Susanna Ralaima
pubblicato 1 mese fa in Interviste \ Recensioni

“Streghe” di Brenda Lozano – una recensione e qualche domanda alla traduttrice Giulia Zavagna

una storia di sorellanza

“Streghe” di Brenda Lozano – una recensione e qualche domanda alla traduttrice Giulia Zavagna

Brenda Lozano è riconosciuta come una delle più interessanti autrici del Messico. Classe 1981, esordisce nel 2009 con Todo nada, prosegue il suo percorso narrativo con Cuaderno ideal (2014), per poi dedicarsi alla scrittura breve con la raccolta Cómo piensan las piedras (2017). Brujas è il suo ultimo romanzo, pubblicato nel 2020, e grazie alla traduzione di Giulia Zavagna e al lavoro di Alter Ego, da ieri possiamo finalmente leggerla in italiano.

Streghe si apre su un ricordo. Qualcuno racconta che «erano le sei del pomeriggio quando Guadalupe venne a dirmi hanno ucciso Paloma». Paloma è stata ritrovata stesa immersa in una pozza di sangue. Paloma è stata uccisa perché era muxe da chi non tollerava che Paloma era stata Gaspar prima di poter essere sé stessa. A raccontare come «erano le sei quando Guadalupe venne a dirmi hanno ucciso Paloma mentre si preparava per uscire» è Feliciana, la più nota guaritrice dell’intero Messico. Ad ascoltare la sua storia c’è Zoé, una giovane giornalista che ha deciso di scrivere un articolo sull’omicidio e si è recata a San Felipe per ricostruirne la vicenda. Ma ben presto, ascoltando le parole della famosa curandera, si rende conto che la storia di Paloma è anche la storia di Feliciana, e del Linguaggio – che è nel Libro che Feliciana legge anche se non sa né leggere né scrivere, perché lo sente e racchiude la saggezza, le cure ai mali, i nomi, la vita e la morte, la luce che scalda e porta via l’oscurità – ed è la storia della sua vita e di sua sorella, di sua madre, di suo figlio, di suo padre.

La creazione del mondo inizia con il nominare le cose: la Genesi si apre con il chiamare per nome la luce, le tenebre, il cielo, la terra, il mare. Solo in quel momento prendono vita. Dare un nome significare dare l’esistenza. Come teorizzava Walter Benjamin nel nome l’uomo riesce a coniugare l’espressione di sé e l’allocuzione di altro, uno svelarsi ontologicamente e un aprirsi al mondo. «The named is the mother of all things» c’è scritto nel Tao Te ching, riportato in esergo da Lozano. Streghe è un libro che ruota tutto attorno alla parola e al suo potere di nominare e riconoscere, alla forza che ha la lingua di creare e curare le ferite, fisiche e spirituali.

E quindi durante tutta la lettura si avverte nitida la parola di Feliciana. Le sue storie sono alternate a quelle di Zoé, e basta appena qualche riga per capire chi tra le due sta parlando. Lozano dà alle sue protagoniste una voce subito riconoscibile e non si può che ringraziare Giulia Zavagna, capace di trasporre l’intento originale dell’autrice con un’aderenza impareggiabile. Eccoci allora a muoverci attraverso i ricordi della celebre guaritrice per «strade piccole piccole», sotto un sole accecante e un «caldo duro duro», trascinati da un «vento forte forte», avvolti dalle continue ripetizioni di Feliciana, in un flusso continuo di istanti, veglie, viaggi e affetti.

Ogni personaggio sembra volerci dire qualcosa, e Lozano crea un’orchestra di indimenticabili attori – Tadeo il guercio che finge di saper leggere il futuro nei grani di mais e inganna le persone; Nicanor che perde sé stesso e la sua famiglia nell’aguardiente; i figli di Feliciana Aniceta, Apolonia e Aparicio; i genitori di Zoé, la madre alle prese con le sue intuizioni quasi mistiche e il padre di poche parole, sempre pronto a incoraggiare le passioni e gli interessi delle figlie. Ma in questa polifonia a spiccare sono soprattutto Paloma e Leandra.

