Andrea Talarico
pubblicato 2 mesi fa in Letteratura \ Recensioni

Ida o il Delirio di Hélène Bessette

alla scoperta di una maestra dimenticata del romanzo francese del Novecento

Ida o il Delirio di Hélène Bessette

Nata in Francia nel 1918 «obscurément», a sua detta, Hélène Bessette appartiene alla categoria dei grandi scrittori ingiustamente dimenticati già in vita, e rimasti troppo a lungo ai margini degli interessi del pubblico. Tra gli estimatori contemporanei di Bessette figuravano, tra gli altri, Simone de Beauvoir e, soprattutto, Raymond Queneau che fu fautore della collaborazione della scrittrice con la prestigiosa casa editrice Gallimard. Collaborazione che, curiosamente, si interruppe proprio con la pubblicazione de libro in questione, Ida o il delirio (Ida ou le délire), nel 1973: sarà l’ultimo. Bessette continuerà a scrivere (e a proporre all’editore) i suoi lavori fino alla morte, avvenuta nel 2000, ma valutazioni di tipo soprattutto economico (le opere dell’autrice non si conquistarono mai un pubblico vastissimo) spinsero Gallimard a rifiutare ogni sua nuova proposta.

Questa situazione si ripercuote ancora oggi sulla popolarità dell’autrice, tristemente misconosciuta. Nonostante scrivesse in francese, lingua per cui non mancano traduttori per le edizioni italiane, è difficilissimo reperire traduzioni italiane delle sue opere: ad ora sono disponibili sul mercato Lili (Lili pleur), il primo romanzo scritto da Bessette nel 1953 edito da Barbès nel 2008, La rottura (N’avez-vous pas froid?) del 1963 e appunto Ida o il delirio, pubblicati entrambi da Nonostante (rispettivamente nel 2016 e nel 2017) per la collana “Scrittura bianca”, una selezione veramente valida e ben curata di capolavori della letteratura d’avanguardia francese del Novecento. Questi ultimi due titoli sono entrambi tradotti da Silvia Marzocchi, e non si sottolineerà mai abbastanza quanto sia importante in fatto di letteratura straniera avere a disposizione titoli dello stesso autore curati dal medesimo traduttore.

Entrando nel merito del libro, per quanto sia difficile dire qualcosa di più (e soprattutto dirlo meglio) di quanto non faccia nell’ottima postfazione all’edizione di Nonostante Annalisa Lombardi, si cercherà quantomeno di fornire una breve panoramica dei tratti salienti del romanzo.
Questo si presenta in una forma definita dalla stessa Bessette «roman poétique»; in effetti lo spazio che la parola occupa nello spazio della pagina è importante quanto la parola stessa: più ancora che la punteggiatura (assolutamente dominata dal punto fermo) sono le interruzioni del testo nello spazio della pagina a dettare al lettore il ritmo, estremamente “spezzato”, della lettura: è come se il lettore si trovasse davanti a una miriade di frammenti di testo, elemento ulteriormente rimarcato dall’estrema rarefazione sintattica (come ricorda Lombardi non manca chi, come Minard, interpretando Bessette, abbia ricondotto al “delirio” sintattico di cui parlavano Deleuze e Piat in proposito del romanzo sperimentale francese del Novecento il titolo del libro, che farebbe del romanzo una sorta di “manifesto” di poetica dell’autrice), di cui un esempio:
Perché da sola? Quel giorno.
Perché annaffiare i fiori? Di notte.
In piena notte. A notte fonda. Scrutare la penombra. Per
trovare le begonie bianche. Fragile chiarore.
Perché annaffiare i fiori pallidi? Negli angoli bui delle giardiniere notturne. Che la luce di una lampada discosta non riesce a risvegliare.

Frammentaria è anche la descrizione che ci viene data della protagonista, Ida: descrizione in absentia, sapientemente costruita attraverso un intricatissimo alternarsi di voci la voce narrante sembra cambiare costantemente interlocutore, ora portando avanti un dialogo con la protagonista che inevitabilmente prende i connotati di un monologo, ora si rivolge direttamente ad un altro dei personaggi i cui ricordi della protagonista contribuiranno a delinearne il ritratto, la stessa voce sembra assumere man mano differenti punti di vista, fare le parti dei diversi personaggi, recitandone le battute.
Tutti i vari frammenti contribuiscono a fornire un quadro d’insieme di Ida ma, sembra dirci Bessette, la somma dei vari frammenti non potrà mai restituirci l’intero, che resta profondamente inconoscibile nella sua essenza, malgrado gli innumerevoli tentativi di definirla; con le parole di Lombardi: «a vanificare questo assillo definitorio intervengono altri principi: la resistenza dell’enigma di Ida all’accumulo delle voci e l’alternarsi vertiginoso dei punti di vista, che fa scontrare una posizione con l’altra, invalidandole tutte».

I frammenti della vita di Ida, le varie sfaccettature di Ida, non potranno in nessun modo ricostruire fedelmente l’essenza di Ida, ineluttabilmente perduta: tutto quanto al lettore è dato conoscere si concretizza nell’unico dato di fatto, “gridato” nell’ultima pagina, che occupa per intero.

Per quanto poco. Nella cecità generale.
Ida ha visto.
Fievole bagliore. Forme confuse.
Mani tese davanti l’indecisione.

Ida Ida, palpebre calate
Sul giorno crudele.

In quel buio cupo. La lampada fioca. La luce fosca. Dell’intelligenza.
Vacillante.
Quel bagliore pallido
Quel raggio sinistro
che filtra dal cervello
Ida ne era afflitta?

 

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