Alessandro Di Giacomo
pubblicato 2 mesi fa in Cinema \ Storia

Fuga da Alcatraz

la vera storia

Fuga da Alcatraz

Alcatraz: una leggenda, un carcere situato su un’isola a tre kilometri dalla costa di San Francisco, in California, diventata la location per romanzi, film e, addirittura, videogiochi. Il film più famoso ambientato nel penitenziario è, senza dubbio, il capolavoro Fuga da Alcatraz, con Clint Eastwood, incentrato sull’evasione avvenuta nel giugno 1962, attraverso gli occhi dei detenuti. Ma cosa accadde realmente in quella primavera di quasi sessant’anni fa?

Sono le 7.30 del 12 giugno e, come ogni mattina, al penitenziario di Alcatraz, il secondino Bill Long sta passando di fronte alle celle per fare il primo appello. Qualcosa stona rispetto alla quotidianità: tre detenuti non riescono a svegliarsi. Le celle vengono aperte e nei tre letti vengono trovati dei fantocci! Scatta immediatamente l’allarme e, con esso, una spietata caccia all’uomo! I detenuti rimasti vengono convocati per essere interrogati sull’accaduto ma nessuno sembra sapere alcunché… nessuno tranne Allen West.

Allen West è noto ai secondini e alla direzione del penitenziario per essere un uomo violento e per i suoi numerosi tentativi di fuga da altre carceri in cui era stato detenuto. A chi lo interroga, dice di essere il quarto componente della banda anzi, si palesa come la mente del piano di fuga, colui che sa esattamente come sono riusciti ad evadere e in quale direzione si stanno muovendo; racconta minuziosamente di come ha iniziato a progettare l’evasione…

Sette mesi prima, inviato dai secondini, in via punitiva, a pulire il polveroso corridoio situato dietro le celle del primo piano del penitenziario, notò che il cemento armato attorno all’areatore delle celle era nettamente più friabile del resto del muro. Il corridoio era collegato direttamente al tetto grazie ad una scala a pioli e, superando soltanto una grata che, esposta per molto tempo alla salsedine e alle intemperie, non aveva più la resistenza originaria, si poteva, incredibilmente, uscire da quella prigione “di massima sicurezza”. West capì che non poteva fuggire da solo, che aveva bisogno di braccia forti per superare le insidie esterne e riuscire a raggiungere la terra ferma e fu così che decise di coinvolgere i fratelli John e Clarence Anglin, uomini non particolarmente perspicaci ma forti fisicamente, ottimi nuotatori e, da consumati galeotti, esperti nella vita interna delle carceri americane. I tre iniziarono a progettare un piano di fuga attraverso il corridoio dietro le celle del primo piano ma Allen West capì che, per evadere con successo, aveva bisogno anche di un’altra mente per non sottovalutare i rischi ed eludere efficacemente i controlli. Ma chi coinvolgere? West si accorse che l’uomo nella cella accanto alla sua veniva controllato molto spesso e con attenzione maniacale dai secondini; incuriosito, iniziò a documentarsi: era Frank Morris, secondo la cartella clinica della prigione, dotato di un quoziente d’intelligenza pari a 133 (“molto dotato”, calcolato su una base da 0 a 160), considerato “l’Houdini del sistema penitenziario americano” per aver tentato la fuga praticamente da tutti i carceri nei quali era stato recluso ed essere evaso con successo per ben tre volte. Insomma era un genio, l’uomo che stava cercando.

Con Morris il gruppo era al completo e il piano venne messo in atto: rubando dei cucchiai dalla mensa e degli utensili dai laboratori medici del penitenziario, i quattro iniziarono a scavare nel muro vicino l’areatore delle loro celle finché non riuscirono ad aprire passaggi sufficientemente grandi da poter uscire. Realizzarono, inoltre, delle finte grate per coprire i passaggi aperti nel muro e non farsi scoprire. A questo punto, servivano ancora due cose: una zattera per attraversare la Baia di San Francisco e delle teste di carta pesta per far credere ai secondini di essere ancora in cella durante la notte della fuga. Ma dove costruire queste cose senza essere visti dalle guardie o dalle numerose telecamere? West raccontò anche questo: in una notte di marzo uscì dalla sua cella attraverso il “buco” e, dopo essersi arrampicato sul tetto, andò a scartavetrare il soffitto, così da far cadere parti d’intonaco sul pavimento della prigione. Il giorno seguente, dopo aver sentito alcune guardie lamentarsi delle condizioni del tetto, si offrì volontario per riverniciarlo: ottenne così il permesso di sistemare alcuni teli in protezione delle vernici riuscendo, in questo modo, a creare una “zona d’ombra” dove lavorare senza il rischio di essere scoperti. Grazie a questo stratagemma, ogni notte, due detenuti uscivano per lavorare alle teste di cartapesta che furono ultimate in poco tempo. La zattera invece, fu costruita, come nel film del 1979, con gli impermeabili in dotazione ai detenuti che lavoravano all’aperto. Ovviamente, tutto questo fu possibile grazie all’ampia partecipazione di molti detenuti che, vogliosi di vendetta nei confronti delle angherie dei secondini, sostennero il tentativo della banda. La maggior parte del lavoro avveniva di notte, fatta eccezione per i lavori più rumorosi che venivano ultimati tra le 18 e le 19, in contemporanea con l’ora di musica, coperti dal suono delle prove della banda. Una notte però West, uscendo dalla cella per lavorare alla sua testa di carta pesta, ruppe parte del cemento sui bordi e allargò eccessivamente il buco. Il pericolo di essere scoperti era altissimo e, per rimediare nel minor tempo possibile, chiese ai fratelli Anglin di applicare del cemento armato per restringere il buco, così da nascondere il danno precedente. Nei mesi successivi, per paura di danneggiare nuovamente il muro, West non uscirà più dalla cella mentre i suoi complici riuscirono a completare l’opera.

