Gianmarco Canestrari
pubblicato 2 anni fa in Altro \ Letteratura

Titanismo e ribellione: la Hybris

Titanismo e ribellione: la Hybris

Agli estremi confini eccoci giunti
già della terra, in un deserto impervio
tramite de la Scizia. Ed ora, Efèsto,
compier tu devi gli ordini che il padre
a te commise: a queste rupi eccelse
entro catene adamantine stringere
quest’empio, in ceppi che non mai si frangano:
ch’esso il tuo fiore, il folgorio del fuoco
padre d’ogni arte, t’involò, lo diede
ai mortali. Ai Celesti ora la pena
paghi di questa frodolenza, e apprenda
a rispettar la signoria di Giove,
a desister dal troppo amor degli uomini.

È così che inizia una delle più belle tragedie che il mondo antico ci ha trasmesso sull’eroe Prometeo e sulla sua punizione per aver portato il fuoco agli uomini, disobbedendo agli dèi attraverso il più vile ed egoistico sentimento che i Greci chiamavano Hybris. Tale termine esprime molto bene l’errore e il grave atto che Prometeo compì disobbedendo alle leggi divine ed eterne: portando il fuoco nel mondo fenomenico ha “deturpato”, sottratto al mondo celeste e sovrumano uno dei suoi privilegi, una delle sue ricchezze, il fuoco appunto. Fuoco che rappresenta il vigore, la forza, la potenza, l’energeia divina, la capacità di ridurre tutto a puro nulla, di distruggere, nullificare, devastare ciò che deve essere nascosto agli occhi dei mortali. Prometeo commettendo il furto del fuoco sacro si è dimostrato come ὑβριστικός, il modello del superbo,dell’arrogante, del superficiale. Hybris sta infatti ad indicare l’eccesso, l’insolenza, l’ingiuria, la dissolutezza, l’offesa e addirittura il pericolo, il danno. Ciò che l’antichità ha visto nel mito e nella persona di Prometeo è l’incarnazione dell’eroe che porta con se i tratti degli atteggiamenti sopra delineati: lui con la sua opera e la sua tracotanza ha dimostrato come l’essere umano può giungere all’eccesso, al superamento dei limiti imposti dalla natura e dagli dèi, alla superbia, al superomismo, al sogno titanico di andare oltre se e tutto ciò che lo divide dall’alterità, da ciò che è sopra di lui. Possiamo dire che alla base del comportamento di Prometeo c’è la volontà di scavalcare i limiti del contingente e del finito che caratterizzano la natura umana e che la incasellano nell’orizzonte del transeunte e del perituro; c’è il desiderio di innalzarsi oltre l’esperienza quotidiana, il voler toccare con un dito il cielo così lontano da noi, così immenso, così superbo eppure così affascinante che porta l’immaginazione dell’uomo a credere di poterlo conoscere e dominare. Prometeo è l’incarnazione dell’Uomo che si sente parte di una realtà più grande di quella fenomenica e limitata con cui si trova a contatto ogni giorno, che crede e cerca fermamente di oltrepassare sé e i suoi limiti, soprattutto quello della finitezza e della morte: quello che invidia dell’universo divino è il carattere dell’imperituro, dell’eternità, della vita senza fine. È colui che vuole cambiare condizione esistenziale, invertire l’orizzonte di senso che caratterizza la sua esistenza; ciò che il mito di Prometeo incarna è l’uomo che, utilizzando tutte le sue forze, sfidando la normalità, la quotidianità, la limitatezza, e persino le leggi divine, è risuscito, nella sua tracotanza e nel suo orgoglio, a volgere lo sguardo oltre sé, oltre l’orizzonte umano, a porsi in consortium Dei, cogliendo e donando all’umanità tutta quel poco che è riuscito ad afferrare e a vedere delle realtà oltre-umane, eterne, con la presunzione però che tutto ciò non avrebbe avuto conseguenze. Ma si sbagliava: l’umanità non può sfidare le leggi che le sono imposte e che ontologicamente le sono proprie. Quella tracotanza con cui l’uomo pensava, attraverso l’inganno, di aver potuto mettersi sullo stesso piano degli dèi, ha finito per andare a suo svantaggio, finendo per essere umiliato e “incatenato” dalla sua stessa superbia. Rivelando, svelando le realtà celesti agli uomini, donando loro il fuoco della ragione, della sazietà e dell’immortalità, Prometeo si è fatto portavoce, messia di una umanità che, stanca e oppressa dalla propria condizione, cerca di ribellarsi per poter ottenere anch’essa la chiave dell’immortalità, della sapienza assoluta, della Ragione che illuminando tutta la realtà la domina e le dà senso. Tutto ciò lo ritroviamo anche nel campo giuridico e legale, dove hybris è l’azione colpevole, delittuosa, l’offesa all’altro, all’alterità con l’intenzione di umiliarlo, per puro scopo di piacere. Colui che si macchiava di tale colpa era per mostrare la propria forza verso i più deboli e indifesi, per sfoggiare la propria superbia e il proprio orgoglio nel denigrare chi è diverso. Non dissimile è il discorso che troviamo in molti passi dell’epica omerica dove si mostrano molti personaggi colpiti da disgrazie o puniti per essersi macchiati di hybris, di volontà di andare oltre sé e scoprire o conoscere verità nascoste agli uomini. Celebre è il passo dell’Odissea dove si narrano le vicende e le disgrazie di coloro che ammaliati e affascinati dal canto delle sirene finiscono per essere uccisi. Odisseo, su consiglio di Circe, ne uscirà indenne facendosi legare all’albero della nave.

