Marco Miglionico
pubblicato 2 mesi fa in Letteratura

Credere ancora nelle favole

Credere ancora nelle favole

L’Atlante leggendario delle storie d’Islanda (traduzione italiana a cura di S. Cosimini, edito per Iperborea) ci guida lungo la statale n. 1 attraverso un paese che, come altri o forse più di questi, gode di un paesaggio suggestivo al punto che ciascun luogo ha ispirato leggende e miti eziologici. L’imprevedibilità stessa di un fiordo avvolto dalla nebbia, l’impossibilità di spiegare perché una concavità nel terreno sia a forma di zoccolo equino hanno chiaramente spronato la fantasia popolare. Va all’accademico Jón R. Hjálmarsson il merito di aver condensato questi racconti in un’unica cornice, cioè il percorso (ideale e reale) lungo la strada statale n. 1, così come fu per Italo Calvino con le sue Fiabe italiane scelte dalla nostra tradizione popolare.
L’Atlante riunisce assieme sessanta racconti per altrettanti luoghi, di cui i miti narrano la fondazione, la loro storia oppure trovano nella fenomenologia del mito la spiegazione a quelle apparenti incongruenze che la sola realtà non sarebbe in grado di risolvere. Al mito, ma più estesamente alla letteratura intera, è riconosciuto il merito di avvicinare l’ignoto, senza tuttavia sanarne la lacuna. Rimane infatti nel lettore l’incredulità e la sospensione, la cui dinamica ammirata è in perfetta simbiosi col gioco dell’autore: far assaporare soltanto la verità.
Leggendo tali storie, infatti, “l’intelligenza ha occasione di esprimersi”, come ha recentemente scritto N. Gardini in un saggio, intitolato appunto Lacuna, che indaga la categoria letteraria del non detto.
Il discorso potrebbe approfondirsi, seguendo le radici antropologiche e sociologiche del racconto, ma farò come Dante che dell’aposiopesi era maestro. Rimanendo invece nella cortina fumosa della sospensione, basti dire che il mito offre una spiegazione apparente e a volte incontentabile della realtà. Anche presso le antiche civiltà occidentali, i miti di fondazione delle città avevano evidenti e rocambolesche incongruenze, cui a ogni modo si faceva il voto di credere, rinunciando per un attimo alla logica e approdando alla credenza, appunto.

E affidiamoci pertanto al privilegio di non essere sempre fedeli alla realtà: facciamo come la ragazza di Skíðastaðir, una delle protagoniste dei racconti, che prese a inseguire quel corvo che volava ogni giorno di un tratto più avanti senza saperne il perché, trovandosi una domenica così tanto lontano dal suo paese da salvarsi dalla frana che lo demolì per intero.
Rovesciando Deleuze, a volte soffochiamo perché immersi troppo profondamente nel possibile.