Marco Miglionico
pubblicato 4 anni fa in Altro \ Letteratura

La mitologia oggi

Viaggio nella produzione di Vinicio Capossela, mitografo contemporaneo

La mitologia oggi

Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu che insensato cerchi lei!

La discografia di Vinicio Capossela parte dal 1990, anno in cui a soli 25 anni il cantautore polimorfo diede vita a un capolavoro della musica italiana contemporanea: All’una e trentacinque circa. L’album raccoglie 11 canzoni che assieme riassumono e spiegano sonorità già riuscite, testi già maturi e temi che rimandano alla mitologia americana 500x500della beat generation. Capossela infatti dichiara a proposito del suo primo lavoro “è un mondo pieno di guai, affollato di guitti stralunati, strade chiassose e vecchie macchine”. Gli echi delle canzoni rimandano a una letteratura precisa: Fante e Bukowski in primis. La mitologia è la volontà di determinare il proprio posto nel mondo. Il cantautore irpino si schiera dal punto di vista dei falliti, di coloro che non hanno raggiunto gli apici del sogno americano. Coloro che sono L’accolita dei rancorosi (brano dell’album Il ballo di San Vito, 1996).
Percorrendo le strade a ridosso dei muri, con un andamento ubriaco, Vinicio Capossela ritorna alle radici in una canzone del suo album Camera a sud, contenuta nell’album omonimo del 1994. Il testo, su calde note di una bossanova meridionale, accoglie tutte le suggestioni di un pomeriggio che volge alla sera, forse una dichiarazione autobiografica: un uomo che attraversa la soglia della giovinezza e giunge all’età adulta.

Sud
fuga dell’anima
tornare a sud di me
come si torna sempre all’amor
vivere accesi dall’afa di Luglio
appesi al mio viaggiar
camminando non c’è strada per andare
che non sia di camminar

Capossela si ritrova tornando a sud, a sud di sé. Ritorna alle sue radici, alla base della persona, per raccogliere elementi che hanno determinato la sua formazione, anche musicale. Nato ad Hannover, il cantautore è originario di Calitri (AV) nell’Alta Irpinia, un paese che ha sempre vissuto di musica, di matrimoni e di musica da matrimoni; oggi egli dirige, partecipando vivamente all’evento, il Calitri sponz fest che ha fatto conoscere a più larghe porzioni di V_Capossela_ischia8_foto-di-Elettra-Dallimore-Mallabypubblico, tra gli altri, La banda della posta, cioè un gruppo di musicisti pensionati che s’intrattiene suonando davanti agli uffici postali del paese e che diletta i matrimoni, altro fenomeno della mitologia popolare nostrana. Nel romanzo Il paese dei coppoloni (Feltrinelli, 2015) Capossela parla appunto del suo ritorno a Calitri, al suo sostrato, alla sua essenza. Laddove “tutto era materia. Lo spirito scappava”. E per scoprire la materia, le domande da porre e da porsi sono quelle che nei paesi gli anziani, custodi della saggezza e dell’ospitalità di reminescenza omerica, rivolgono ai viandanti: “Da dove venite? A chi appartenete? Cosa andate cercando?”. Il viandante è lo stesso narratore-autore, come Vittorini nelle sue Conversazioni in Sicilia o, in un percorso al contrario, l’anziano protagonista del film di Tornatore Stanno tutti bene. La definizione della propria persona non sarà ancora definitiva, ma “Vinicio Capossela ha scritto un’opera memorabile in cui la realtà è visibile solo dietro il velo deformante di un senso grandioso, epico, dell’umana esistenza, di un passato che torna a popolare di misteri e splendori l’opacità del nostro caos”. 1
252352Capossela non è nuovo tuttavia al mondo della narrativa; già nel 2004 infatti, sempre per Feltrinelli pubblicò Non si muore tutte le mattine, raccolta di racconti che sono altrettante porzioni dell’anima. Forse simile al Petrarca del Canzoniere, le varie frazioni diegetiche destrutturano l’anima, la eviscerano e la offrono “a fette” al lettore, che potrà leggerne una per volta. Ancora la letteratura che fa da sfondo alla sua è quella “on the road”; ancora Capossela si appende a strade già calcate per infilare il proprio piede nei solchi lasciati dagli altri, i grandi. Una frase parecchio nota, tratta dal libro, recita: “Io ascoltavo e basta, preferisco rimanere un’impressione, preferisco le impressioni. Le impressioni emozionano. È inutile conoscere: molto meglio supporre”. Continuando a camminare sulle spalle dei giganti però ha sostanziato la sua definizione personale: è arrivato alla conoscenza, intesa come l’abisso di Nietzsche che il buio rivela a chi più si spinge.
Ai più grandi è approdato con un disco, anzi due, che sono il capolavoro recente “Marinai Profeti e Balene” (La cupa, 2011). Diciannove in tutto le canzoni che il cantautore, al timone di una nave ideale, la pancia della balena in cui anima i suoi spettacoli, dirige e conduce. La balena non è soltanto splendida scenografia che Capossela porta tra teatri e spazi vari, ma anche una creatura più potente dell’uomo, che argina il limite insondabile della nostra conoscenza: l’uomo virtuoso, eroticamente proteso a conoscere, è Giona, inghiottito però dal mostro marino per avere disobbedito al Signore.

Bianca l’insonnia bianca, la morte bianca
e bianca la paura è bianca
L’universo vacuo e senza colore
Ci sta davanti come un lebbroso
Anche questo è la bianchezza della balena
La bianchezza della balena
Capite ora la caccia feroce? Il male abominevole,
l’assenza di colore

Vinicio Capossela sonda “l’ingiusta Giustizia” che regola le nostre vite, che ci rende muti quando ci spingiamo verso l’ignoto: Odisseo, il Pelide, Billy Budd, il capitano Achab sono tutti coloro che hanno dovuto misurare i propri limiti e cui il cantautore rende omaggio nel disco, come si fa ai maestri.
Tracce di mitologia sono sparsamente diffuse nell’intera produzione di Capossela. Se ne ritrovano, 2hx65nkcalate nella dimensione più materiale, nel lavoro discografico Il ballo di San Vito, un disco che è un’esperienza, come spesso egli ha avuto modo di definirlo; un disco dove si animano le forze primigenie dei culti popolari e dove egli elabora i suoi studi su Carlo Levi, sull’antropologo Ernesto De Martino, su Omero e l’epos popolare. Clive Davis sul “TIME” ha scritto: “Capossela esplora i miti e gli istinti che tengono assieme villaggi e nazioni. Non è un caso che si animi come non mai quando parla delle sue origini ancestrali”.

 


 

1 Dalla quarta di copertina del romanzo Il paese dei coppoloni.

2 Tema dello spettacolo teatrale di G. GHEDINI del Billy Budd di MELVILLE, per adattamento di S. QUASIMODO.