Eleonora Reggiori
pubblicato 1 mese fa in Cinema e serie tv

Fare una serie tv è un’arte delicata: “High fidelity”

Fare una serie tv è un’arte delicata: “High fidelity”

Londra, anni Novanta. Rob Fleming è un trentacinquenne che è appena stato lasciato dalla fidanzata, è il titolare di un negozio di dischi e ha l’abitudine di stilare top five per qualsiasi cosa. E poi New York, anni Duemila. Rob Brooks è una ventinovenne appena lasciata dal fidanzato, è titolare di un negozio di dischi e stila top five per qualsiasi cosa.

Il 14 febbraio 2020 è uscita su Hulu High fidelity, serie tv liberamente tratta dall’omonimo romanzo di Nick Hornby (1995), edito in Italia da Guanda, da cui era stato già tratto il film ambientato a Chicago con John Cusack nei panni di Rob.

La storia è sempre la stessa, anche se rimaneggiata, e la sensazione è quella di assistere a qualcosa di molto originale rispetto alla storia narrata dal libro: Zoë Kravitz, che interpreta la Rob della serie, è perfettamente nel ruolo, iconica quanto lo era John Cusack nel 2000, e contribuisce a riattualizzare una storia che rischiava di rimanere nel passato.

Anche gli strani amici di Rob Fleming ritrovano linfa nei personaggi dei suoi migliori amici, Cherise e Simon, un’afroamericana plus size e un ragazzo omosessuale.

Mi sono trovata spesso a parlare dell’importanza della rappresentazione delle identità ibride, diverse e in questo High fidelity a mio avviso è ancora uno dei prodotti più inclusivi che ultimamente sono stati portati sugli schermi, a partire dai personaggi secondari per finire alla stessa Rob, che tra le più grandi fregature di tutti i tempi (cinque, ovviamente) conta anche una ragazza.

Dopo il fenomeno Sally Rooney c’è stato un proliferare di quella che ora viene chiamata millennial fiction, ovvero di libri che portano il punto di vista di una persona intorno ai venti, trent’anni – quasi sempre una donna, più raramente un uomo – che si ritrova a gestire l’ingresso nella vita adulta e tutte le difficoltà che questo comporta. Tipico di questo sottogenere (all’interno del quale si possono inserire libri come Tempi eccitanti di Naoise Dolan, Falsa partenza di Marion Messina, Chiaroscuro di Raven Leilani, per citarne solo alcuni) è l’accento posto sul senso di precarietà, sia lavorativa che sentimentale.

High fidelity si inserisce perfettamente in questo filone. Di più: è il corrispettivo audiovisivo di quello che nella narrativa si è sperimentato negli ultimi anni. La Rob Brooks di Zoë Kravitz piace perché è un personaggio realistico, con cui è facile identificarsi. Le sue passioni e idiosincrasie sono quelle di una qualunque persona tra i venti e i trent’anni. E però – c’è un però – non è semplicemente una come tante, perché con l’estetica che le è stata costruita intorno (frutto senz’altro di idee della stessa Kravitz, il personaggio di Rob le sembra cucito addosso) si innalza e prende le distanze dai personaggi secondari, rivendicando una propria unicità che è il punto di forza della serie.

Rob è al contempo un’idea generale della generazione dei millennial e una giovane donna in particolare: se le coordinate della vicenda la inscrivono necessariamente in un genere, come quello di cui si è detto, comunque High fidelity mantiene tutte le sue peculiarità e rimane un prodotto originalissimo, riconoscibile per gli elementi ripetuti su cui si insiste con grande efficacia.

In Tempi eccitanti, di fronte ai ripetuti tentativi della protagonista di prendere le distanze dai propri coetanei in nome di una presunta diversità, le viene risposto:

Lo fanno tutti, Ava. Continui a descriverti come una persona particolarmente disturbata, quando gran parte di queste cose sono normali. Credo che tu voglia sentirti speciale – ma va bene, chi non vuole esserlo – ma non ti concedi di essere speciale in modo buono, e allora ti consideri speciale in modo cattivo.

È la stessa consapevolezza a cui giungerà Rob, nel corso dei dieci episodi: dopo aver pensato per tutta la vita di avere qualcosa di sbagliato, una patologica incapacità di essere amata o di amare nel modo giusto, scoprirà che non è così, e anzi le ragioni dietro a qualsiasi rottura sono molte, non tutte dipendenti da lei.

