Riccardo Grozio
pubblicato 2 settimane fa in Interviste \ Recensioni

“Fuga dalla rete” – una recensione e qualche domanda a Luca Pantarotto

“Fuga dalla rete” – una recensione e qualche domanda a Luca Pantarotto

Com’è possibile che la più grande rivoluzione tecnologica, quella degli ultimi vent’anni, non abbia trovato nessuno in grado di raccontarla? Questo è l’interrogativo chiave, attorno al quale Luca Pantarotto ha costruito un saggio atipico quanto provocatorio, nel quale emerge la sorprendente incapacità della letteratura di confrontarsi col presente. Fuga dalla rete. Letteratura americana e tecnodipendenze (Milieu edizioni, 2021) va al di là della consueta vulgata per aprire nuovi scenari interpretativi, evidenziando l’inadeguatezza del rapporto che si è instaurato, sin dall’inizio, fra gli scrittori le nuove tecnologie e la rete. «Persino la letteratura in cui sarebbe stato logico riporre le aspettative più alte – quella americana, connazionale delle grandi corporation del tech e da sempre attenta alle relazioni fra individui, società e mass media – si è perlopiù limitata a riproporre tropi, cliché, modelli interpretativi novecenteschi, tanto consolidati quanto anacronistici».

Un problema vecchio che, sottolinea Pantarotto, aveva già lucidamente evidenziato Saul Bellow (Le macchine e le storie: la letteratura nell’era della tecnologia,1974), secondo il quale la letteratura avrebbe da sempre avuto un rapporto conflittuale con la tecnologia. Nella maggior parte dei casi l’ingegneria e la tecnologia facevano orrore agli scrittori, che preferivano di gran lunga temi più romantici come l’amore, la morte, la natura…

Seppure la rete esista da una trentina di anni, è inspiegabilmente piuttosto ridotto il numero di Great American Internet Novel, quasi prevalesse una sorta di rifiuto da parte degli scrittori a confrontarsi con la rivoluzione digitale. Comunque sul podio della letteratura americana al tempo del web, secondo Pantarotto, troviamo William Gibson (Neuromante, 1984), cui dobbiamo il concetto di cyberspazio, Neal Stephenson (Snow Crash, 1992), che ha anticipato Second Lifee David Forster Wallace (Infinite Jest, 1996), che pur non affrontando direttamente il tema della rete ha elaborato, con una struttura narrativa labirintica fondata sulla commistione fra testo e note, una perfetta sintesi metaforica di internet.

Tranne questi casi isolati, è prevalso, come era già accaduto per la televisione, il rifiuto della grande letteratura nei confronti delle nuove tecnologie, confinate in generi specifici come il thriller, l’horror e la fantascienza. Campione di questo rifiuto, Jonathan Franzen ha espresso in molteplici occasioni il suo profondo disprezzo per la tecnologia, definendo «Internet come una perniciosa organizzazione di stupidità». Con Il progetto Kraus, pubblicato nel 2013, Franzen istituisce un parallelo fra la decadenza culturale del primo Novecento e il degrado tecno consumistico contemporaneo. Con Purity (2015; Einaudi, 2016) il suo atteggiamento parrebbe cambiare radicalmente, ponendo, in questo caso, al centro della narrazione internet e il web. Ma il tentativo, secondo Pantarotto, fallisce in partenza. Con il suo grossolano manicheismo e una diffusa superficialità imbastita di luoghi comuni, Purity rappresenta un’occasione perduta: un trolling letterario.

Analogo giudizio viene attribuito a Il cerchio (2013; Mondadori, 2014) di Dave Eggers, «che a oggi rappresenta il tentativo più ambizioso compiuto dalla narrativa americana per riflettere sulla strada intrapresa dalla rivoluzione digitale. Ambizione, purtroppo, tutt’altro che ripagata». Un romanzo che affronta tutti i temi della rivoluzione tecnologica, dal ruolo dominante delle grandi corporation alla fine del sogno della democrazia digitale; dalla logica della sorveglianza alla privacy come disvalore; dai modelli algoritmici che governano la rete alla dipendenza come effetto collaterale sull’uomo. Tutti temi trattati con coerenza e sistematicità. «Peccato che Eggers inserisca tutto questo in una prospettiva generale di deludente superficialità, scadendo in un manicheismo di fondo». Analogamente a Franzen anche Eggers, troppo interessato agli uomini per occuparsi seriamente della tecnica, spreca l’occasione di creare il Great American Internet Novel.

