Alice Figini
pubblicato 3 settimane fa in Letteratura \ Recensioni

Il ritorno di Hofmannsthal

un classico contemporaneo

Il ritorno di Hofmannsthal

Hugo von Hofmannsthal, intellettuale, poeta e drammaturgo austriaco, celebre enfant prodige dell’aristocrazia asburgica, morì improvvisamente all’età di cinquantacinque anni stroncato da un’emorragia cerebrale. La sua fine fu teatrale e tragica come i popolari melodrammi musicali da lui scritti in collaborazione con Richard Strauss per gran parte della propria esistenza; leggenda vuole che collassò a terra mentre si recava al funerale del secondogenito Franz, morto suicida. Scompariva così, fatalmente, l’uomo che si era reso testimone della fine di un’epoca, considerato il massimo esponente del decadentismo asburgico, colui che attraverso i propri scritti aveva narrato la profonda crisi morale e intellettuale del Novecento promuovendo l’idea di una letteratura militante capace di rinnovare il cuore della cultura europea.

Poeta, librettista, saggista e prosatore, come tutte le grandi menti di luminari Hofmannsthal alla sua dipartita lasciò una moltitudine di progetti ancora incompiuti. Stava completando un impegnativo volume di saggi che verrà dato alle stampe due anni dopo la sua morte, nel 1931; ma non solo, nell’immensa mole di appunti venne ritrovato un romanzo elaborato per oltre vent’anni, Andreas oder die Vereinigten, mai concluso, che nell’intento dell’autore avrebbe dovuto essere l’ultima grande impresa, il libro dell’estrema maturità in cui racchiudere le riflessioni e le meditazioni tratte nel corso di una vita intera. L’analisi del manoscritto dell’Andreas negli anni ha impegnato generazioni di filologi e germanisti, che con differenti tecniche hanno ricostruito ed emendato il testo con l’intento di restituire al mondo l’ultimo capolavoro di Hofmannsthal nella sua interezza.

Questo mese la versione integrale di Andreas oder die Vereinigten torna in libreria grazie all’impegno di Del Vecchio editore, casa editrice romana nata nel 2007 che si propone di pubblicare «libri che sfidino il lettore, che non lo rassicurino».

Una mossa audace, quella di ripubblicare l’Andreas a settant’anni dalla prima edizione italiana, proponendolo ora a un pubblico contemporaneo. La nuova edizione del capolavoro di Hofmannsthal, tradotta e curata da Andrea Landolfi, tiene conto dell’intera vicenda dell’opera nei suoi risvolti filologici-letterari. Gli appunti dell’autore per la prima volta vengono pubblicati integralmente, in un’ampia selezione di 350 frammenti. Il titolo è stato tradotto con una resa più attinente all’originale Andreas o I riuniti contro l’antiquato Andrea o I ricongiunti della versione a cura di Gabriella Bemporad, successivamente riedita da Adelphi nel 1970.  L’accurato lavoro di Landolfi, docente di letteratura tedesca e traduzione letteraria all’Università degli Studi di Siena, propone l’intera opera in una edizione critica inedita che rende il lettore partecipe del laborioso processo di costruzione di un romanzo che – nell’intento originario dell’autore – si prefigurava monumentale.

Gli appunti di Hofmannsthal – la maggior parte dei quali ci è pervenuta soltanto per frammenti – rivelano la complessa architettura alla base della storia, un elaborato impianto simbolico che oggi fa apparire questo breve testo incompiuto come un lascito di mirabile modernità. Nell’intento dell’intellettuale viennese, abile sperimentatore di forme innovative di linguaggio, l’Andreas avrebbe dovuto descrivere «il racconto di gioventù e crisi di un giovane austriaco», tuttavia ad un lettore contemporaneo l’opera potrebbe apparire più simile ad un «rito iniziatico», l’avventura di un inesperto protagonista nel tentativo di ricongiungersi alla sfera più intima e inesplorata di sé stesso. Il viaggio di Andreas nella Venezia settecentesca è in grado di avvincere ancora il pubblico e tenerlo con il fiato sospeso proprio in virtù della forte carica simbolica presente nella narrazione che si muove tra messaggi allegorici e atmosfere rarefatte.

Proprio l’incompiutezza rende il libro contemporaneo nella sua più intima essenza: la storia stessa sembra nutrirsi della propria apparenza non finita e richiedere di conseguenza un’interpretazione attiva e partecipe ai nuovi lettori.

La parabola di Andreas sembra volutamente accentuata da un’ambientazione mitico-fiabesca tipica del romanzo di formazione: la storia è scandita dagli incontri del protagonista con diversi personaggi, il servitore Gotthelf, il cavaliere Sacramozo, la fanciulla Romana, l’enigmatica dama Maria. Tuttavia sotto l’apparenza del Bildungsroman si cela ben altro; nelle intenzioni di Hofmannsthal l’Andreas avrebbe dovuto ricomporre «il luogo geometrico dei destini» a dimostrazione che le vicissitudini dei vari personaggi, intrecciandosi le une alle altre, avrebbero raggiunto la quiete attraverso la ricomposizione circolare. Questa è anche la morale sottesa nel titolo “I riuniti”, l’idea di una socievolezza portatrice di contenuti universali: la vita del giovane protagonista si arricchisce attraverso l’incontro con l’altro da sé, e proprio da questo contatto con l’alterità ha origine la crescita e il perfezionamento dell’individuo.

Un messaggio straordinariamente moderno che ci giunge immutato dagli albori del Novecento. «Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire» affermava Calvino. E a ben vedere, l’Andreas di Hofmannsthal, parla in maniera esplicita alla nostra contemporaneità: nella scrittura simbolista dell’intellettuale austriaco si cela una sorta di preveggenza. Questo romanzo, nato nel cuore della rovina asburgica, sembra narrare la crisi del nostro secolo: il giovane protagonista si reca proprio a Venezia, «là dove la gente è sempre in maschera», e il tema del doppio, del travestimento, torna frequentemente nella storia. E forse nessuno è in grado di coglierlo meglio del lettore contemporaneo, ormai assuefatto a questa visione del mondo irreparabilmente scissa tra apparenze e realtà spesso in conflitto tra loro. La città mascherata di Venezia è forse la più degna rappresentazione del nostro mondo in conflitto tra frammentazione e unità. E il dissidio provato da Andreas – che nel tentativo di fondare le origini della propria identità scrive lettere immaginarie ai genitori, ultimi testimoni di una generazione ormai trascorsa – non è forse quel sentimento di inesplicabile inquietudine provata da qualsiasi giovane davanti all’avvenire?

Lo hanno definito uno dei grandi romanzi del ’900, proprio in virtù della sua capacità di trattare la nozione antica e tuttavia immortale di destino. Andreas o I riuniti ci parla ancora oggi con rinnovata energia e in questa nuova edizione, completa di apparato critico, fornisce originali e imprevisti spunti interpretativi.

Solamente un’encomiabile operazione di ricostruzione filologica avrebbe potuto far apparire l’incompiutezza di un romanzo come un punto di forza, e non come una menomazione: l’ultima versione di Andreas o I riuniti conquista il lettore grazie alla sua forma enigmatica che appare perfetta, chiusa, pur nella sua incompletezza. Il romanzo era già ridefinito in ogni dettaglio nella mente del suo geniale autore, e uno dei prodigi della filologia è stato proprio quello di restituirci l’idea originaria di Hofmannsthal: la volontà di istituire un ponte con le generazioni future, riunendo i destini in un cerchio di riconciliazione secondo i canoni di un umanesimo condiviso.

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