Federico Musardo
pubblicato 3 settimane fa in Letteratura

Visto si stampi. Nove vicende editoriali

di Gabriele Sabatini

Visto si stampi. Nove vicende editoriali

Il discorso intorno al libro nasce prima della sua pubblicazione, quindi crea per il pubblico delle aspettative che precedono una lettura già condizionata, anche inconsapevolmente, da questo lavoro sotterraneo. Da editori, critici, grafici e da tutti gli abitanti del sottosuolo editoriale, un libro viene pensato alle spalle di un lettore che al contrario, teoricamente, dovrebbe rappresentare il soggetto più importante, l’arrivo di una scrittura. Ciò significa che un libro potrebbe arrivargli già interpretato, anche se il più delle volte chi legge non è a conoscenza di questi viavai nascosti.

In Visto si stampi. Nove vicende editoriali (Italosvevo, 2018), Gabriele Sabatini ci racconta proprio che cosa avviene prima che il lettore possa sfogliare il libro, soffermandosi su nove esempi italiani di esordi narrativi o comunque di idee sull’opera propedeutiche alla stesura e pubblicazione del libro stampato su carta.
Curzio Malaparte scrisse La rivolta dei santi maledetti (1921, originariamente Viva Caporetto!), un elogio rivoluzionario della sconfitta dei soldati italiani durante la prima guerra mondiale, scritto contro l’asimmetria strutturale tra chi moriva al fronte e le alte gerarchie militari (vi si scagliarono molti intellettuali, tra cui si ricorda soprattutto Gadda). In questo breve saggio narrativo, i soldati sembrano martiri che si sacrificano per far sì che il popolo arrivi all’epifania di una disfatta disumana. Per presentare il suo libro ai lettori italiani, Kurt Erich Suckert (così all’anagrafe) si inventò di sana pianta un orizzonte internazionale di lodi e plausi. Tre governi italiani, tuttavia, sequestrarono questo libro polemico.

Dieci anni per meditarlo, sette mesi per scriverlo, e possiamo solamente immaginare quanti tentativi abortiti vi furono prima dell’intimamente autobiografico Cronache di poveri amanti (1947) di un Vasco Pratolini che scriveva così all’editore Enrico Vallecchi: «ci impiegherà chissà quanto tempo […]. È per Vallecchi, ma Vallecchi mi deve dare il tempo, rispettare la mia necessità di lavoro». Come sempre, per gli editori e gli scrittori, il tempo scorre diversamente.

Nel 1962, Mondadori stampò la prima edizione de Il piatto piange di Pietro Chiara, un libro che raccoglie aneddoti spesso burleschi e ironici di un autore che visse in un paese della provincia lombarda vicino al confine svizzero. Purtroppo, pur apprezzandolo, molti commentatori lo relegarono nel piccolo mondo dell’umorismo, precludendosi perciò una prospettiva più eterogenea di lettura.

Ennio Flaiano percorse un cammino impervio e frenetico, già dalla scelta del titolo, per la pubblicazione del suo Tempo di uccidere (1947), un romanzo nuovo che vinse la prima edizione del premio Strega anche se molti tra i primi commentatori, di fronte a un libro strano e atipico, espressero le loro perplessità. Flaiano scrisse questo romanzo indotto da una commissione categorica e perentoria del pragmatico editore Longanesi, tant’è che dopo una stesura molto veloce del libro l’autore non fece neanche in tempo ad apportare le ultime correzioni, apparse solamente con le successive edizioni del romanzo. La consegna del lavoro gli era stata imposta entro il 12 marzo del 1947, «perché», spiega Longanesi, «il 13 abbiamo il turno presso il linotipista» (p.39).

Vitaliano Brancati, dapprima fascista e poi critico ironico del regime, come nei romanzi in cui si fa beffe di un certo gallismo nostrano, assesta una prima stoccata all’imperante fascistizzazione della società italiana già nel suo racconto lungo Il vecchio con gli stivali (in rivista nel 1944, in volume per Bompiani nel 1946). Egli tuttavia avrà problemi con la censura anche durante i governi democristiani, per esempio con la sua commedia La governante (1952), per via delle più o meno scoperte allusioni all’omosessualità della protagonista.

Nel fascio di appunti che formerà Il sergente nella neve (1953, sebbene già concepito da tempo) di Mario Rigoni Stern, la campagna di Russia è sia una testimonianza personale che un’esperienza condivisa. È un libro che, sorto dalla memoria, verrà alla luce solamente a guerra conclusa, pubblicato nella collana einaudiana de I gettoni diretta da un Elio Vittorini che rimase profondamente affascinato da questa narrazione. L’editore e lo scrittore lavorarono infatti fianco a fianco:

Ogni tanto [Vittorini] faceva un segno, metteva una virgola, mi chiedeva perché avessi usato quell’aggettivo o quel verbo, o perché cambiavo così spesso i tempi, il significato di una parola dialettale che poi scoprivo avere nella lingua altro concetto di quello che intendevo (p.58).

Il cielo è rosso (1946) di Giuseppe Berto, concepito durante la prigionia texana dell’autore e quindi da una prospettiva estranea ai fatti, si intitola così perché uno dei collaboratori dell’editore Longanesi, siccome lo stesso Berto avrebbe voluto un titolo biblico, aprì a caso il Vangelo secondo Matteo e vi lesse quel sintagma. Berto scrisse poi un saggio, L’inconsapevole approccio (quello neorealista), in cui espresse la sua opinione sulla ricezione del libro. Si tratta di un documento indispensabile per cercare di capire la dialettica tra l’interpretazione dell’autore e quella dei commentatori, consentendo di giustapporre alla volontà autoriale ulteriori prospettive di lettura.

La storia di Bube e della sua ragazza Mara, con echi provenienti dalla realtà, dimostra come l’esperienza resistenziale possa fondarsi anche su un sostrato intimo ed emotivo. Questo romanzo riceverà delle critiche distaccate dalla sinistra italiana più ortodossa ma nonostante questo prevarranno i giudizi positivi, se Carlo Cassola arriverà a vincere la tredicesima edizione (1960) del premio Strega. «Non sarà difficile per chi conosce la vita», scriverà Carlo Bo, «ritrovare nel libro il valore che ha il fiume del tempo, la lezione della realtà sofferta» (p.74).

Con queste pagine appassionanti e curiose, Sabatini ci fa entrare nell’officina di nove scrittori le cui opere narrative, accomunate dal fil rouge dell’esperienza bellica, raccontano anche come gli scrittori italiani vissero, interpretarono o perfino immaginarono la storia del nostro paese.

G.Sabatini, Visto si stampi. Nove vicende editoriali, Italosvevo, Trieste-Roma, 2018.

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