 

Tu arriverai, prima, dalle Sirene, che tutti
gli uomini incantano, chi arriva da loro.
A colui che ignaro s’accosta e ascolta la voce
delle Sirene, mai più la moglie e i figli bambini
gli sono vicini, felici che a casa è tornato,
ma le Sirene lo incantano con limpido canto,
adagiate sul prato: intorno è un mucchio di ossa
di uomini putridi, con la pelle che raggrinza.

 

 

Antonio Canova, Dedalo e Icaro, 1779

Antonio Canova, Dedalo e Icaro, 1779

Illuminanti sono anche le testimonianze che troviamo sul tema della Hybris in altri miti della civiltà greca, primo fra tutti il racconto delle imprese di Dedalo e Icaro. Noto non solo per aver costruito il labirinto, Dedalo è conosciuto anche per l’ingegnosità delle ali e per la triste fine del figlio Icaro: quest’ultimo infatti eccitato per l’invenzione del padre delle ali per fuggire dal labirinto, volò troppo in alto, sfiorando il Sole (simbolo della conoscenza, della grandiosità e della pienezza d’essere) che sciolse la cera delle ali e fece precipitare il giovane in mare, dove conobbe la morte. La triste vicenda di Icaro insegna la precarietà dell’esistenza umana, la sua fragilità, la sua inconsistenza di fronte a ciò che la supera; ma vuol significare uno dei tratti peculiari dell’essere umano: la sua ambizione, la sua sfrontatezza e il suo orgoglio nel voler sfidare le leggi della natura e del Cosmo. Interessante è anche la vicenda che vede protagonista Ipponoo, meglio conosciuto come Bellerofonte (ovvero “uccisore di Bellero”), il quale viene affiancato alla magica impresa di uccisione della chimera, mostro con testa di leone, corpo di capra e coda di serpente, a cavallo di Pegaso. Inorgoglitosi per aver sconfitto il terribile mostro e per essere risuscito a conquistarsi il trono, venne punito dagli dèi che fecero pungere Pegaso da un tafano, la cui caduta rese infermo Bellerofonte, orami rimasto solo, fino alla morte. Di gran lunga più interessanti e coinvolgenti sono le vicende che accomunano due figure femminili del mito: Aracne e Niobe. La prima era un’abilissima tessitrice, tanto che si pensava che avesse imparato l’arte dalla dea Atena; ma Aracne, inorgoglita e vittima dell’egoismo, sfidò la dea a duello. Aracne scelse come tema gli amori tra gli dèi, e fece un così perfetto lavoro che Atena si adirò, distrusse la tela e trasformò la fanciulla in un ragno, condannandola a tessere dalla bocca per tutta la vita, ininterrottamente. Il peccato di Aracne è quello di aver sfidato la divinità, costringendola ad abbassarsi alla natura umana per dimostrare la sua abilità, la sua stessa “divinità”, finendo così, a causa del suo orgoglio e della sua prepotenza, per essere privata della sua stessa natura umana, che per volontà divina, venne portata alle bassezze dell’animalità. Il prezzo pagato per il suo orgoglio è incalcolabile e costituisce la punizione più grave che si possa ricevere: perdere la propria vita “umana”, la propria costituzione, la propria essenza. Niobe invece era moglie di Anfione, re di Tebe, da cui ebbe sette figli e sette figlie, uccisi dai figli della dea Latona (Apollo e Artemide) rivendicando l’offesa che Niobe fece verso la loro madre. Il mito di Niobe è molto particolare perché unisce alla critica all’orgoglio e alla superbia, l’invito alla moderazione, alla