Edoardo Angrilli
pubblicato 6 anni fa in Letteratura \ Recensioni

Une famille

di Pascale Kramer

Une famille

La famille, c’est là où on se construit, c’est là où se jouent tous les grands drames humains.
La famiglia, è lì che ci si forma, è lì che si giocano tutti i grandi drammi umani.

È uscito il 21 marzo 2018 per Flammarion il nuovo tormentato romanzo di Pascale Kramer, un libro intriso di una malinconica bellezza, in cui ci si perde tra labirintici ritratti psicologici, tra personaggi delicati, pronti a spezzarsi e ad andare in frantumi. Con la sua penna Kramer rappresenta soggetti più veri del reale, talvolta spietati per la loro onestà, ma sempre sussurrati, quasi tono su tono.

La storia prende piede a Bordeaux, ma è innegabile la verve tutta Svizzera che la scrittrice trasmette in ogni pagina, tanto marcata da averle fatto vincere nel 2017 il Gran Prix suisse de la littérature per l’insieme della sua opera.
Pascale Kramer nasce infatti nel 1961 a Ginevra, città dove incomincerà anche i suoi studi in Lettere. È qui, inoltre, che soltanto a ventun anni pubblica i suoi primi romanzi. Dopo aver deciso di abbandonare gli studi per dedicarsi maggiormente alla scrittura, si sposta a Zurigo ed entra a fare parte dell’équipe del pubblicista Jacques Séguéla, dato che, come ha precedentemente dichiarato la scrittrice,

sin dal mio esordio come romanziera, mi sono resa conto che non avrei potuto vivere solo con la mia penna, che avevo bisogno di attività accessorie

Tuttavia, l’esperienza risulta amara e stressante e Kramer decide nuovamente di spostarsi, a Parigi questa volta, per mettersi in proprio come pubblicista, ma soprattutto per scrivere: vengono pubblicati dodici romanzi ed ottiene prestigiosi riconoscimenti, tra cui il premio Dentan e il premio Schiller.

Se nelle sue opere le ambientazioni spaziano dalla Francia agli Stati Uniti, è il caso de L’implacable brutalité du révêil che si svolge in California, le tematiche trattate risultano invece simili, tanto che Le monde la riconosce essere uno di quelli scrittori che

dissezionano un soggetto che li interessa, e ogni libro arricchisce, trasforma e nutre una tematica simile.

Kramer parla di gente comune, di vita quotidiana, di storie che scombussolano lei stessa, e ci si affeziona tanto da descriverne i minimi gesti, le intermittenze del cuore, per usare le parole di Proust. Eppure,

la psicologia, non è davvero il mio universo, ma questa nevrosi di cui voi parlate è soprattutto legata alla mia propria percezione delle cose. Sono una persona molto angosciata, e la coabitazione è per me asfissiante, la trovo gravida di tensioni, dolorosa. Non è un caso infatti se vivo da sola da tempo

confida la scrittrice a swissinfo.ch.

Ecco dunque Une famille, un libro che nasce dal bisogno di esorcizzare questa sua paura, di sondare un mondo sconosciuto ma anche di parlare della propria soggettività, riversandone le proprie idiosincrasie.
Dalla prima pagina ci si ritrova proiettati tra i pensieri di Olivier, padre di una famiglia borghese, cattolica, conservatrice, ma violentemente segnata dall’alcolismo del figlio più grande Romain, che non compare mai direttamente nella narrazione, ma attorno al quale si dipana non solo l’intera narrazione ma la struttura stessa della famiglia, che in modo spesso disperato ritrova la sua unità proprio nella malattia.
Neppure un avvenimento felice come la nascita di una nipote riesce a scacciare il patetismo che pervade questa famiglia, anzi, piuttosto dimostra come il dramma ne intacchi ormai irrimediabilmente la quotidianità. Capitolo dopo capitolo lo sguardo di Kramer si insinua nella psiche dei personaggi mostrando come la malattia non rovini un solo individuo ma chiunque gli sia affianco: consuma Mathilde, sorella costretta a cercare la propria identità e i propri spazi in Spagna, consuma Edouard, giovane uomo incapace di sostenere sulle sue spalle la malattia del fratello e del figlio, consuma Lou, la seconda figlia che ha dovuto essere anche una seconda madre, consuma Danielle, madre zelante ma incapace di salvare un figlio che ha deciso di lasciarsi andare.

Ne pas mourir était le plus que Romain pouvait faire pour eux
Non morire era il massimo che Romain potesse fare per loro

Il merito di Kramer, di fronte a questi baratri di disperazione e rimorsi, è quello di non infierire sulle ferite aperte, di evitare il gusto voyeurista del dolore, ma piuttosto di voler parlare senza retorica di problemi reali, quelli che lei stessa ha potuto osservare durante un soggiorno presso un centro di recupero cattolico per persone in difficoltà. Kramer scrive per gridare al mondo, per cambiarlo.

Porre il mistero di Romain, un enigma tanto per il lettore quanto per la scrittrice, al centro di questa famiglia benestante, è una scelta arditamente politica, per denunciare come situazioni simili possano accedere in ogni contesto, senza pensare di esserne immuni, senza pensare di esserne responsabili.
E se Kramer ha scritto quest’opera per “vedere cosa ne è della speranza di fronte a delle persone che non arrivano a vivere” sembra piuttosto che la scrittrice ricerchi il punto in cui ogni speranza si infrange, in cui ogni illusione cade, ma, inspiegabilmente, si va avanti. Sembrano riecheggiare le parole del finale de L’innominabile di Beckett: “bisogna continuare, non posso continuare, e io continuerò”.

 

L’immagine in evidenza proviene da: https://twitter.com/Ed_Flammarion/status/976867854090776577