Andrea Talarico
pubblicato 1 mese fa in Letteratura \ Recensioni

Kornél Esti di Dezső Kosztolányi

alla scoperta di un capolavoro della letteratura ungherese

Kornél Esti di Dezső Kosztolányi

Dezső Kosztolányi (1885-1936) è stato con ogni probabilità l’autore in lingua ungherese più influente del ventesimo secolo; poeta, giornalista, traduttore, prosatore: la sua esistenza fu quasi interamente dedicata alla pratica delle lettere. Di recente, per il Culturificio è stato recensita la nuova traduzione di quello che è da molti ritenuto il suo romanzo più importante, Anna Édes (già tradotto in italiano per Baldini&Castoldi nel 1937, la nuova traduzione, a cura di Andrea Rényi e Mónika Szilágyi, è uscita per Anfora, 2018); ci occupiamo oggi di una sua opera che sfugge ad ogni tipo di definizione: romanzo picaresco, raccolta di novelle, autofiction, nessuna di queste categorie riesce a cogliere l’essenza di Kornél Esti (Esti Kornél, Budapest, 1933), tradotto in italiano da Alexandra Foresto per Mimesis nel 2012 (in precedenza, per il lettore italiano era disponibile solo una raccolta parziale di queste novelle edita nel 1990 da E/O col titolo Le mirabolanti avventure di Kornél). La difficoltà di definire gli scritti di Kornél Esti interessano per primo Kosztolányi stesso:

– Posso parlare solo di me stesso. Di quello che mi è successo. Che cosa mi è successo, però? Aspetta un attimo. Sostanzialmente nulla. Alla maggior parte delle persone succede a stento qualcosa. Ma ho lavorato molto di fantasia. Anche questo fa parte della nostra vita. La verità non è solo che abbiamo baciato una donna, ma anche il fatto che segretamente l’abbiamo desiderata e abbiamo voluto baciarla. Spesso la donna in sé è la bugia, e il desiderio la verità. Anche un sogno è realtà. Se sogno di essere stato in Egitto, ne posso scrivere il diario di viaggio.
– Dunque sarà un diario di viaggio? – indagai. – Oppure una biografia?
– Nessuno dei due.
– Un romanzo?
– Dio ce ne scampi! Tutti i romanzi iniziano così: “Un giovanotto percorreva una via buia con il colletto rialzato”. Poi si scopre che questo giovanotto con il colletto rialzato è l’eroe del romanzo. Per stuzzicare la curiosità. Terrificante.
– E allora cosa sarà?
– Tutti e tre insieme. Un diario di viaggio nel quale racconterò i luoghi che avrei voluto vedere, una biografia romanzata in cui renderò conto anche di quante volte l’eroe sia morto in sogno. Ma su una cosa non transigo: non lo infarcire di favole sceme di ogni sorta. Che resti tutto così, come s’addice a un poeta: frammenti.

Il libro si presenta formato da diciotto capitoli, ognuno dei quali riporta nell’intestazione un breve sunto del contenuto del capitolo stesso; c’è chi, per questo uso, scomoda il Decameron: basterà ricordare piuttosto i romanzi la tradizione europea sette e ottocentesca (per l’uso spesso ironico direi, su tutti, Sterne).

Kosztolányi presenta l’opera come il racconto di alcuni episodi della vita del suo amico Kornél Esti, appunto; un amico molto particolare:

Eravamo nati entrambi lo stesso giorno dello stesso anno, anzi, alla stessa ora e allo stesso minuto: il 20 marzo 1885, domenica delle palme, alle sei del mattino in punto

Si capirà che l’autore lascia intendere al lettore, con l’ironia che ne contraddistingue la narrazione, che Kornél altri non è che un “doppio” letterario dell’autore, un doppio, per la verità, piuttosto inusuale, decisamente problematico:

Chi e che cosa fosse lui per me, sarebbe difficile da descrivere per filo e per segno. Non potrei neppure addossarmi un simile impegno. La nostra amicizia risale a prima della mia memoria; le sue origini, infatti, si perdono nella penombra preistorica della mia prima infanzia. Da quando mi venne data la facoltà dell’intelletto, lui mi è stato sempre vicino: sempre davanti o dietro di me, sempre al mio fianco o contro di me. Lo adoravo oppure lo odiavo. Non mi è mai stato indifferente.