misura sulle cose che si dicono o si fanno, così da non urtare la sensibilità altrui: Niobe col suo orgoglio ha non solo sfidato la dea, ma ha anche offeso la sua capacità generatrice, la sua prerogativa di madre, colpendola nel profondo dei suoi sentimenti. Ecco allora che il mito di Niobe si mostra come lo scontro tra due tendenze opposte: la dea Latona, simbolo di equilibrio, mitezza, temperanza, modestia, e la fanciulla Niobe, personificazione dell’insolenza, dell’arroganza, dell’indiscrezione. Di grande insegnamento è anche il mito di Tantalo, figlio di Zeus e la ninfa Pluto, che dopo aver commesso varie ingiustizie ed essere stato deriso dagli dèi, decise di vendicarsi uccidendo alcuni ragazzi e offrendoli come pasto alla sua mensa i cui ospiti erano proprio gli dèi dell’Olimpo. Scoprendo il misfatto e l’inganno, Zeus lo fulminò e lo condannò ad un supplizio divenuto famoso: a memoria del suo misfatto, egli avverte incessantemente fame e sete, ma quando cerca di afferrare il cibo o l’acqua che lo circondano, tutto svanisce; è legato ad un albero ricco di frutti ed immerso fino al collo in un lago d’acqua dolce: ma appena cerca di afferrare i frutti, i rami si allontanano, o quando cerca di bere, l’acqua si prosciuga. Inoltre ha un grosso macigno sopra di lui che lo minaccia costantemente e lo fa vivere nel terrore perenne. La grandiosità del mito di Tantalo mostra come l’astuzia o la superbia fatta a scopo d’inganno sia sempre qualcosa di punibile e che pone l’essere umano in una situazione in cui, a dispetto del suo comportamento, ciò che pensa di raggiungere facilmente e senza sforzo appare invece lontano e difficile da attualizzare. Tantalo è infatti, e ce lo ricorda il suo stesso nome, l’ “infelice perenne”, l’insoddisfatto. Atteggiamento simile venne assunto da Sisifo, l’uomo astuto, scaltro, che attraverso le sue peripezie osò sfidare e burlarsi degli dèi. Molte vicende lo vedono protagonista come quella in cui si batté per risolvere il problema della scarsità dell’acqua a Corinto, portato a termine grazie all’astuzia di Sisifo, che aveva rivelato al dio fluviale Asopo il rapimento di sua figlia da parte di Zeus. Cosa che costò molto cara al nostro eroe che però attraverso ingegnosi stratagemmi riuscì sempre a sfuggire alle tragiche decisioni prese nei suoi confronti dagli dèi, a scopo di rinchiuderlo nel Tartaro. Ma la sua furbizia non durò a lungo perché Zeus lo condannò per l’eternità a spingere un masso pesante dalla base alla cima di un monte (senza mai riuscirci); tuttavia, una volta raggiunto l’apice, il masso rotolava nuovamente alla base del monte. Ecco allora che l’eroe Sisifo incarna l’uomo scaltro, furbo, astuto, abile che osa sfidare gli dèi ignorando però che è limitato, contingente, finito e che nonostante pensa di non essere scoperto per i suoi misfatti e le sue furbizie, viene sempre punito. Si delinea così il grande messaggio lasciatoci dalla civiltà greca attraverso il mito: la Hybris, l’evento-colpa che viene commesso dall’uomo per orgoglio e tracotanza, ma soprattutto per sfidare gli dèi e andare oltre la propria limitatezza, non rimane mai impunito; a tale comportamento seguirà sempre la nèmesis, la vendetta divina, l’ira e lo sdegno della divinità di fronte ai misfatti umani e alla loro logica, l’orgoglio.