Culturificio
pubblicato 2 mesi fa in Cinema \ Girard gruppo studi

D’après une histoire vraie

Doppio e allucinazione in Polanski e Assayas

D’après une histoire vraie

Delphine ha raggiunto il successo con la pubblicazione di un libro intimo, sulla propria madre e sulla malattia che l’ha portata al suicidio; successo che ha esposto totalmente la sua vita allo sguardo del pubblico (pubblico adorante che la circonda per chiederle autografi, che la cerca alle feste, che la raggiunge fino in casa attraverso anonime lettere di minaccia).

Oppressa da questa situazione e sola (il compagno è perennemente in viaggio, i figli sono lontani e assenti), Deplhine non riesce più a scrivere. Sarà l’incontro con una giovane donna, Elle, a rappresentare una svolta nella sua vita.

Il film, scritto a quattro mani da Polanski e Assayas, gioca sapientemente sul tema del doppio, declinato al femminile. Elle (nome / pronome diminutivo di Elizabeth, che in italiano diventa Lei, da Leila), esattamente come Delphine, è una scrittrice: come lei ha scritto e scrive di altri. Entrambe sono due donne sole, accomunate da un medesimo passato che le ha portate a essere orfane di madre.

Elle è una giovane ghostwriter: mette il suo talento a disposizione di celebrità, sotto il cui nome rimane sempre celata. Uno stesso movimento sembra effettuarsi nei riguardi di Delphine: le presta il proprio tempo, il proprio aiuto, la propria persona (sostituendosi a lei per svolgere una conferenza cui Delphine è troppo debole per attendere).

Le prime apparizioni di Elle sono quasi evanescenti e fantasmiche — e in un altro senso, ma egualmente immateriali, lo sono le figure del compagno e dei figli di Delphine, sempre distanti: ne udiamo solamente la voce, o al più li vediamo su di un monitor—, ma la sua presenza si fa via via più forte e concreta, fino a diventare necessaria.

Il malessere derivato dalla continua esposizione, quasi nudità, agli altri, impedisce e paralizza Delphine; davanti a un pubblico famelico di immedesimazione (che Polanski rende attraverso inquadrature soggettive quasi stranianti e asfittiche sulla coda di fan in attesa), l’autrice cerca di sfuggire a quell’amore “che è responsabile di aver generato”. Questa difficoltà è insieme incarnata e superata da Elle; scrittrice ombra, si sottrae alle luci della ribalta, e tuttavia non esita a fare le veci del ruolo pubblico di Delphine rispondendo per lei a e-mail e chiamate, prendendo il suo posto agli incontri. Solo attraverso lei, in apparenza, Delphine può ritrovare la stabilità e superare il blocco creativo: e questa dinamica sembra addirittura prendere corpo nel momento in cui la donna, per una frattura provocata da una caduta, si trova a dipendere anche fisicamente dall’amica.

Ma il rapporto intimamente ambiguo — questa fusione a cui le due sembrano aspirare viene via via delineata, e sempre ritardata, in una serie di scene in cui Emmanuelle Seigner ed Eva Green si scambiano vestiti, si sfiorano, si stringono— porta con sé anche invidie: invidia di Elle per Delphine, per la sua popolarità e le sue apparizioni pubbliche, ma anzitutto invidia di Delphine per Elle. Non solo infatti il suo genio creativo è ancora vivace e fluido: la donna rivela gradualmente di aver vissuto una vita vera, ricca, che vale effettivamente la pena di essere raccontata.

Davanti al susseguirsi di sequenze oniriche, che spesso sfumano e si confondono con il reale, è difficile non pensare alle ossessioni e allucinazioni di Repulsione o de L’inquilino del terzo piano; lo stesso ambiente claustrofobico (prima l’appartamento di Parigi, poi la casa di campagna) fa da cornice alla progressiva degenerazione della psiche della protagonista. Così, il tema del ghost writing è un rimando interno all’Uomo nell’ombra, ma è forte qui la contaminazione di Assayas e della sua cinematografia: nel rapporto tra le due romanziere che rievoca quello tratteggiato in Sils Maria, e ancor più nella rappresentazione della solitudine liquida che circonda Delphine, che le impedisce qualsiasi relazione distesa con l’alterità e la costringe a ricorrere a rapporti per interposta persona (come del resto accadeva in Personal shopper).

Scacco che si radicalizza nel legame Delphine / Elle, che il regista, giocando a carte scoperte, non esita a raffigurare già nel suo sorgere come pericoloso. Le due immediatamente sembrano capirsi, si confidano, si rivelano speranze e gelosie (Elle, gelosa delle interviste di Delphine, le suggerisce a sua volta una gelosia nei confronti del compagno, che nel proprio programma televisivo non fa che intervistare altri autori).

In un continuo gioco di scambi e sottrazioni di identità, le due donne si fanno insieme da modello e da rivale; l’ammirazione degenera in ossessione, l’amicizia in gelosia. Elle vuole ispirare Delphine, spronarla a scrivere ancora — e, questa volta, scrivere un romanzo autobiografico — : ma Delphine, sentendosi incapace di creare a partire da sé, le sottrarrà gradualmente informazioni, impressioni e ricordi.

L’una sembra materializzarsi e assumere sostanza a spese dell’altra: in un crescendo di sospetti e inquietudini, vediamo una Delphine sempre più spossata, debole e vuota. Il morbo devitalizzante di cui pare essere preda si acuisce mano a mano che la presenza di Elle si fa più ingombrante: ed esso è infine simbolizzato dalla febbre, che la lascia definitivamente impotente, paralizzata e quasi in fin di vita.

La polarizzazione fra le due, prima intercambiabili (nel vero senso della parola: Elle sostiene di essere riuscita a trarre in inganno tutti, alla conferenza presso la scuola di Tours), è ora al massimo grado: vediamo Delphine inerme e totalmente succube, Elle carnefice onnipotente. Ma nell’unico finale possibile, le due devono tornare all’unità perduta.

Il doppio — allucinatorio, anche se questo non viene mai effettivamente detto, solo suggerito — deve venire meno. Così, al culmine della tensione (in scene che richiamavano, con la reclusione dell’autrice nella casa isolata, Misery non deve morire), il rapporto subisce un repentino capovolgimento, e la carceriera Elle si volatilizza: Delphine, che pure poteva apparire sua vittima, l’ha effettivamente cannibalizzata, rinchiudendo la sua vita, pagina per pagina, nel taccuino degli appunti.

Incarnato nell’opera, l’inquietante alter-ego scompare; la finzione in cui la donna era pericolosamente immersa viene ora fatta propria, e Delphine, riconciliatasi con il suo ruolo di scrittrice di successo, può così dare in pasto al proprio pubblico una storia vera.

Articolo a cura di Bianca Nogara Notarianni


Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Delle cose nascoste , un blog che dalle idee di René Girard cerca di dare una nuova chiave di lettura sia della società che dei suoi prodotti culturali. Abbiamo voluto pubblicare questa rubrica perché crediamo che il pensiero di questo studioso, un intellettuale sorprendente che ha dato un contributo originale nei campi di studio più disparati (si spazia dalla letteratura all’antropologia, dalla sociologia alla storia delle religioni) sia di fondamentale importanza per coltivare una visione critica sul mondo, soprattutto sulla nostra contemporaneità.

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