Roberta Landre
pubblicato 3 settimane fa in Filosofia \ Gli animali che amiamo \ Storia

Rosa Luxemburg – vae victis

Rosa Luxemburg – vae victis

Anche la tua ferita,
Rosa.

E luce alle corna
dei tuoi bufali rumeni…

(Paul Celan, nella sua Coagula – pubblicata in Poesie, 1967 – ricorda Rosa Luxemburg).

La Polonia era ormai annessa alla Russia già da cinquant’anni quando, nella cittadina di Zamość, nasceva l’ebrea polacca Rosa Luxemburg. Non passeranno molti anni perché in lei nasca l’esigenza di partecipare attivamente alla vita politica di quegli anni. Inizialmente con l’adesione al gruppo clandestino Proletariat, poi nella rivista Sprawa Robotnicza, tenterà già nell’adolescenza di contrastare il nazionalismo polacco, l’impero zarista e il Partito Socialista Polacco (PPS). Nonostante le repressioni e le ostilità, anche all’interno dell’eterogeneo mondo socialista, fondò la Socialdemocrazia del Regno di Polonia, il cui obiettivo era la lotta al capitalismo e allo zarismo, tramite l’unione del movimento socialista polacco con la classe operaia russa. Fin da subito le posizioni internazionaliste della Luxemburg si scontrarono con quelle nazionaliste del PPS, tanto che deciderà di trasferirsi in Germania entrando nel Partito Socialdemocratico di Germania (SPD), ben più organizzato e influente all’interno della Seconda Internazionale Socialista.

Si opporrà alle tesi revisioniste di Bernstein difendendo il marxismo ortodosso da ogni forma di riformismo proposta, farà varie pubblicazioni e, soprattutto, noterà le tendenze imperialiste della Germania, continuando ad essere attiva nella SPD. Con la Rivoluzione Russa del 1905 le preoccupazioni della Luxemburg si spostano nell’impero zarista; si reca a Varsavia dove verrà incarcerata una prima volta. Dopo il rilascio insegnerà a Berlino fino al 1924, continuando a scrivere a proposito del capitalismo internazionale, e tenterà di portare il PSD verso posizioni più radicali, convinta che l’abbattimento del capitalismo potesse essere raggiunto solo tramite scioperi e rivoluzioni. Ma la rottura con il Partito Socialdemocratico Tedesco non si farà attendere: il sostegno di quest’ultimo alla Germania nella sua adesione alla Prima guerra mondiale contrastava con le convinzioni di Luxemburg che rifiutava le ideologie nazionalistiche e imperialistiche, tanto che aderì al fronte pacifista. A un anno dall’inizio della guerra, usciti dal PSD, lei e altri radicali – tra cui Karl Liebknecht – fondarono la Spartakusbund (Lega di Spartaco) che diverrà, nel 1918, il nucleo del Partito Comunista di Germania. Dopo una seconda incarcerazione nel 1915 – a causa della sua contrarietà alla guerra – ne seguirà una terza nel 1916; arrestata insieme a Karl Leinbknecht  a causa del fallimento di uno sciopero antimilitarista, si ritroverà a scontare una pena di due anni nel carcere femminile di Breslavia dove verrà trattenuta per più di due anni nonostante l’assenza di una condanna. Tornata in libertà, dopo lo scoppio della Rivoluzione Russa e degli scioperi tedeschi succeduti all’abdicazione del Kaiser Guglielmo II, insieme a Liebknecht, a Berlino, promosse la Rivolta Spartachista, uno sciopero di massa tramutatosi poi in scontri armati che la porterà all’arresto il 15 gennaio 1919. All’ età di 48 anni Rosa Luxemburg venne trovata mentre si nascondeva a Berlino, ancora fedele alla causa rivoluzionaria, dalle Freikorps, trovata uccisa insieme a Liebknecht, prima del suo arrivo in carcere; il suo corpo verrà gettato in un canale e rinvenuto solo a giugno dello stesso anno.

