inizia a sobbalzare, il ragazzo scosta le lenzuola e dentro al materasso ecco venire a galla una ragazza nuda, una specie di sirena che lo seduce e poi va a fondo, scomparendo. Aspetta!, dice il ragazzo, e, mentre cerca di intravedere qualcosa in quel liquido torbido, la guaina in plastica del materasso ad acqua si squarcia e ne emerge Freddy Krueger. Dopo la battutaccia di rito – che ai tempi non credo di aver colto – Krueger sfodera le unghie e trascina il ragazzo giù con sé. L’acqua si tinge di rosso, poi la guaina si ricompone.

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Nel racconto di cui potete leggere un estratto qui sotto, la membrana che avvolge la protagonista si è formata a causa della solitudine e dei sospetti che il marito – spesso all’estero per lavoro – non le sia fedele. Ci si aspetterebbe che davanti a una possibile tragedia questi sospetti vengano messi da parte, almeno temporaneamente. Invece sono l’unica cosa che riesce a oltrepassare la membrana. Me ne sono reso conto solo selezionando il brano in questione, ma è una reazione che trovo molto disturbante.

È una situazione piuttosto frequente nei racconti che scrivo: un elemento di disturbo di qualche tipo si insinua nella vita del protagonista e finisce per infestarla, facendo passare tutto il resto in secondo piano.

A volte è qualcosa di tangibile, che non dipende da lui; altre volte è solo un pensiero, un’idea, una fissazione. Qualunque sia la sua forma e la sua origine, ha quasi sempre un effetto nefasto.

Curiosamente, nel mio primo e finora unico romanzo questo meccanismo viene sostanzialmente rovesciato. Il paese in cui è ambientato Consolazione vive in uno stato di totale isolamento, mentale prima ancora che geografico. Gli abitanti si riferiscono a questa loro condizione come alla bogonea (neologismo che deve qualcosa al bogòn, la parola veneta per lumaca), quasi a voler suggerire che una volta lasciato entrare il male – che nel romanzo ha le sembianze di una sorta di antica maledizione –, la membrana tra il paese e il mondo esterno si è come solidificata. Si è fatta guscio, e non permette più nessuno scambio tra quello che è dentro e quello che è fuori.

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Scrivendo questo testo, ho scoperto anche che la membrana amniotica che contiene il feto può venire recuperata e riutilizzata, tra le altre cose, per ricostruire una cornea colpita da gravi patologie. Qualcosa che serve letteralmente a darti la vita può servire anche per ridare la vista a qualcun altro. Mi è sembrata la metafora di qualcosa, per quanto sfuggente.

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Ora che ci penso, anche il taccuino su cui sto scrivendo è giallo.


Dal racconto Inseparabili, in Cose da fare per farsi del male (Giulio Perrone Editore, 2024)

Senza audio viene più facile illudersi di non assistere a un fatto di cronaca ma a un film catastrofico.

Tommy e Tuppence si stanno accanendo su un osso di seppia, un colpo del becco a testa, un ticchettio come un metronomo.

La linea passa dalla devastazione a uno studio televisivo tappezzato di scritte in un alfabeto orientale, e da lì rimbalza a un altro studio, quello domestico e riconoscibile del canale su cui ho acceso la TV.

Alzo il volume e mando giù il sorso di caffè che ho in bocca da qualche minuto: «… immagini terribili quelle che ci arrivano da Hong Kong, dove circa un’ora fa, alle ore quattordici locali, una violenta esplosione ha sventrato il King Plaza Hotel. In un primo momento si era parlato di una fuga di gas, ma fonti locali hanno da poco confermato che la pista più probabile è quella dell’attentato, anche se per il momento…».

 Tommy e Tuppence continuano a beccare l’osso, io respiro troppo rapidamente, spengo il televisore.

Sobbalzo quando il telefono di casa suona, Tommy e Tuppence rispondono a modo loro, con urletti brevi e sincopati, e prima ancora di prendere in mano il cordless so che sul display ci sarà scritto “Andrea ufficio”, so che una voce dirà “Signora”, e so che cercherà di prendere il discorso alla larga, annaspando, con il massimo tatto possibile, per rimandare di qualche secondo l’enormità di quello per cui ha chiamato, la notizia che mi deve dare, la notizia che mi brulica in testa da quando ho acceso la TV.

L’unica cosa ancora capace di sorprendermi, di bucare l’attonita membrana che mi sta ricoprendo come una seconda pelle, è rendermi conto che se sto per rispondere, con il dito che indugia sul tasto di gomma mentre Tommy e Tuppence adesso mordono le sbarre dello sportellino, non è per farmi raccontare quello che già so, ma piuttosto per cercare di capire – dal suo tono di voce, dal numero e dalla lunghezza delle pause che farà, dalla quantità di dolore che proverà a dissimulare – se quel che Ginevra sta attraversando sia solo il lutto per il suo capoufficio, o per qualcosa di più.


Michele Orti Manara è nato a Verona nel 1979, vive a Milano. Ha pubblicato la raccolta Il vizio di smettere (Racconti, 2018), il romanzo Consolazione (Rizzoli, 2022), il racconto L’odio migliore (Tetra, 2023). Nel gennaio del 2024 è uscita la sua seconda raccolta di racconti dal titolo Cose da fare per farsi del male (Giulio Perrone Editore). Altri suoi racconti sono apparsi nelle antologie Hotel Lagoverde (Liberaria, 2021, a cura di Gianluigi Bodi), Club Silencio (Arcoiris, 2022, a cura di Emanuela Cocco) e Splendere ai margini (Oligo, 2023, a cura di Andrea Temporelli).


Di parola in parola è una rubrica a cura di Emanuela Monti
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