Marco Miglionico
pubblicato 6 anni fa in Letteratura \ Recensioni

Storie di dee dai Carpazi Bianchi

“L’eredità delle dee” di Kateřina Tučhová

Storie di dee dai Carpazi Bianchi

Qualcuno mi protegga da quello che desidero
o almeno mi liberi da quello che vorrei.
(Vinicio Capossela – In clandestinità)

 

«Qui la vita non è mai stata facile, lo vedi anche adesso che povertà che c’è, e si fanno tutti in quattro per sopravvivere. E la tua famiglia se la passava particolarmente male. Forse perché vivevano a Bedová. È il lato della montagna che rimane ombreggiato dal bosco, c’è sempre stata tanta miseria» (p. 327).

È in questo territorio aspro, come i volti e le vite dei suoi abitanti, che è ambientato il romanzo edito in Italia da Keller editore, tradotto da Laura Angeloni, “L’eredità delle dee” di Kateřina Tučhová. L’area geografica è quella rude e povera dei Carpazi Bianchi, al confine tra Repubblica Ceca e Slovacchia, dove la vita è intrisa di acquavite, di nebbia e di minuscole storie di persone il cui percorso esistenziale, tortuoso e a tratti oscuro, ricalca e convive con la geografia di questi luoghi misteriosi. L’intera storia è costruita come un insieme di frammenti, che tiene legati una solidità tutt’affatto personale, quella cioè della protagonista, Dora.

Quando Dora segue le tracce del suo lavoro, una ricerca etnografica sulle misteriose dee dell’area morava, inevitabilmente si ritrova a seguire le tappe genetiche di quella eredità, appunto, che si porta dentro: essere a sua volta l’ultima di una lunga generazione di dee. Il destino – scrive Tučhová – non ha mai arriso alle dee della Moravia meridionale, che hanno dovuto sempre sconfiggere i pregiudizi di chi le additava come streghe o proteggersi dalla curiosità spesso morbosa di quanti ne volevano conoscere di più. Le dee dei Carpazi, infatti, attirarono in epoca nazista anche la curiosità dei tedeschi, convinti com’erano che le pratiche delle dee (guarigioni, malefici o benefici vari, predizioni) fossero un retaggio delle sacerdotesse antico-germaniche. Tučhová non nasconde che dietro la sua attività di riscrittura degli eventi si cela la storia vera di queste dee e spesso la scrittrice, con l’acribia della studiosa qual è lei stessa, interseca al romanzo notizie storiche, fonti d’archivio e materiale fotografico prevalentemente tratto dai giornali. Ammetto che nelle fasi di composizione della storia, quelle cioè più centrali dell’intero romanzo, si fatica un po’ a seguire l’andamento delle cose, proprio perché a tratti i capitoli sono risultati appesantiti dal rigore scientifico di Kateřina Tučhová.

Dora, come Kateřina Tučhová, ha davanti a sé prima di tutto la fede nella scientificità dei fenomeni, nella possibilità di dimostrare tutto quanto accade.

«Continuavano a tornarle in mente, una dopo l’altra, le formulazioni che aveva utilizzato nella propria tesi, che rileggeva sempre con maggiore rimorso… da un esame dei teoretici marxisti che sulla base del materialismo dialettico hanno dimostrato quanto fosse infondata la fede nel sovrannaturale, deriva… Oppure: la rinuncia alla ragione pratica porta inevitabilmente a un asservimento dell’umanità… e così via» (p. 350).

Però questa fede diventa progressivamente cedevole, perché Dora si misura continuamente con gli eventi della sua famiglia, di quelle donne che avevano poteri ritenuti straordinari. È quindi la fede, popolare prima che sclerotizzata nella religione, a sostenere il sovrannaturale o questo sovrannaturale, che sarebbe più corretto definire para-normale, ha una sua consistenza? Il romanzo è infatti fondato sul binario giudizio della protagonista, che rifiuta di accettare un destino segnato, ma che pure lo insegue col pretesto della conoscenza a fini accademici, restandone, infine, irretita. Kateřina Tučhová fa convivere, in un sistema di forze inversamente proporzionali, il livello di comprensione della ricerca di Dora e quello di una comprensione personale del fenomeno delle dee; quando Dora ha raccolto tutte le informazioni per il suo saggio, manca di avere quanto le serve per conoscere meglio la sua eredità e quando, invece, ha compreso la storia che si nascondeva a lei, poiché la zia Surmena aveva sempre voluto proteggerla dal suo destino, Dora non sa completare il proprio lavoro, che sarà sopraffatto dal peso inestinguibile dell’eredità delle dee.

Si legge, ma è ormai quasi la fine:

«Ecco. Ora sapeva tutto. Non rimaneva niente da scoprire. Era arrivata alla fine del suo viaggio, aveva una visuale completa, sul suo passato e su quello di Surmena. Rimaneva solo un’ultima cosa da portare a termine. Il suo saggio» (p. 400).

L’immagine in evidenza proviene da: http://cronacheletterarie.com/2018/04/13/eredita-delle-dee/