Negli anni delle carcerazioni Rosa Luxemburg scrisse molto a proposito della socialdemocrazia, del capitalismo internazionale, dell’imperialismo e degli scioperi, impegnandosi a sostenere il socialismo rivoluzionario.

Nonostante la stampa liberale l’avesse definita “la sanguinaria Rosa” è doveroso mostrare la sua sensibilità per come traspare nelle sue corrispondenze; non una sensibilità feroce e malinconica, niente di cruento o patetico, ma anzi una leggerezza e una meraviglia comuni a pochi.

Ieri dunque pensavo: quanto è strano che, senza alcun motivo particolare, io viva sempre in un’ebbrezza gioiosa. […] Me ne sto qui distesa, sola, in silenzio, avvolta in queste molteplici e nere lenzuola dell’oscurità, della noia, della prigionia invernale […] E nel buio sorrido alla vita, quasi fossi a conoscenza di un qualche segreto incanto in grado di sbugiardare ogni cosa triste e malvagia e volgerla in splendore e felicità. E cerco allora il motivo di tanta gioia, ma non ne trovo alcuno e non posso che sorridere di me.

Rosa scriveva queste parole nella sua lettera a Sonja Liebknecht (Sonička) il dicembre del 1917, durante la sua carcerazione presso il carcere femminile di Breslavia. È quasi Natale e Sonička è preoccupata: suo marito (Karl Liebknecht) è ormai nel carcere di Lackau da un anno. Rosa è in carcere dal 1916, non ha ancora avuto un processo, non sa cosa le riservi il destino, ma consola l’amica, la intima di non preoccuparsi:

Siate coraggiosa, mia piccola ragazza, su la testa, mantenetevi calma e salda. Tutto si svolgerà per il meglio, non bisogna sempre temere il peggio! […] Vorrei soltanto donarvi, in aggiunta, la mia inesauribile letizia interiore, così da poter esser serena riguardo voi, pensando che attraversereste l’esistenza avvolta i un mantello trapunto di stelle, in grado di proteggervi da quanto è meschino, dozzinale e angosciante.

Ma dopo le prime righe il suo tono cambia, non parla più di come le piacerebbe incontrare l’amica, né dell’alberello di Natale che è riuscita a fabbricarsi: parla di «un dolore molto intenso».

Rosa nella sua detenzione può passeggiare nel cortile del carcere, da qui riesce a vedere i carri dell’esercito trasportare gli utili dei soldati, solitamente trainati da cavalli, animali che sono abitualmente impegnati in queste mansioni; ma un giorno al traino compaiono dei bufali.

Sono animali che Rosa non ha mai visto da vicino, li descrive all’amica molto dettagliatamente:

[…] vengono dalla Romania, sono trofei di guerra […]”. Parla del loro manto, degli occhi, della corporatura e della loro natura selvatica, sono animali liberi – difficili per la soma – come sente dire ai militari; ne è affascinata.

Ma la meraviglia dura poco. I bufali quel giorno non riuscivano a varcare l’entrata della rimessa, avevano una pila di sacchi che gli impediva il passaggio; dietro di loro un soldato sfodera la frusta e inizia a linciarli per il verso del manico mentre una donna presente tenta di smuovere la compassione umana rivolgendosi al militare. Ma niente da fare: «neanche per noi uomini c’è compassione», dirà compiaciuto il soldato.

È a questo punto che il dolore intenso che aveva accennato si rende esplicito: Rosa si accorge che uno dei bufali ha la pelle lacerata, ha il viso – non il muso, il viso – cupo, «era davvero l’espressione di un bambino che è stato punito duramente e non sa per cosa né perché e non sa come sottrarsi al tormento e alla violenza bruta».