La notte tra l’11 e il 12 giugno, tutto era pronto per mettere in pratica l’evasione: dopo l’appello delle 21.30, l’ultimo prima che le luci si spegnessero, i detenuti uscirono dalle celle e si ritrovarono davanti la scala di collegamento con il tetto. Ma Allen West non c’era! Era rimasto bloccato nella sua cella perché il lavoro con il cemento armato dei fratelli Anglin era stato fatto fin troppo bene. Morris corse verso la cella del compagno e provò a scavare da fuori ma il cemento non dava segni di cedimento. Alla fine, ingannando il compagno, promettendo che sarebbe tornato, scelse di andare via senza di lui: West morirà in carcere nel 1979. Morris raggiunse i fratelli Anglin e, dopo aver forzato la grata del tetto, i tre si diressero verso la spiaggia, dove gonfiarono la zattera d’impermeabili come un gommone e presero il largo.

Da qui, la storia ha chiaramente un buco temporale che va dalle 23.30 dell’11 giugno alle 7.30 della mattina successiva. La spietata caccia all’uomo, messa in atto dall’F.B.I. e dalle forze di polizia di San Francisco, non diede gli esiti sperati. Cinque giorni dopo la fuga, all’ufficio centrale dell’F.B.I. di San Francisco, fu recapitata una cartolina, firmata da Frank Morris, John e Clarence Anglin con scritto “HA HA WE MADE IT!” (letteralmente “ah ah ce l’abbiamo fatta!”). L’orgoglio con cui le forze dell’ordine ostentavano la sicurezza di Alcatraz e del sistema penale degli Stati Uniti, era stato messo in discussione da tre fuggitivi e, per far tacere ogni voce a riguardo, l’ufficio stampa dell’F.B.I. dichiarò che la cartolina era un falso e che i tre detenuti erano morti d’ipotermia, nelle gelide acque attorno l’isola.

Sei mesi dopo, però, due detenuti, John Paul Scott e Gerald Parker, riuscirono ad evadere dal carcere, segando le sbarre alle finestre di una sala comune affacciata sul mare. Parker cadde dalla scogliera, rompendosi una gamba, ma Scott riuscì a raggiungere San Francisco. Fu ritrovato semi congelato, ma vivo, ai piedi del Golden Gate. La fuga era fallita ma se un uomo era sopravvissuto al freddo di dicembre non era più impossibile pensare che i tre fossero sopravvissuti nelle acque di giugno!

Alcatraz non era più da considerarsi inviolabile e, dati gli alti costi di gestione, fu chiusa il 21 marzo dell’anno successivo.
Dei tre fuggitivi non si ebbe più notizia fino al 1975 quando, dopo l’arresto di Fred Brizzi, un trafficante di droga, fu trovata nella sua tasca una fotografia scattata, secondo ciò che risulta dal suo interrogatorio, poco tempo prima in Brasile, nella quale apparivano in posa lui e i fratelli Anglin! Brizzi era un amico d’infanzia dei fratelli e l’F.B.I. iniziò a cercare tracce in Sud America, ma senza successo.

Ma non è tutto: a gennaio del 2018, l’F.B.I. ha reso noto che, nel 2013, il San Francisco Police Department ricevette una lettera firmata da John Anglin. La lettera recitava:

Il mio nome è John Anglin. Sono scappato da Alcatraz nel giugno 1962 assieme a mio fratello Clarence e a Frank Morris. Ho 83 anni e non sto bene. Ho un cancro. Quella notte ce l’abbiamo fatta anche se per il rotto della cuffia. Se annuncerete in TV che passerò non più di un anno in prigione avendo le cure mediche, scriverò di nuovo rendendo nota la mia posizione. Questo non è uno scherzo.

Nella lettera, John diceva anche che Frank Morris era morto nel 2008 e suo fratello Clarence nel 2011. Nessuna impronta digitale rilevabile dal documento. Nessuna prova che fosse vera, ma neanche il contrario…fantasia? O quella notte di giugno ebbe realmente luogo la Fuga da Alcatraz?

Le fonti

Libri:
J. Campbell Bruce, Escape from Alcatraz, Ten Speed Pr, 1963 (ediz. del 2005)
Video:
History Channel, Fuga da Alcatraz – La vera storia, in onda il 15 febbraio 2016
Collegamenti esterni:
Rapporto dell’F.B.I. sull’evasione del 1962 (http://web.archive.org/web/20040810042646/foia.fbi.gov/foiaindex/alcatraz.htm)
https://www.alcatrazhistory.com/alcesc1.htm

 

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