Culturificio
pubblicato 1 mese fa in Altro

“Non solo beat”

Un uomo nudo senza scarpe che cammina sull'arcobaleno

“Non solo beat”

“Padre fondatore” della controcultura italiana, Gianni Milano è stato, sin da quando ha iniziato a scalciare sulla terra, una singolare figura di vagabondo del dharma, un pacato animatore di dialoghi interspecie e transgenerazionali, un attivista antiautoritario e pacifista, un cantastorie tribale con un’indistruttibile capacità di provare stupore e meraviglia di fronte alla vita.

Un minuscolo folletto con gli occhietti a fessura che brillano e ridono, la rada peluria facciale che pare tratteggiata a guizzi con un pennello di bambù, gli abiti di qualche misura più grandi, spiegazzati come chi è abituato a dormire vestito all’aperto – mi ha sempre fatto pensare a uno sciamano tunguso (così come lo era “il” Primo Moroni, altro grande annoda parole del villaggio degli assalitori del cielo). Approfittando del passaggio di uno stormo di anatre, è atterrato da queste parti, dopo un lungo volo e con in testa la missione di allargare il cerchio magico. Accantonate le pratiche con renne e volpi e cigni neri, si è infiltrato nella scuola di stato, ritagliandosi un posto da maestro elementare, e per anni ha smussato gli angoli delle aule e dei banchi e dei libri e dei registri e delle lavagne e dei programmi ministeriali. Un perfetto travestimento per traghettare, con meno danni e perdite possibili, la fantasia dei bambini a lui affidati verso l’età adulta, lottando con i cattivi spiriti televisivi, il modello autoritario bullista, le ammalianti lucine delle merci, il Moloch divorante e spianacoscienze. Guidato da una visione, ha individuato nella tribù dei bambini la minoranza più oppressa e bistrattata del pianeta, rapinata dei suoi sogni da adulti avidi e manipolatori, “violentata da preti, generali, politici e genitori”. Mentre uomini e donne si contendevano le due metà del cielo, evitando la mischia, grazie al suo ruolo insospettabile da impiegato statale, ne salvava delle porzioni sempre più grandi da offrire ai piccoli esclusi. Pedagogo a go go, ha scelto quale teatro d’azione uno degli apici più callosi e gerarchizzati del triangolo industriale italiano, nel momento più sfrenato del boom economico, quando il consumismo degli elettrodomestici stregati e della plastica colorata del Carosello si coniugava ancora al frastuono infernale della catena di montaggio e alla tosse della fabbrica. Lo ha fatto senza mai venir meno alle sante regole della non violenza e della gentilezza verso tutti gli esseri viventi. Si è difeso (e ci ha difesi) con l’arma scodinzolante della poesia, becchettando sui tasti della macchina da scrivere, cancellando e accumulando segni su carte sottili, leggero come quelle farfalle che si riposano sorbendo aliti di umidità zuccherina lungo i sentieri della giungla. Mentre attorno a lui si alzava il vortice delle merci e delle vite intossicate dal possesso e dall’accumulo del nulla, sfuggendo alle sentinelle del controllo sociale, camminando come un marinaio rimasto troppo tempo imbarcato, si è chinato a raccogliere chicchi di voci persi dalle tasche delle confraternite maudits francesi, dai beati e sbattuti americani, dalle avanguardie geometriche sovietiche, dagli equilibristi dell’haiku giapponese e persino da letterati d’accademia. Un bottino di piccole e grandi illuminazioni che ha sempre voluto condividere con i suoi fratelli colorati, incapaci di stare fermi. Frugale come un monaco itinerante, briciola dopo briciola, vigna dopo vigna, strada dopo strada, lettura dopo lettura, carezza a gatto dopo carezza a gatto, è diventato l’editore pitecantropo, l’insegnante guardato con sospetto dai grandi e amato dagli scolaretti, il nudo buddista irridente sulle pagine di Pianeta Fresco, l’autore d’avanguardia con foulard al collo che finiva sulle copertine delle riviste culturali, l’autostoppista sconosciuto che attendeva invano un passaggio sotto la pioggia, il fratello maggiore e poi il papà e poi il nonno pestifero che tanti aspiranti ribelli hanno amato ritrovarsi a fianco. “The beat goes on”, recita un ritornello di una pop song in voga negli anni Sessanta. Si lo so che Gianni se ne avrà un po’ a male – accidenti sono passati cinquant’anni dalle prime scaramucce con la stupidità e la ferocia del potere che oltraggia l’arancia blu e ben altre ne sono seguite, esclamerà, facendo tintinnare sul petto il giardino incantato di medaglie e macchie fatte di amicizia, frontiere violate, denunce, bevande fermentate, montagne disegnate a piccoli passi, solitudine e amore, malinconie e ortiche e profumo di pioggia. Eppure penso a quella foto che lo ritrae accanto ad Allen Ginsberg, scattata a Torino nel 1967: uno scatto che resta ben incollato nella planimetria mentale dei miei luoghi adolescenziali e che nulla ha perso della sua potenza narrativa – “The beat goes on”, per l’appunto, ieri come oggi. Lui è uno dei due esseri esotici (quello meno peloso), donchisciotteschi, uccelli spelacchiati dello stesso nido, seguaci di Pan che cospirano per strada con il linguaggio segreto dei poeti. Due dissidenti in trance che non seguono il classico copione della ribellione, peraltro ambedue hanno superato i 30 anni (l’età anagrafica che per il movimento giovanile rappresentava la soglia di sicurezza di una persona affidabile) e sono assolutamente privi di quel physique du rôle da maschio alfa in voga tra i contestatori del tempo. Quella foto, ritagliata da una vecchia rivista, la ripescai anni fa quando convinsi Marcello Baraghini, patron di Stampa Alternativa, a dedicare “almeno” un suo Millelire al nostro. Trovai un titolo, “Il Maestro e le margherite”, elaborai l’immagine, raccolsi i testi, litigai con lo stampatore per avere “almeno” tre colori, me ne concesse solo due, e oggi ne sono ancora felice. Non è stato semplice, ma ancora oggi sono convinto che fosse un atto dovuto, dato che la nostra controcultura ha avuto delle specificità e degli interpreti (Gianni tra questi) che in quanto a beatitudini e sbattimenti nulla hanno a che invidiare a quella blasonata anglosassone. Non c’è nulla di più delizioso e provocatorio, in questi tetri momenti dove impera il canagliesco virtuale, finto, fluido (non in senso buddista), “social”( non in senso solidaristico libertario), che celebrare con un vero libro, con il suo profumo di carta, inchiostro e del lavoro di una distinta confraternita di amanti delle sfide, gli ottant’anni di un giardiniere di Pianeti Freschi, di un amico della vita reale. Magari ricordandosi di mettere in pratica le sue parole: “Siate gentili tra di voi”.

Matteo Guarnaccia


Questo scritto introduce Non solo beat di Gianni Milano, edito l’anno scorso da Nautilus.