Paloma che ha dischiuso il Linguaggio a Feliciana («tu ce l’hai amore mio ma non te ne sei resa conto, pensavo che lo sapessi già, vita mia, ti spaventerai perché ci si spaventa a vedere le cose che siamo capaci di fare, vita mia)», Paloma che ama tanti uomini e che tanto si fa amare, ma che muore uccisa per e dall’odio. Paloma che in qualche modo diventa l’anello di congiunzione tra Feliciana e Zoé, un ponte per la storia.

E Leandra, che è invece la sorella di Zoé, ribelle e testarda nell’adolescenza, artista caotica e geniale che riesce a fare tutto quello che vuole. Zoé parla di lei mentre parla di sé e parla di sé attraverso di lei, descrive con più cura gli studi, le cotte e le prime avventure sentimentali della sorella di quanto non faccia della sua stessa vita. Zoé, personaggio meraviglioso, si forma come un negativo fotografico della sorella, perché c’è Leandra a dare problemi in casa e di conseguenza deve evitare fin da piccola ogni tipo di conflitto, impegnarsi e studiare ancora di più per non creare nessuna tensione, per fare sempre la cosa giusta, perché in fin dei conti sua madre da lei non si aspetta niente di meno che questo.

Streghe ancor più che essere una storia di donne, è una storia di sorelle. Feliciana dice «le sorelle sono ciò che non abbiamo, loro sono quello che non siamo e noi siamo quello che loro non sono». Al centro ci sono proprio questi rapporti unici, di Zoé e Leandra, di Feliciana e Francisca – la sorella più piccola di Feliciana, per la quale per la prima volta capisce tutti i capoversi e i paragrafi del Libro; ma anche di Paloma e Feliciana, e in qualche modo di Zoé e Feliciana e di Leandra e Francisca.

Queste donne che soffrono, gioiscono e vivono sono tutte sorelle tra loro, anche se distanti, anche se non si sono neanche conosciute. Sono opposte ma vicine, sia che stiano sotto lo stesso tetto e si sfiorino appena, sia che si trovino in due città diverse. Sono sorelle che si confidano segreti o si nascondono, separate dalla cultura e dagli anni, ma accomunate da traumatici avvenimenti. Sono sorelle quando affrontano la maternità o quando decidono di non volerla, quando coraggiose scelgono, sempre legate da fili sottilissimi che possono stringere e ferire, ma che sono gli unici veri appigli per sentirsi veramente in comunione con qualcuno. 

Lozano descrive il Messico attraverso due anime del paese che sembrano agli antipodi: da un lato il Messico di Feliciana, plasmato e ordinato dalla magia, che si nutre di credenze, sogni e vinos, fortificato dai legami familiari e dalla condivisione e dove la morte depone l’uovo nell’anima; dall’altro lato quello contemporaneo e cittadino di Zoé, incasellato con logica tra università e redazione, frenetiche corse e appuntamenti. Da una parte la fede quasi cieca, dall’altra lo scetticismo puntuale. Eppure questi due mondi in realtà condividono molto più di quello che potrebbe sembrare a una prima lettura, si scoprono interconnessi nel profondo, e c’è indubbiamente una razionalità nelle intime convinzioni di Feliciana e ci sono abbandono, credenza, acritico e totale amore nella vita di Zoé, quel sentimento che, come dice Leandra, è questo: «uno dà tutto e l’altro, come se niente fosse, si tiene tutto».  

Per questa doppia anima Streghe è una porta aperta, un passaggio che ci si spalanca davanti e ci permette di entrare e tornare a casa, ma allo stesso tempo lascia uscire ciò che coviamo dentro, anche se racchiuso e soffocato da troppo tempo. E una volta finito il libro si è invasi da una gran voglia di raccontare la storia di Zoé e di Feliciana, di Paloma o di Leandra, o più semplicemente la propria storia, perché in fondo è la stessa cosa, «perché tutti siamo figli del Linguaggio, tutti veniamo dal Linguaggio, e se moriamo torneremo a lui».


Brenda Lozano arriva in Italia per la prima volta con questo libro. Che effetto ti fa essere la prima a darle la voce? Prima di leggere Brujas conoscevi già la sua produzione?

