Culturificio
pubblicato 10 mesi fa in Di parola in parola

Creazione – Eduardo Savarese

ovvero dell’“incipit supremo”

Creazione – Eduardo Savarese

Lo scrittore Eduardo Savarese ci parla di “creazione”, parola che nella sua opera esprime la sacralità dei rapporti umani, l’azione da cui scaturisce l’ordine e l’umiltà intesa come necessità di contenimento.


La parola che ho scelto è creazione. Ricorre spesso nella mia scrittura, ma anche nel mio discorso orale. Accade anche con il sostantivo creatura. E l’aggettivo creaturale mi affascina. Ma la parola creazione più di ogni altra è al centro del processo di elaborazione del mio logos personale, rispecchia – nel linguaggio – un collegamento profondo tra la mia vita, la vita della realtà nel suo insieme, e il significato che la mia coscienza tenta di attribuirle. Perché? Provo a identificare tre possibili ragioni (procedendo nel dubbio e nell’incertezza che sono propri del campo delle ipotesi).

In primo luogo, la parola creazione esprime la mia visione religiosa delle relazioni umane e la mia fede che l’essere di cui faccio esperienza deriva da un atto creativo, libero e originario, ad opera di un Essere che esce da sé per amore. Mi accorda – questa parola – la possibilità di visualizzare l’istante dell’atto creativo. Per rendere più chiaramente ciò cui mi sto riferendo ricorro a un capolavoro della musica, La creazione (Die Schöpfung) di Haydn, che si apre, dopo un indistinto suono di tenebra (o brodo primordiale), nell’esplosione del Do maggiore, luogo della partitura che intende riprodurre l’istante in cui l’atto creativo diventa tale: in altri termini, l’incipit supremo. Ed è questa processione dell’essere che mi interessa indagare con la mia scrittura: il linguaggio delle scritture sacre (non importa di quale religione), portando dentro di sé una carica creaturale, è quello che ricerco e che mi sforzo di attuare.

Che si tratti di narrativa pura o di forme meno esatte dal punto di vista della categorizzazione nei generi (come Il tempo di morire, da cui è tratto il brano che riporto di seguito), ciò che mi preme comunicare è il tracciamento1 di una via di emersione dell’essere, di uscita dell’essere da sé per seminare nel mondo, di evoluzione della coscienza. In questi percorsi di svelamento e svestizione, quando ho scritto in prima persona per testimoniare della mia fede dalla prospettiva della mia omosessualità, oppure delle mie idee sul fine vita o, ancora, sul mio rapporto col femminile attraverso le eroine del teatro lirico, ho sempre praticato un atto di fede nel lettore: ero – e sono – certo che il lettore entrerà in relazione profonda con la sincerità della mia intenzione di ricerca, del mio anelito a un discorso veritiero.

In secondo luogo, e indipendentemente dalla sua etimologia, in creazione c’è la parola azione. Non un’azione inconsulta, disordinata. Un’azione, invece, che dà luogo a un ordine, a un cosmo, fosse anche minimo, fosse pure banale come la preparazione di una frittata di due sole uova (e magari qualche foglia di basilico, per incrinare l’abbaglio del giallo dorato). In qualche modo, sotto questa parola, si muove la luce, il miracolo dell’apparizione della luce, la morbidezza della caduta della luce sulle cose, sulla carne delle creature. L’atto della creazione è luminoso e illuminante, benché sia correlato inestricabilmente con il buio, con la tenebra. Forse perché oso poco con la scrittura, oppure perché sono deviato dal rigore logico-argomentativo della scrittura non letteraria che pratico per lavoro (la stesura delle sentenze), o perché sono animato dall’etica del linguaggio come comunicazione: fatto sta che perseguo un’azione linguistica luminosa, cioè chiara. Perseguo una chiarezza diafana (quella di cui discorre María Zambrano quando illustra il senso – poetico – degli dèi greci).

Infine, una terza ragione della rilevanza della parola creazione per il mio pensiero e la mia scrittura, sta nella stretta relazione che essa intrattiene (non solo con la luce ma anche) con l’umiltà, con la virtù del radicamento nella terra, nel buon senso (al modo di Raffaele La Capria), nella necessità di misurarsi e misurare, contenersi e contenere. Umiltà che è, nei limiti del possibile, sforzo di sincerità, di verità. Umiltà come pazienza nell’attesa, come volontà di non volere, di ricevere il messaggio angelico che non arriva, di solito, preannunciato dal suono roboante delle trombe del giudizio, bensì (come accadde al profeta Elia) nelle vibrazioni quasi inudibili di «una voce di silenzio sottile».

Questa umiltà non mi interessa tematizzarla in ciò che scrivo: conta per me che mi sia accanto quando invento, quando penso, quando ricordo, quando provo passioni e sentimenti che confluiscono nella scrittura. In altri termini, e ricorrendo alle parole di altri, la parola creazione costituisce un criterio di metodo per fare della scrittura uno strumento di possibile conseguimento di un fine: «signore del mondo, servo dello Spirito» (così Roberto Assagioli, padre della psico-sintesi). Questa voce umile può benissimo essere anche quella di un… Céline, o anche di un Faulkner, e persino di un Lezama Lima…

Una voce che crea e, mentre crea, trema nel dubbio di star agendo bene: una specie di timore di Dio. Riconosco le scritture che derivano da questo timore. Mi avvincono a sé. Ed è questo genere di scrittura che tento di esperire.

[1] Uso il termine nel senso (tipico dell’indagine del rapporto tra uomo e animale), adoperato nel saggio di Baptiste Morizot, Sulla pista animale, Nottetempo, 2020.


Da Il tempo di morire (Wojtek, 2019):

Nella sostanza di ciò che chiamiamo vita, a seconda della prospettiva culturale adottata, possono comprendersi insomma quegli spazi di indefinito non coincidenti con il controllo del qui e ora, del quotidiano percorso biologico di ciascuno. Una tutela piena del diritto alla vita, dunque, non può laicamente essere indifferente a questo aldilà, a questo regno dell’indefinito con il quale la nostra coscienza e tutto il nostro essere si misurano in fasi alterne e diversificate di consapevolezza.

Quando la morte di qualcuno mi rattrista o mi rende pensieroso, dicevo, ascolto lo Stabat Mater, riascolto più volte il passaggio Quando corpus morietur. Come una preghiera per il morto, che coincide anche con la preghiera per me, per il momento della mia morte. Lo ascolto nella versione di Pergolesi o in quella (che mi rasserena particolarmente per la polifonia delle quattro voci soliste) di Rossini. Non so cosa sia il paradiso, ma posso ricordare e meditare una tradizione ricevuta… Sarà un luogo dove Christian Albini e Goethe non avranno più necessità di invocare più luce, perché godranno di tutta la luce che c’è nella creazione, da sempre e per sempre.


Eduardo Savarese (1979) vive e lavora a Napoli. Ha pubblicato Non passare per il sangue (2012) e Le inutili vergogne (2014) per e/o, Le cose di prima (2018, minimum fax), La camera di Ondino (Tetra, 2022). È autore anche di ibridazioni tra saggio e narrativa, su temi etico-giuridici (Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma, e/o, 2015; Il tempo di morire, Wojtek, 2019), o intorno alla propria melomania (È tardi!, Wojtek, 2021). Scrive sul Riformista e L’Indice dei Libri del Mese.


 
Di parola in parola è una rubrica a cura di Emanuela Monti
. Dalla nota introduttiva è possibile scaricare l’archivio della rubrica, uscita fino al 2019 in forma cartacea nella rivista «Qui Libri».