A rendere attuale e fresca la serie è anche l’abbattimento della quarta parete: stratagemma che Manuela Stacca ha definito “estetica dello sguardo in camera”, avvicinando questa scelta tecnica alla prassi – ormai generale – di utilizzare i social network per rivolgersi direttamente ai propri follower, come è frequentissimo su Instagram, per esempio. Rob si rivolge direttamente allo spettatore, che diventa quindi suo primo confidente e si trova a seguire le vicende da una posizione privilegiata anche rispetto agli altri personaggi.

Parlando dello sguardo in camera, viene spontaneo citare anche Fleabag (2016-2019), altra serie che ha fatto della narrazione del senso di incertezza dell’ingresso nell’età adulta il suo forte. Anche Fleabag (che potrebbe essere tradotto con “sacco di pulci”), la protagonista delle due stagioni, si rivolge ripetutamente a chi la sta guardando e instaura con chi sta dall’altra parte della camera un dialogo serrato di cui nessuno degli altri personaggi sembra rendersi conto.

Più amara di quanto non sia High fidelity, Fleabag è la storia di una giovane donna che ha «il terribile sospetto di essere un’avida, pervertita, egoista, apatica, cinica, depravata, donna moralmente distrutta che non merita di essere chiamata femminista». Il modo in cui Rob e Fleabag affrontano le proprie difficoltà e i propri traumi non è davvero avvicinabile e anche il tono generale delle due serie tv risulta molto diverso, ma c’è una battuta che Phoebe Waller-Bridge (ideatrice e volto di Fleabag) recita nella seconda stagione che sarebbe stata calzante anche se fosse stata pronunciata da Rob:

Voglio qualcuno che mi dica cosa mangiare, cosa amare, cosa odiare, per cosa arrabbiarmi, cosa ascoltare, quale band seguire, che biglietti comprare, su cosa scherzare, su cosa non scherzare. Voglio qualcuno che mi dica in cosa credere. Per chi votare, chi amare e come dirglielo. Io voglio che qualcuno mi dica come devo vivere la mia vita, perché finora ho sbagliato tutto.

La sensazione di essere in qualche modo inadatti alle relazioni, ai sentimenti, ai rapporti interpersonali, di aver bisogno di una guida per rimettersi in carreggiata, torna frequentemente nella cosiddetta millennial fiction: l’impressione è di leggere (o vedere, come in questo caso) di personaggi che risentono a un livello profondo dell’incertezza del tempo in cui stiamo vivendo. È così, per esempio, anche in Mare aperto, recentissima uscita di Blu Atlantide, dove il protagonista, un tu non specificato, risente dell’essere un uomo nero in Europa, e quindi del razzismo con il quale si trova a confrontarsi, al punto da vivere con ansia le sue relazioni. Quello che resta è una grande amarezza, pur se la narrazione procede con un tono per lo più leggero come è in High fidelity.

Con una colonna sonora azzeccatissima, che spazia dai Satan’s Rats a Sinéad O’Connor, High fidelity racconta cosa succede quando l’amore finisce e crollano tutte le certezze: non si è materialmente capaci di andare avanti. Rob è un personaggio ancorato al passato, dal quale non è mai stata capace di prendere le distanze, e tuttavia profondamente moderno, fluido. La sua natura duplice si riflette nelle atmosfere della serie, ambientata in una Brooklyn che sembra sospesa nel tempo. La stessa passione di Rob per la musica vintage e l’incrollabile fiducia nelle possibilità del vinile rimarcano la sensazione di nostalgia agrodolce che permea tutte le puntante, conferendo un mood peculiarissimo.

Il punto di forza di High fidelity, come quello di Fleabag, è la profondità del ritratto delle protagoniste, in un momento storico in cui grande spazio è riservato alle storie di formazione ed emancipazione delle giovani donne. Rob e Fleabag sono eroiche e fallibili, divertenti pur essendo amareggiate, imperfette femministe che non riescono a essere all’altezza di quello che la società chiede loro, reali.

Sopra si è parlato di rappresentazione, elogiando High fidelity per il tentativo – riuscito – di diversificare il cast, che invece nel film e nel libro rifletteva unicamente i punti di vista di uomini bianchi eterosessuali, ma per completezza va anche detto che  la piattaforma streaming Hulu ha scelto di cancellare la serie dopo la prima stagione, che quindi non vedrà mai la seconda prodotta, nonostante già si sapesse che sarebbe stata dedicata al personaggio di Cherise, l’amica e collega di Rob.

La stessa Kravitz ha espresso grande disappunto per la scelta, ma resta il fatto che High fidelity, pur con soli dieci episodi, si è distinta nel panorama audiovisivo della serialità per essere un prodotto di grande intelligenza e sensibilità.

Parafrasando Rob, «making a playlist is a delicate art», sì, verissimo, ma anche fare serie tv lo è, sempre di più.