L’incontro con lo sguardo dell’Altro, con quell’animale, quel particolare individuo, fa scattare qualcosa in lei. Non c’è più la netta distinzione tra umano e animale, le barriere ontologiche, i confini della vita, vengono meno. C’è invece una partecipazione, un senso di vicinanza che travalica il concetto di specie; tanto da indurre la Luxemburg a intravederci gli occhi di un bambino – l’essere più indifeso per eccellenza.

È proprio questo ciò che nota, la vulnerabilità comune del corpo:

[…] gli stavo davanti e l’animale mi guardava, mi scesero le lacrime – erano le sue lacrime […].

È l’animale che provoca il dolore in Rosa, non è solamente la scena violenta e raccapricciante, è lo sguardo, la relazione che si instaura con l’Altro che la rende partecipe e vulnerabile. Non solo viene coinvolta nella tragedia dell’animale, ma la scena la porta ad immaginarsi chi fosse prima quel bufalo, come vivesse prima, in Romania tra folate di vento e i canti di uccelli; non è più un semplice animale qualsiasi, una cosa/proprietà, è un io che ha provato le gioie della libertà e che si ritrova ora inerme, senza la possibilità di avere spiegazioni o tregua.

Certo anche lei è incarcerata, in una stanza angusta, costretta ad una vita di prigionia, ma non sono questi pensieri ad affannarla; riesce a scrivere all’amica, a confortarla e rallegrarla fino a che non ripensa a quel bufalo. Non parla dei bufali romeni, nemmeno li aveva visti prima di allora, lei parla di lui: «[…] mio povero bufalo, mio povero, amato fratello […]». Chiaramente lo sente vicino anche per la comune condizione di impotenza ma questo non sminuisce la portata dell’evento, anzi, riconoscere la comune precarietà non fa altro che sgretolare ulteriormente le barriere tra specie; sono queste situazioni così radicali che rendono manifesta l’arbitrarietà dei confini che abbiamo posto tra umano e animale. È proprio nelle situazioni di massima vulnerabilità che la compassione si manifesta, che unisce, è nei luoghi e nelle situazioni più estreme che i limiti perdono i loro ancoraggi che si rivelano nella loro assurdità.

Rosa Luxemberg ha passato la vita a difendere dei valori osteggiati, in un contesto dove veniva dipinta come una sanguinaria, un ambiente – quello rivoluzionario – prevalentemente maschile; si era sposata per ottenere la cittadinanza tedesca, contraria allo spirito nazionalista che imperava in Germania, aveva tutte le carte in regola, insomma, per non conformarsi ai discorsi normativi della sua epoca. Se teniamo a mente questo fattore, e la sua sensibilità, non ci sarà difficile capire come abbia potuto avere un incontro così profondo con quel bufalo. Lei era già in qualche modo inintelligibile per la sua società: non aderiva ai canoni della donna della Germania del 1900, anzi, li sfidava apertamente; certo era inclusa nel movimento socialista, aveva amicizie e relazioni importanti, ma la sua morte ci conferma che non era di certo tutelata e inclusa nella società tedesca. Tanto che rivolgendosi indirettamente al bufalo dirà: «[…] ce ne stiamo qui entrambi così impotenti e torpidi e siamo tutt’uno nel dolore, nella debolezza, nella nostalgia». È la comune vulnerabilità dell’esistenza che li mette in contatto, il riconoscimento di una precarietà intrinseca alla vita stessa che, stavolta, è riuscita a manifestarsi in lei, decostruendo le barriere che separano l’umano dal non-umano.

«Furono presi a bastonate in modo spaventoso, finché non valse anche per loro il detto vea victis»; da animali liberi che erano si ritrovano lui e lei, sfruttati dai militari senza alcun riguardo, sono i vinti costretti a patire le peggiori umiliazioni senza tutela alcuna.

Sonjuša, carissima, siate nonostante tutto calma e lieta. Così è la vita, e così bisogna prenderla, con coraggio, impavidi e sorridenti – nonostante tutto. Buon Natale.

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