Culturificio
pubblicato 4 anni fa in Arte \ Cinema e serie tv

Woman In Gold

Quando anche i dipinti possiedono una storia

Woman In Gold

Un quadro conteso, il desiderio di rivalsa nei confronti di un destino ingiusto, la volontà di poter scegliere se lasciare nel paese d’origine uno dei quadri che meglio rappresenta lo spirito nazionale; su questi temi gioca il regista di Woman in Gold, Simon Curtis, con il quale aprirà la sessantacinquesima edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino. Prendendo spunto da una storia vera, Curtis

espone la lunga battaglia giudiziaria tra l’anziana Maria Altmann, sopravvissuta all’olocausto e da anni residente in America, e il governo austriaco, accusato di detenere indebitamente un quadro

Gustav Klimt, "Ritratto di Adele Bloch-Bauer I"

Gustav Klimt, “Ritratto di Adele Bloch-Bauer I”

realizzato da Klimt che apparteneva alla zia dell’anziana: si tratta del celebre “Ritratto di Adele Bloch-Bauer I”. Il regista crea delle digressioni sulla tematica legata alla persecuzione nazista e come questa stravolse il clima aristocratico ebraico del tempo in cui fremeva un acceso scambio culturale tra i massimi esponenti dell’arte, del mondo della psicologia e della musica. Tralasciando la storia personale della donna, l’iniziale conflitto generazionale tra l’avvocato e l’anziana, il clima di oppressione che invase l’Austria all’inizio degli anni ’20 del XX secolo, ciò che possiamo dedurre dal sottotesto dell’intera costruzione scenica è la capacità della guerra di provocare delle vittime secondarie: le opere d’arti. L’opera in questione venne sequestrata dall’esercito nazista e, in seguito a vari spostamenti, entrò a far parte della “Österreichische Galerie Belvedere” di Vienna insieme ad altri dipinti appartenuti ai coniugi Bloch-Bauer; l’azione disonorevole del regime nazista ha avuto la meglio sui beni appartenenti di diritto agli antichi proprietari. All’età di ottantadue anni, Maria Altmann cita in giudizio il governo austriaco davanti alla corte della California. La questione sembra avviarsi verso un epilogo scontato, finché non entreranno in gioco la rivincita e il riscatto di una donna che ha per anni desiderato di avere ciò che le appartiene; dopo un’estenuante battaglia, nel 2006 l’anziana donna trionfa contro l’Austria, rientrando in pieno possesso delle opere precedentemente defraudate. Nel giugno dello stesso anno, il dipinto della donna in oro sarà venduto a Ronald Lauder per 300 milioni di dollari ed esposto in mostra permanente nella Neue Galerie di New York, rispettando il volere della Altmann. L’Austria sostenne fino all’ultimo la legittima appartenenza alla nazione, considerandolo come dono da parte di Adele Bloch-Bauer; in realtà bisognerà tener conto della volontà del marito Ferdinand, finanziatore dell’opera, e quindi legittimo proprietario del dipinto. Dai documenti è emerso come questi abbia deciso di lasciare le opere, realizzate dal celeberrimo artista austriaco, ai propri nipoti. Si conclude così un triste capitolo dell’arte della prima metà del Novecento, in cui a dover pagare le conseguenze del clima di repressione che infuriava per tutta Europa, furono spesso degli spettatori inermi. Purtroppo non si può parlare della vicenda come di un evento isolato. Numerosi sono i casi in cui opere sottratte durante il periodo nazista alle famiglie ebree furono esposte all’interno di musei nazionali a prescindere dalla derivazione originaria.

Il tesoro di Monaco.

Il tesoro di Monaco.

Recente è anche la scoperta di un tesoro che consta circa 1500 opere d’arte detenute a Monaco in un vecchio appartamento. Si tratta di pezzi trafugati a collezionisti ebrei del Terzo Reich. Molte delle opere furono sequestrate perché facenti parte di quel filone di arte degenerata, tanto odiata dal Führer, come l’impressionismo, il cubismo e il modernismo. Sarà proprio grazie alla lungimiranza di molti ufficiali del Terzo Reich, che molte opere sfuggirono alla distruzione per arrivare fino ai nostri giorni. La donna in oro di Klimt non rispettava i rigori propagandati dal regime; il Jugendstil differiva con lo stile eticamente accettato da Hitler, incarnato da artisti come Bӧcklin, portavoci delle virtù di super uomo, e da tutta quella filosofia nietzschiana che esaltava la potenza insita nell’uomo. Spesso le opere d’arte, oltre ad avere un enorme valore stilistico, entrano a far parte della storia come dirette interessate, elevandosi dal semplice ruolo di fruizione passiva. In Klimt ritroviamo temi legati alla nascita e alla morte; in questo caso, anche senza il consenso dell’artista, siamo spettatori della nascita, della morte e della resurrezione di un’opera.


 

Articolo a cura di Chiara Tondolo