Kosztolányi instaura con Kornél Esti un rapporto di alterità che oscilla costantemente nella percezione del lettore: ai costanti tentativi del narratore/Kosztolányi di prendere le distanze da Esti fanno da contraltare inesorabile le continue identificazioni del narratore con Esti stesso, da parte degli altri personaggi (in questo caso sarebbe forse più giusto parlare di comparse) che nella finzione letteraria confondono costantemente Kosztolányi e il suo doppio, opposto e complementare:

– Io non so più scrivere – disse. – Io invece so solamente scrivere – ribattei

Come tutte le grandi opere della letteratura mondiale, Kornél Esti si apre a molte e diverse letture: a livello macroscopico, non c’è dubbio che l’opera sia una grande, magistrale riflessione metaletteraria che rimarca a livello profondo il travaglio di Kosztolányi nel rapporto con le lettere, nella frattura inscindibile tra la vita attiva (rappresentata da Esti) e la vita contemplativa (rappresentata dal narratore/Kosztolányi).
Kosztolányi non rinnega mai questa scelta, che ha deciso di confermare in Kornél Esti quando:

Avevo oramai superato il mezzo del cammin della mia via vita, quando in una ventosa giornata di primavera mi tornò in mente Kornél Esti

Niente selva oscura, dunque; tutt’altro: un miracolo climatico, un disgelo primaverile, come descriverà più avanti. Tutt’al più, è Kornel Esti quello che, al bivio, ha preso la scelta sbagliata:

Divenimmo estranei lentamente, senza rendercene conto. Io, nonostante tutto questo, lo capivo. E lui capiva me. Solo che in segreto ci stavamo già criticando. Le spiegazioni sul fatto che ci capivamo, eppure non ci capivamo, innervosivano entrambi. Ognuno prese la sua strada. Lui a sinistra, io a destra.

Eppure, nemmeno questa “via dritta” è scevra di contraddizioni; la scelta di Kosztolányi di dedicarsi alla poesia rientra tra le turpitudini a cui è stato iniziato da Kornél:

Una cosa è certa: fu lui che mi iniziò a tutte le cose cattive. All’epoca fu lui a illuminarmi su come nascono i bambini, mi spiegò lui per la prima volta che gli adulti sono dei tiranni tumefatti, giallastri, che puzzano di tabacco e non meritano alcun rispetto perché sono più brutti di noi e moriranno prima. […] lui mi insegnò a cantare, a mentire e a scrivere poesie

Raccontando le vicende di Kornél Esti, Kosztolányi non smetterà mai di lasciar filtrare la sua considerazione della letteratura come superiore alla vita vera, al vissuto: basterà ricordare che, mentre un suo amico è preoccupato per la vita del figlio che sta per sottoporsi ad una operazione (preoccupazione esagerata, dato che finirà sotto i ferri per una banale appendicite), il poeta è preoccupato per la sorte della poesia appena scritta: «Il padre si chiedeva se il suo figlioletto sarebbe sopravvissuto. Il poeta si chiedeva se sarebbe sopravvissuta la sua poesia»; o che in quello che l’autore definisce come «l’albergo più distinto del mondo» lavorano Rodin, Bismarck, Schopenhauer, Einstein; per non parlare della storia del traduttore Gallus, borgesiana ante litteram, il cui protagonista «ha smarrito la retta via».

In questa chiave assume un significato amaro il conclusivo «CAPITOLO DICIOTTESIMO, NEL QUALE SI DESCRIVE IN MANIERA SCONVOLGENTE UN NORMALE VIAGGIO IN TRAM E SI CONGEDA DAL LETTORE»; la cui interpretazione lascio, però, ai (tanti, spero) lettori che vorranno cimentarsi nella lettura di questo capolavoro.

 

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