Gianmarco Canestrari
pubblicato 2 mesi fa in Letteratura \ Recensioni

Cui prodest? Quando la libertà vale più di mille parole

"L’isola dei fiori di cappero" di Vito Faenza

Cui prodest? Quando la libertà vale più di mille parole

Al centro di questo splendido libro che mi accingo a recensire, sta un concetto o se volete un valore che da secoli ha dato a pensare a filosofi, teologi, antropologi e a chiunque si occupi di individuare e studiare la natura umana nella sua globalità: stiamo parlando della libertà. Credo che la libertà sia la cartina tornasole che racchiude e condensa in sé tutte le sfumature che offre il libro di Vito Faenza edito da Edizioni Spartaco. Ma cosa significa essere liberi? Qual è il limite della libertà? O la soglia entro la quale poter esprimere in pienezza tale possibilità? Prima di rispondere a tali quesiti, dobbiamo capire se effettivamente l’uomo è naturalmente, ontologicamente, sostanzialmente libero oppure no. Come nostro solito facciamoci guidare dalla sapienza dell’Aquinate, il quale nella sua Somma Teologica così si esprime riguardo a tale quesito:

L‘uomo possiede il libero arbitrio: altrimenti sarebbero vani i consigli,
le esortazioni, i precetti, le proibizioni, i premi e le pene. Per averne l‘evidenza
dobbiamo osservare che alcuni esseri agiscono senza alcun discernimento
o giudizio, come la pietra che si muove verso il basso; e così tutte le cose
che sono prive di conoscenza. Altri esseri invece agiscono con un certo giudizio,
che però non è libero, come gli animali bruti. Infatti la pecora, al vedere
il lupo, giudica, con discernimento naturale e non libero, che è necessario fuggirlo:
e tale giudizio non proviene da un confronto [tra vari oggetti], ma da un
istinto naturale. E lo stesso si dica del discernimento di tutti gli animali.
L‘uomo invece agisce in base a un [vero] giudizio, poiché giudica mediante la
facoltà conoscitiva se una cosa vada fuggita o seguita.
Ora, siccome un tale giudizio non mira per un istinto naturale a una cosa
determinata da farsi, ma dipende da un raffronto della ragione, nelle realtà
l‘uomo agisce con giudizio libero, avendo di conseguenza il potere di portarsi
su oggetti diversi. Infatti nelle realtà contingenti la ragione ha la via aperta
verso termini opposti: come riscontriamo nei sillogismi di probabilità, o dialettici,
e negli accorgimenti della retorica. Ora, le cose particolari da farsi
sono contingenti: quindi il giudizio della ragione su di esse rimane aperto
verso soluzioni opposte, e non è determinato a una sola. È necessario pertanto
che l‘uomo possieda il libero arbitrio, proprio perché egli è razionale.

(Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, q. 83 a. 1, Edizione online a cura di T.S. Centi e A. Z. Belloni, 2009)

 

A detta di Tommaso, quindi, l’uomo si differenzierebbe dall’animale per il fatto di non essere relegato al meccanismo di stimolo-risposta, ma di sapere e voler esercitare le scelte che la realtà esterna, contingente, li pone di fronte sotto il vigile occhio della ratio. L’essere umano non si ferma all’immediato, al regno del riflesso condizionato o dell’intelligenza pratica come succede nel mondo animale, ma riesce attraverso complessi processi razionali, intellettualmente mediati, a discernere il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto e quindi a compiere scelte differenti, se non opposte, che egli reputa, a giudizio della sua volontà e in massima libertà d’azione, degne di essere prese in considerazione. Quello che caratterizza l’uomo è, come ci ricorda il buon Gehlen, la sua “curiositas”, la sua sviscerale passione per il mondo e per la vita in tutte le sue sfaccettature, in contrasto a quell’ “ottusa indifferenza” propria dell’animale di fronte a tutto ciò che non rientra nell’ambito del necessario per la sopravvivenza o che non rispecchia i bisogni vitali. Detto ciò la scelta razionale e deliberata (ovvero consapevole) di fronte ad alternative, spetta solo all’essere umano e non all’animale, stretto intorno all’ambito dell’istintuale e del predeterminato:

È necessario che la scelta riguardi più cose come passibili di
scelta, dato che essa consiste nel preferire una cosa a un‘altra. Quindi non vi può
essere scelta in quegli esseri che sono rigidamente determinati a una cosa
sola. Ora, tra l‘appetito sensitivo e la volontà c‘è questa differenza, che l‘appetito
sensitivo, come è evidente da quanto si è detto [q. 1, a. 2, ad 3], è
determinato per natura a oggetti particolari, mentre la volontà per natura è
determinata a qualcosa di universale, cioè al bene, restando indeterminata in
rapporto ai beni particolari. E così la scelta è un atto esclusivo della volontà e
non dell‘appetito sensitivo, che è il solo esistente negli animali irrazionali.
Quindi negli animali bruti non ci può essere la scelta.

(Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, cit., I-II, q.13 a. 2. )

 

A cosa ci è servito richiamare l’attenzione su questi concetti? Non certo per pura dissertazione filosofica, ma soprattutto perché tutto questo ci ha fatto riflettere su due aspetti: primo, che l’uomo è un essere libero che si autodetermina; secondo, che tale facoltà libera e volontaria di scegliere appartiene soltanto all’individualità della specie Homo. L’uomo è così essenzialmente libero e ciò è un tratto sostanziale della sua natura, il quale non può essere alienato per nessuna ragione al mondo. e forse questa lezione era sotto gli occhi anche della protagonista di questa strabiliante vicenda, Anna. La tredicenne rimasta vittima di un errore di gioventù… innamorarsi di un mafioso, del figlio del boss per giunta. E tale scelta, fatta in totale inconsapevolezza delle conseguenza a cui avrebbe portato, si riverserà e si legherà intimamente, quasi in maniera indelebile, alle vicende personali vissute dalla nostra protagonista. Quando si è giovani si fanno a volte scelte che risultano il più delle volte avventate, sbagliate, prive di senso; azioni fatte spesso per invidia, gelosia, volontà di dominare, di apparire, di essere rispettati. Ma non si è pienamente al corrente che queste scelte portano con sé molti “accidenti” indisgiungibili da esse e che, ci piaccia o no, si riversano nelle nostre vite come correlati necessari per accettare “in toto” la scelta fatta. Pensiamo infatti che sia tutto facile, che le cose siano spoglie di qualsiasi cosa che vada al di là della nostra cosciente volontà, che tutto sia “sottomano”, controllabile. Ma non è mai così. E se ne è accorta molto bene Anna quando d’un tratto si è vista spezzare l’incantesimo e irrompere la realtà fattuale di ciò che stava vivendo. Una realtà buia, triste, maligna, portatrice di morte.

A chi può piacere tutto ciò? Chi può preferire la morte alla vita? Se è vero, sempre a detta del buon Tommaso, che chi agisce, agisce in vista di un fine che è sempre un bene (e non un male, visto che la natura dell’uomo è essenzialmente positiva, benigna), come fare ad accettare tutto questo spettacolo mortifero? È la dura prova che la protagonista dovrà affrontare per uscire da questo tunnel senza fine (apparente) in mezzo al quale non si trova più a suo agio, non si sente più “a casa”. Ed è grazie alla sua tenacia, alla sua forza d’animo, alla sua perseveranza (non senza problemi e rischi connessi) che Anna cercherà una soluzione al problema-mafia che stava cercando di risucchiarla in quel mondo senza fine, in quel baratro senza “porte né finestre” dal quale poter fuggire… ce la farà? Riuscirà a portare avanti la bandiera della vita e della libertà? Bisogna infatti riconoscere che nucleo del racconto è questa volontà di libertà, di emancipazione da catene asfissianti impostale per un falso amore di cui è caduta vittima, ma che la malavita prova ogni giorno a rafforzare e rinvigorire al fine di sminuire e ammutolire quel “grido di battaglia” che prova a ribellarsi. Una libertà posseduta, “venduta” per amore e mai pienamente vissuta, la quale, una volta perduta, si cerca di riconquistare con tutte le forze possibili: è questo a mio avviso il messaggio chiave di tutta la narrazione, che tiene col fiato sospeso fino all’ultima pagina.

La libertà è un dono troppo prezioso per essere gettato via con un batter d’occhio; è un dono troppo fragile per essere usato con superficialità e sprovvedutezza; un dono troppo grande per riuscire ad essere compreso col solo lumen naturale che possediamo. È proprio questo, infatti, ciò che ha imparato la protagonista, ed è ciò per cui ha cominciato a lottare con tutta sé stessa… solo che la “lucidità rischiarante” è giunta, forse, troppo tardi. Arrivati a questo punto dobbiamo augurarci che possa essere sempre difesa una realtà così importante come la libertà; e che ognuno di noi si sforzi per poter realizzare concretamente su questa terra quell’ «isola dei fiori di cappero» che dà il titolo all’opera. Fiori di cappero che dovrebbero donarci, come hanno fatto con la protagonista, la forza di andare avanti per la nostra strada, di lottare per ciò in cui crediamo senza scoraggiarci nelle avversità, che dovrebbero diventare, infine, la nostra stessa “essenza”.

I fiori di cappero, che sembravano orchidee…
La pianta cresce abbarbicata sui muri, sulle rocce,
resta attaccata alle rupi resistendo al caldo torrido…

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