Arianna Fontanot
pubblicato 3 anni fa in Altro \ Storia

Otto Weininger

l'Ebreo che odiava gli Ebrei

Otto Weininger

Nella seconda metà del XIX secolo si affacciano al panorama filosofico e culturale teorie articolate e complesse riguardo alla razza. Accanto alla scienza della razza vera e propria – la biologia razziale- si delinea il profilo di un nuovo studio: il mistero della razza.

Un importante fattore di condizionamento di quest’ultimo è, senza dubbio, l’ondata di spiritualismo calata sull’Europa a partire dagli Stati Uniti, cui si deve attribuire la fortuna di società come quella teosofica di Madame Blavatsky, ma al contempo un interesse inveterato per l’unità nazionale, avvertita in tutta la sua precarietà. Vi era quindi una parossistica ricerca di una fede nazionale, in virtù della quale non si esitò a manipolare, talvolta anche sulla base di conoscenze piuttosto superficiali, la filosofia di Kant e in genere quella idealistica.

Fu questo il caso di Houston Stewart Chamberlain (Portsmouth 1855- Bayreuth 1927, scrittore britannico naturalizzato tedesco), imprescindibile per la comprensione del panorama culturale europeo in cui ebbe origine la mistica razziale, che si occupò – nella sua opera I fondamenti del XIX secolo, 1899- di risalire alle origini spirituali della razza germanica e di una vera e propria religione germanica. Quest’ultima, in particolare, lo induceva a definire, poiché ne era monopolio, l’anima razziale ariana: un’anima che configurava gli ariani come onesti, leali e industriosi.

Alla luce di una definizione tale, Chamberlain fu in grado di tramutare lo stesso Cristo in un profeta ariano poiché in lui si incarnavano pietà, amore ed onore immuni da ogni materialismo. Secondo Chamberlain, peraltro, la razza ariana si era situata in Galilea in un’epoca di molto precedente a quella ebraica ed era entrata nella storia come la salvatrice dell’umanità, discendente di greci e romani. Per quanto egli sostenesse che soltanto la riforma protestante e Lutero professassero l’ortodossia a cui il popolo tedesco doveva rifarsi, il nemico precipuo non fu nella misura maggiore il cristianesimo cattolico, bensì l’ebraismo. L’Ebreo fu sempre percepito come un materialista, privo di tolleranza e di qualsivoglia idea di moralità e a conferma di questo citò addirittura l’Antico Testamento. In sostanza, dunque, gli ebrei rappresentavano il demonio e i tedeschi il popolo eletto.
Se quest’ultimo fosse riuscito a sconfiggere la vile anima ebrea, sarebbe finalmente sorta una cultura rinnovata e pronta a porre fine alla degenerazione presente. Egli sostenne, infine, che questo sarebbe stato possibile soltanto se i tedeschi avessero potuto esprimere la propria anima creativa senza reprimerla in virtù di leggi straniere e criticò il pensiero della biologia razziale per cui l’unico aspetto rilevante dell’eugenetica consisteva nella sterilizzazione. Era opinione di Chamberlain, invece, che soltanto una guerra razziale avrebbe condotto alla salvezza dal pervertimento contemporaneo.

Ed è proprio in termini di anima e carattere che dobbiamo considerare il pensiero di Weininger (Vienna 1880 – weiningerVienna 1903). Nel 1919 la sua opera Sesso e carattere aveva già ottenuto diciotto edizioni. Non è chiaro se la popolarità dipese dall’argomento del testo o dal fatto che il giovane Otto morì suicida, all’età di ventitrè anni, immediatamente dopo la pubblicazione del volume. Ad ogni modo, la teoria del giovane ebreo è per molti versi riconducibile a quella di Chamberlain. Egli costruì un ideale di maschio ariano sulla base del sesso e della razza: lucido, risoluto e in grado di innalzarsi a livelli superiori di pensiero metafisico. D’altra parte, invece, le donne di ogni razza sarebbero incapaci di pensiero concettuale poiché inclini al compromesso e all’incertezza. Perciò ecco che il maschio divenne rappresentante dell’eroismo, della lucidità e del combattimento mentre la donna l’emblema dell’indecisione. Tuttavia la polarizzazione si smussava immediatamente in ambito “ariano”; la donna ariana, infatti, aveva la qualità di possedere fede nel proprio marito o figlio e, in ultima istanza, questo era ciò che importava: credere in qualcosa. L’Ebreo, al contrario, risultava privo di qualsiasi fede, senza anima né ordine spirituale o conoscenza del concetto di stato. L’Ebreo era materialista e anarchico.

Ma Weininger si spinse oltre e considerò un punto comune nel carattere di donne ed ebrei: entrambi, mancando di sentimento nazionale, non avrebbero mai potuto acquisire una propria personalità e, ancora oltre, gli ebrei, proprio perché spersonalizzati, furono considerati un non-popolo. Una tale idea trovò molto68-8 appoggio anche in Francia, Gellion-Danglar, ma anche Barrès, e si può notare quanto simile sia il pensiero del giovane ebreo austriaco a quello di Chamberlain. Dunque lo stereotipo ebraico assunse una dimensione metafisica assai lontana dalla realtà. La battaglia contro l’Ebreo indossò i panni di una lotta eterna ed epocale fra luce e tenebre. Eppure il culmine della teoria di Weininger si situa nella critica a Chamberlain in merito al fatto che Cristo non fosse ebreo. Il giovane riteneva, infatti, che unicamente un ebreo avrebbe potuto conoscere quanta malvagità si celasse dietro la propria razza tanto da cercare di trascenderla. Anche il giovane Otto, come Cristo, deve essersi sentito in dovere di trascendere la propria ebraicità e, convinto del fallimento dell’impresa, deve aver scelto la via del suicidio.

Ma la dottrina di Weininger, per quanto accusata di pseudo-scientificità, sopravvisse all’autore: Hitler stesso ne venne a conoscenza e se ne servì per alimentare il proprio odio nei confronti degli ebrei. Sesso e carattere, dunque, fu una critica alla cultura moderna, che, agli occhi del giovane austriaco, era un’epoca “degenerata“, in cui i rapporti sessuali erano diventati un dovere, una necessità eugenetica. Soltanto una nuova religione sarebbe stata in grado di stabilire una netta distinzione fra giudaismo e cristianesimo, specie e personalità e questa religione, Weininger, non seppe indicarla. Fu ciò, probabilmente, che lo condusse, dapprima, ad un odio spasmodico verso la propria “razza” (per quanto sia corretto utilizzare ad oggi questo termine) e infine al suicidio. Una filosofia composta, quindi, soltanto di una pars destruens che distrusse il suo stesso creatore, un giovane ebreo permeato da un modello cognitivo complesso e composito, quello antisemita, che pose, nel XIX secolo, in Europa, le fondamenta per una, terribile, soluzione finale.