Culturificio
pubblicato 1 mese fa in Arte

Robert Morris

"Monumentum 2015-2018"

Robert Morris

Dal 15 ottobre 2019 al 12 gennaio 2020 la Galleria Nazionale di Roma apre al pubblico la mostra su Robert Morris: Monumentum 2015-2018, ultima testimonianza progettuale dell’artista americano venuto a mancare improvvisamente lo scorso anno.

La mostra, curata da Saretto Cincinelli, nasce dal connubio tra due diverse mostre presentate rispettivamente nel 2015 e nel 2017 alla Castelli Gallery di New York; entrambe le esperienze sono tradotte nell’installazione del Salone Centrale della Galleria in cui si hanno dodici gruppi scultorei, ciascuno composto da più figure: otto gruppi derivanti da MOLTINGSEXOSKELETONSSHROUDS e quattro da Boustrophedons.

Il cammino di Morris verso questa nuova coscienza artistica affonda le sue radici nel Minimalismo americano dal quale si distanzia radicalmente negli ultimi progetti; basti pensare come all’inizio della sua carriera il rifiuto del dinamismo, della soggettività ed espressività si pone come file rouge del suo lavoro artistico, ancorandosi a temi quali l’impersonalità e l’inespressività. Negli anni che seguirono la nascita del movimento minimalista si è assistito ad un’evoluzione che l’ha condotto verso una duplice direzione. Da un lato il rimando alle costruzione architettoniche asettiche, dall’altro l’impiego di materiali tessili che poi lo condurranno verso le installazioni della Galleria Nazionale.

Durante questo processo di maturazione viaggi come quello negli anni ’70 a Roma e lo studio di artisti come Goya, segnano profondamente la sua inclinazione artistica. In occasione del viaggio romano rimane profondamente colpito dal sepolcro di papa Alessandro VII (1671-78), opera del Bernini, con la drammatica figura della morte rappresentata come uno scheletro dorato la cui mano levata stringe una clessidra. Quest’ultima opera fu d’ispirazione per installazioni successive come First Study for a View from a Corner of Orion del 1980.

Questo lungo e travagliato percorso conduce verso Monumentum 2015-2018, mostra definita dallo storico dell’arte americano Pepe Karmel scioccante, se consideriamo Morris come colui facente parte delle file del minimalismo.

Nel Salone Centrale della Galleria non ritroviamo più il distacco caratteristico dell’artista bensì un rimando costante al sentimento opprimente che genera il pensiero della morte. Si cammina tra sudari, demoni senza volto che colgono di sorpresa il visitatore e lo conducono nell’abisso, lo stesso in cui precipitò Morris negli ultimi anni. Ad accumunare le due serie è il ricorso al procedimento dell’impronta nonostante l’utilizzo di materiali differenti: se per MOLTINGSEXOSKELETONSSHROUDS si utilizza la tela in lino belga immersa in un bagno di resina epossidica trasparente, per la serie Boustrophedons si adopera la fibra di carbonio. In entrambi i gruppi, la sensazione è che ci si trovi di fronte a dei corpi senza nome, resti di veroniche sulle quali non è impresso nessun volto; ciò che ci rimane è solo il volume di un corpo, svanito e non risorto.

Tra i vari lavori in mostra citiamo Dunce I, Dunce II. Nell’opera, comprendente due figure con alti cappelli a punta, giunge evidente il rimando alla tradizione artistica spagnola e, in particolar modo, ai lavori di Francisco Goya e alle miserabili vittime dell’Inquisizione spagnola descritte con quell’opulenza tipica del barocco con i suoi caratteristici drappeggi. Sarà proprio questa opulenza e questo sfarzo a celare la crudeltà e la violenza di quegli anni. Si assiste ad un cammino nell’incubo della Spagna di Goya, negli scorci del Cristo morto di Andrea Mantegna o nelle statue piangenti dello scultore gotico Claus Sluter.

L’immagine di un corpo privo di vita, il cui telo è posto sopra quasi per preservarne la dignità e sperare in un’incorruttibilità e volto a congelare la bellezza vitale, richiama l’opera napoletana conservata nella Cappella di Sansevero: il Cristo velato. A differenza di quest’ultima però, l’opera di Morris, non dà speranze; il visitatore non sa a chi appartenga quell’identità e non conosce niente a parte la forma data dalla sagoma. Questo senso di mistero rimanda alle immagini tipiche della mitologia nordica o come afferma Karmel “ci riportano direttamente alla landa flagellata dalla tempesta di un Re Lear”.

Volendo celebrare la dipartita di Morris, in un’ala separata della Galleria troviamo un’opera sempre facente parte del percorso ma a cui a farla da padrone è una donna intenta a commemorare un defunto. Un ringraziamento discreto all’ultimo atto di un grande artista.

di Chiara Tondolo

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