Come sempre, mi sembra che dare per la prima volta voce italiana a un autore che fa il suo esordio nel nostro paese sia un grande piacere e una grande responsabilità. Questa volta sono stata fortunata perché conoscevo già l’opera di Brenda Lozano: la seguivo fin dalla pubblicazione di Cuaderno ideal, e quando mi è arrivata la proposta di tradurre Brujas avevo letto il romanzo da poco, proprio pensando a quanto sarebbe stato difficile tradurlo.

È stata quindi una piacevole sorpresa, e sono contentissima di aver accettato la sfida, regalandomi un lungo inverno di prove e riprove, letture a voce alta e riscritture, alternando disperazione e gioia fino a individuare, spero, la chiave per rendere al meglio la doppia natura del romanzo.

Di Streghe mi è piaciuto molto questo alternarsi della voce narrante. Come è stato dover tradurre contestualmente Feliciana e Zoé? C’è stato un personaggio che ti ha messo più “in difficoltà” o uno verso cui hai provato un’affinità maggiore?

Le due voci alternate sono a mio parere il cuore del romanzo, la sua forza, e senz’altro hanno rappresentato in traduzione la maggiore difficoltà. Entrambe mi hanno dato del filo da torcere, ma dopo un po’ di tempo passato a lavorarci mi sono accorta che le strategie da attuare per i due personaggi erano opposte: nel caso di Feliciana, ho sentito l’esigenza di riavvicinarmi a volte anche molto al testo originale, dopo essermene allontanata in una prima stesura. Solo dopo averci ragionato a lungo, e anche confrontandomi con l’autrice, mi sono resa conto che nello spagnolo c’erano tutte le risposte che cercavo, e a quel punto non ho dovuto far altro che seguirlo, lasciandomi guidare dal ritmo cantilenante e ipnotico dell’eloquio di Feliciana, che è forse ciò su cui ho più lavorato in traduzione. Nel caso di Zoé, invece, distaccarsi dallo spagnolo è stato molto più necessario per rendere al meglio soprattutto le parti dialogiche e i continui flashback con cui viene narrato il rapporto con la sorella, Leandra.

Fra tutte le donne raccontate in questo romanzo, però, senz’altro Feliciana è quella che rimarrà con me più a lungo, perché insieme a lei ho in qualche modo dovuto fare un passo indietro e reimparare a guardare il mondo: in questo l’autrice ha fatto un lavoro di ricostruzione e rielaborazione straordinario, a cui spero tanto di aver reso giustizia.

Una domanda più generica, ora, forse quasi banale. C’è un mondo di scrittori e scrittrici giovani messicani che rimane ancora poco conosciuto in Italia, anche se negli ultimi tempi c’è stata una progressiva apertura –  penso a Valeria Luiselli, Laia Jufresa, ma anche a Daniel Saldaña Paris. Ci sono degli autori o delle autrici in particolare che consigli di scoprire?

È vero: io sono senz’altro di parte, ma credo che dal Messico, come dall’America Latina tutta, arrivino alcune tra le voci più interessanti della narrativa contemporanea. Gli autori che citi ne sono ottimi esempi. In particolare posso parlare per Laia Jufresa e Daniel Saldaña París, avendone curato personalmente la traduzione, ma credo che il discorso possa valere anche per Valeria Luiselli, e per la stessa Brenda Lozano: scrittori e prose molto diverse, che però forse sono accomunate dall’aver fatto propria la grande tradizione letteraria messicana, e dal lavorare ora su storie che, pur avendo in certi casi una forte matrice locale, hanno un respiro e un’inventiva universale.

A questi aggiungerei un altro autore a cui sono molto legata, Eduardo Rabasa, con il suo esilarante romanzo Cintura nera, pubblicato da SUR nel 2019, e un’autrice giovanissima: Aniela Rodríguez, con la sua raccolta di racconti Il problema dei tre corpi, pubblicata di recente da gran vía e tradotta da Annalisa Rubino.

Sugli autori ancora inediti in italiano, che sono moltissimi e spesso davvero bravi, non dico nulla: ci stiamo lavorando!