Al polo opposto, chi dichiarerà ufficialmente guerra alla narrativa del rifiuto, quella più interessata a scrivere bei romanzi che a capire il proprio tempo, sarà Jarett Kobek, con Io odio Internet (2016; Fazi editore 2018). Un’opera sperimentale e atipica che l’autore stesso, con intento dissacrante e provocatorio, definisce un brutto romanzo. «Ignorando l’impatto di Internet e le conseguenze della progressiva digitalizzazione della realtà, la letteratura ha abdicato al suo ruolo più autentico: raccontare per comprendere. E una letteratura così, oggi, non ha nulla da dirci. Per fortuna una soluzione c’è: scrivere romanzi brutti. Più precisamente: “scrivere romanzi brutti che imitavano la rete nella sua ossessione per i media spazzatura”». In tale contesto, l’unica via possibile di uscita da questo universo ingannevole è la fuga.

Analogamente a Kobek, Ling Ma con Febbre (2018) e Mark Doten con Trump Sky Alpha (2019) giungono, seppure con percorsi, stili e tematiche differenti, alla medesima conclusione: «Non esiste scampo se non nella fuga».

L’esauriente e articolata disamina di Pantarotto si conclude con Il silenzio (2020) di Don DeLillo, una novella di un centinaio di pagine, in cui il collasso tecnologico oscilla fra dialogo teatrale e testo sapienziale. Siamo nel 2022, l’azione si volge a Manhattan, tutto improvvisamente si spegne: la luce, i computer, i televisori, i cellulari. Come in Rumore bianco (1987), a cui idealmente si ricollega, il rapporto conflittuale fra uomo e tecnologia è al centro dell’immaginario delilliano. Non si spengono solo tutti i dispositivi, ma si genera anche la lenta sparizione dell’identità individuale e collettiva, proiettando così gli uomini in uno stato precario di caos e disorientamento.

Al termine di questo affascinante viaggio fra letteratura e tecnologia, ampiamente documentato e costruito come un dispositivo perfetto che ingabbia il lettore in una trappola implacabile, restano comunque, a nostro avviso, alcuni interrogativi irrisolti sul rapporto fra letteratura e società che sottoponiamo direttamente a Luca Pantarotto.


Siamo così sicuri che il compito della letteratura sia quello di raccontare e comprendere il mondo contemporaneo?

Alla letteratura si possono attribuire vari compiti, nessuno dei quali inferiore agli altri. Personalmente ho sempre pensato che il principale sia l’intrattenimento, nel senso molto specifico che Michael Chabon attribuisce alla parola in un bellissimo saggio pubblicato in Mappe e leggende: «un reciproco sostenersi, come due alberi cresciuti insieme, intrecciati, che si sorreggono e si danno forza a vicenda». Da qui, se intendiamo nel senso giusto il concetto di intrattenimento, germogliano tutti gli altri compiti che tradizionalmente associamo alla letteratura, tra i quali senz’altro ci sono quelli che citi: perché raccontare una storia è sempre il modo migliore per darsi forza a vicenda, sostenersi a vicenda, esserci gli uni per gli altri e mostrare che i pensieri e le emozioni di una persona spesso sono le stesse di chiunque altro. Soprattutto quando questi pensieri e queste emozioni hanno a che fare con una realtà che, come il presente del nostro mondo, ci sfugge sempre di più, cambiando ed evolvendo a una velocità di fuga così accelerata da renderne ormai quasi indistinguibili i contorni. E questo è il punto in cui il racconto, unendosi all’intrattenimento, deve fare un passo in più e diventare ricerca di comprensione.

Perché questa impotenza di fronte alla rivoluzione digitale, mentre nei secoli scorsi gli scrittori si sono comunque confrontati con la rivoluzione industriale e le nuove tecnologie?

Vero, in passato gli scrittori si sono confrontati con il progresso tecnologico in modo più rapido e fertile di oggi, ma anche nei secoli scorsi ci sono state resistenze, cecità selettive e rifiuti. Nel Lupo della steppa, un romanzo di Hermann Hesse del 1927, il protagonista a un certo punto va a cena da un suo amico che non vede da tempo, uno studioso di religioni orientali, e si stupisce – anzi, si deprime – nel constatare che l’uomo, in tutti gli anni trascorsi, non ha mai cambiato il proprio punto di vista sulla realtà. Quello studioso continuava a fare ciò che aveva sempre fatto: accumulare nozioni, confrontare testi, annotare frammenti, come se non ci fosse stata una guerra ma soprattutto come se nel frattempo Einstein non avesse formulato le sue teorie della relatività. Quelle teorie, commenta Hesse, per lo studioso riguardavano solo i matematici, non lo intaccava minimamente il pensiero che invece Einstein avesse appena scardinato i procedimenti stessi del pensiero umano. Ecco, con la rete è successa in parte un po’ la stessa cosa: molti scrittori devono ancora capire che quella digitale non è solo una rivoluzione tecnologica, ma umana, sociale, politica, culturale, mentale, forse addirittura antropologica. E non l’hanno ancora capito perché è successo tutto troppo in fretta, anche se negli ultimi anni le cose si stanno muovendo già di più e nuove voci iniziano a emergere.

Forse altri generi espressivi, come il cinema, le serie televisive, i video, ecc. sono più adatti rispetto alla letteratura a rappresentare la società digitale?

Questo è molto probabile, di sicuro hanno intercettato il tema prima di tutti e l’hanno affrontato con mezzi espressivi che il romanzo, per sua stessa natura, non ha né può avere. Il che non vuol dire che il romanzo non sia in grado di fare la stessa cosa, deve semplicemente provare nuove strade da percorrere per adattarsi, evolversi come ci evolviamo noi, la società, il mondo. Raccontare la rivoluzione digitale con gli stessi strumenti narrativi e le stesse categorie interpretative con cui Dickens o Orwell raccontavano il loro tempo è impossibile e infatti gli scrittori che hanno provato ad affrontare il tema in questo modo sono proprio quelli che ci hanno consegnato le storie più effimere. Al contrario, gli esperimenti più interessanti arrivano da chi ha provato a frantumare le architetture narrative tradizionali, superando approcci desueti e adottando prospettive e tecniche nuove: da Jarett Kobek a Mark Doten, ma anche Don DeLillo. Non a caso Fuga dalla rete si chiude proprio con loro. E se poi il romanzo dovesse continuare a mostrare limiti insuperabili, ce ne faremo una ragione e ci rivolgeremo ad altro: il libro è una tecnologia e la storia insegna che è sempre stata la tecnologia a adattarsi al bisogno umano di raccontare, e non viceversa. Altrimenti disegneremmo ancora sulle pareti delle grotte.

La letteratura quando cerca di entrare all’interno dell’universo tecnologico non rischia, imboccando la via della sperimentazione pura, di trasformarsi in qualcosa di completamente diverso da sé stessa?

La letteratura in senso assoluto non esiste, quindi di fatto è impossibile che possa trasformarsi in qualcosa di diverso da sé stessa. Qualsiasi forma assuma, se è funzionale allo scopo che si prefigge e se raggiunge in modo egregio il proprio obiettivo, è letteratura. Non può snaturarsi perché non possiede un’unica natura. Quanto alla sperimentazione pura, direi che resta fuori dal discorso già in partenza: se è appunto pura, e cioè non c’è altro al di fuori della semplice esigenza di sperimentare, personalmente perdo attenzione fin dall’inizio. Quando invece è un tentativo di imboccare un sentiero nuovo perché sulla strada principale non c’è più niente di interessante da vedere, be’, allora è lì che le cose iniziano a farsi stimolanti.